La rotta del Pd nella rossa Emilia

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Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini – 12 giugno 2019

La rotta
Dopo strenua perseveranza il nostro impero è infine schiantato e quello che fu il nostro dominio omologato per larghe estensioni alle terre del nord. La grande terra rossa è diventata a macchia di leopardo (sicchè per ironia del destino è contro di essa che si è ritorta la sciagurata profezia di quel noto felino da smacchiare). I barbari sono alla fine entrati nella città e sarebbe appropriato il paragone con Bisanzio non fosse che ad espugnarla fu una civiltà altrettanto raffinata che veniva dal sud. Mentre qui è dalle terre del nord est che le orde sono dilagate. Salvo la periferia dell’Emilia-lombarda e alcune enclaves della montagna (aree di sub-cultura bianca ritrasformate) per almeno un ventennio il leghismo fu tenuto a bada oltre la linea del Po’. Sebbene già nel 2010 avesse guadagnato una testa di ponte nella bassa modenese e nell’alto ferrarese: una ‘rotta’ circoscritta, ma emblematica. Esplicitando la dimostrazione che il morbo era capace di attecchire non solo negli ex-feudi bianchi ma anche nel cuore sociale della sub-cultura rossa. Le città e i distretti più floridi erano comunque al riparo. La loro geografia politica (come mostrano le cartine che redassi all’inizio del millennio) non mostrava né varianze di rilievo nè cedimenti: le periferie popolari saldamente nelle mani della sinistra, la destra confinata alle borghesie commerciali tradizionali dei centri storici. Un gradiente fissatosi con la crescita urbano-industriale, al seguito dell’inurbamento degli operai-contadini provenienti dal mondo rurale mezzadrile e bracciantile, e rimasto inalterato malgrado un quarto di secolo di trasformazioni post-industriali. Sia pure con diversa intensità da caso a caso (Ferrara, Rimini e Parma, lasciando a parte l’anomalia di Piacenza, essendo città più contese).
I passaggi di campo di Parma e Bologna erano stati episodi momentanei e comunque circoscritti a dinamiche di potere locali. Le vecchie borghesie urbane, in salsa furbescamente civica, avevano profittato di determinati passaggi divisivi per ‘scippare’ i municipi. La destra, in chiave civica, moderata e forzitalica, era incistata nei centri storici e nei viciniori ‘quartieri ‘alti’. Nelle città rosse, e nei distretti urbani diffusi, non aveva nè era capace di avere per la propria intrinseca caratterizzazione una base territoriale eccedente il proprio milieu. Alla fine la regione rossa viene scardinata perché la Lega, contrariamente alla destra classica, è un attore territoriale. Parte dai margini territoriali e fa massa avvicinandosi al centro. Non tanto perché sfrutti effettivi radicamenti organizzativi, ma perché effonde un messaggio che diventa un aura contagiosa, ridando uno smalto nuovo e aggressivo al linguaggio e al senso comune rivendicazionistico della marginalità periferica. Che è un dato psicologico ambientale prima ancora che sociale. Ferrara e Forlì sono casi emblematici e peculiari: sono entrambe ‘città comprensoriali’ ciò con un vasto territorio a contorno del nucleo urbanizzato. Una parte rilevante della popolazione (come vale anche per Ravenna….la prossima città a rischio) vive non in ‘quartieri’, ma in borgate e frazioni che punteggiano la campagna perirubana. Non ho dati di dettaglio, ma sarei curioso di sapere come a Ferrara hanno votato gli abitanti di quel territorio ‘rosso’ d’un tempo che seguendo il classico allineamento delle casette bracciantili, va da dalle mura erculee a Pontelagoscuro.
Il crollo del territorio rosso avviene per le mutazioni sociali che lo hanno ritrasformato, ma soprattutto per il venir meno della mediazione ideologica e organizzativa della sinistra. A un certo punto la ‘modernizzazione’ ha divelto il rapporto di continuità con le tradizioni locali. Non ci sono più stati personaggi come i Sirgi e tanti altri funzionari politici e sindacali nonchè amministratori della bassa e della montagna di estrazione popolare capaci di mediare il rapporto fra le popolazioni autoctone e le novità sociali. Che perciò si sono re-inselvatichite. I Nuovi leader leghisti sono emblematici di questa mutazione regressiva. Alan Fabbri e la Borgonzoni, quest’ultima nipote del grande pittore neo-realista del mondo bracciantile, esprimono quanto meglio non si potrebbe l’immaragliamento di una discendenza che ha rotto il rapporto col mondo atavico facendone nel contempo proprie, come orgoglio dissacrante, le espressioni più dure e immediate. Rivestendole di altri semplificazionismi, al ritmo di un rock country degno della bible belt americana.
Oggi la Repubblica delle idee, dopo avere a lungo minato quel mondo territoriale e politico, celebra nel fortino bolognese i fasti della propria pseudoraffinatezza e alterità. Vari tromboni si succedono sui palchi. Sembrano avere preso il posto e lo spozio che un tempo era delle vecchie borghesie urbane moderate. Sono come gli orchestrali del Titanic. Il nuovo ciclo politico sarà un corpo a corpo intra moenia. Occorreranno fanti coraggiosi capaci di usare la baionetta.