La scatoletta di Tonno

0
186

di Alfredo Morganti – 2 gennaio 2019

L’hanno aperta davvero la scatoletta di tonno. L’hanno svuotata. E ora ci restituiscono il principale organo della democrazia rappresentativa come una specie di arnese gettato in un angolo dello sgabuzzino. Stavolta non si tratta semplicemente di difendere il Parlamento e reclamarne la centralità istituzionale. Stavolta si tratta di rivendicare il Parlamento tout court. Mai come in altre occasioni l’Aula è rimasta così muta (altro che sorda e grigia) e praticamente accantonata dinanzi al gran daffare di trattative, di limature dei conti, di scontri extraparlamentari, di scavalco istituzionale. La legge di Bilancio l’Aula l’ha appena annusata, e anche di sghimbescio. È stato il trionfo della disintermediazione, per di più applicata al massimo organo della rappresentanza politica del Paese.

Oggi nel centrosinistra si stracciano tutti le vesti, a partire da chi voleva premio maggioritario e riforma costituzionale. Ma bisogna ricordare che, se questo svuotamento è stato possibile, è perché nell’opinione pubblica il Parlamento è stato presentato, in questi ultimi anni, come un covo di rubagalline, come il rifugio della Kasta, come lo spazio politico in cui, invece di ‘fare’ si perdeva tempo, si decideva poco e ci si baloccava nelle chiacchiere, mentre il Paese aveva bisogno di semplificazione, decisioni supersoniche, e di oliare le giunture e farla finita con tutto questo tempo perso in discussioni inutili. Tutte le riforme istituzionali o costituzionali pensate dai geni che il ‘popolo’ ha mandato negli anni a Palazzo Chigi avevano un unico punto centrale: assottigliare gli iter istituzionali avvantaggiando le prerogative dell’esecutivo, produrre maggioritario invece di rappresentanza, premiare profumatamente lo scarno vincitore del confronto elettorale.

Si è diffuso così nel Paese un veleno antiparlamentare, antipolitico, antikasta nell’unico intento di rendere più sicura la permanenza a Palazzo Chigi di questo o quell’improvvisato inquilino. Si è barattata la certezza di un ordinamento istituzionale solidamente ancorato alla democrazia rappresentativa (e dunque alla democrazia) per quattro lenticchie di decreti legge o di iter semplificati, nel segno del potere che doveva ‘fare’ senza troppe chiacchiere politiciste. Ancor oggi, come regalo di Capodanno, si promette al ‘popolo’ di decurtare la paga ai parlamentari. Il risultato finale è che i gialloverdi, quasi legittimati dal furore antipolitico disseminato anche da quelli che si stracciano odiernamente le vesti, fanno strame del Parlamento, come se fosse uno zerbino, uno stuoino, un tappetino. È evidente che questa strada iniziata da altri e completata da Salvini porta diritta all’inferno.

Lo stesso ‘popolo’, invece di offrire la propria rappresentanza politica e di esercitare la sovranità nei limiti della Costituzione, a breve si sentirà in diritto (ma già si sente) di fare e disfare senza più orpelli democratici attorno. Di affidarsi a quelli che sono di poche parole, per i quali la ‘pacchia’ (ossia la democrazia, la cura, il dibattito, i tempi della rappresentanza) deve finalmente finire nel tripudio collettivo. Lo stesso ‘popolo’ inizierà a scegliersi (ma già si è scelto) un nemico interno (i poveri accuditi dal volontariato, per esempio, o i parlamentari, i professori, i giornalisti, i sindacati, i partiti) e uno esterno (gli immigrati ai confini, l’Europa, le nazioni plutocratiche), e sarà pronto per il grande balzo sovranista. Quello in cui una nazione riscopre il proprio ‘orgoglio’ sino a sprofondare progressivamente nel gorgo. L’escalation, peraltro, è già in corso: da ‘prima gli italiani’ a ‘prima quelli del Nord’, da ‘prima le imprese italiane’ a ‘prima i ricchi’, da ‘prima i bianchi’ a ‘prima chi comanda’. ‘Prima i primi’ insomma. Secondo tradizione e come classico deja vu. Tu chiamala se vuoi rivoluzione, ma io la chiamerei controrivoluzione. Perché la scatoletta di tonno che stanno scardinando è la democrazia. Né più, né meno.