Il tempo perduto delle illusioni

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di Luciano Fontana – 1 gennaio 2019

Fiducia. È la parola chiave che il Presidente della Repubblica ha voluto consegnarci nel discorso di fine anno. Fiducia in una comunità di italiane e italiani impegnata a fronteggiare le difficoltà dell’economia e il disagio sociale. Decisa a rimuovere le arretratezze del Paese, per farlo restare aperto e ancora più integrato nell’Unione europea. Non esistono ricette miracolistiche, ci ha detto Sergio Mattarella. C’è solo l’impegno. Solo il lavoro tenace e ostinato produce risultati concreti. È una lezione che forse abbiamo smarrito. Il 2018 è stato l’anno del «nuovo mondo» della politica, il tempo dell’illusione, coltivata e diffusa a piene mani, che tutto fosse possibile. Distribuire sussidi, anticipare le pensioni, vivere senza infrastrutture, «abolire la povertà», fermare le migrazioni, fare la faccia feroce con l’Europa senza pagare alcun prezzo. L’Italia come una sorta di regno immaginario in cui lo Stato può permettersi di spendere senza limiti e al tempo stesso bloccare la crescita economica. Una narrazione facile, esaltata dai social, in una gara al rialzo tra gli esponenti dei due movimenti al governo, sottoscrittori del famoso contratto. Ma la realtà ha presentato rapidamente il conto. Le promesse impossibili sono rientrate, i provvedimenti sono stati continuamente riscritti, in un modo che spesso dimostra un alto tasso di dilettantismo. Con l’Europa si è trovato quel compromesso ragionevole che questo giornale ha sempre auspicato. Il mondo del lavoro e dell’impresa, piccola e grande, ha fatto sentire la sua voce e le sue preoccupazioni. Non siamo ancora nella fase della responsabilità ma qualche passo è stato fatto, qualche assurdità è stata rimossa. Basterà ad affrontare un 2019 che si presenta con incognite pesanti?

Gli indici dell’economia italiana volgono di nuovo al brutto. Il rischio del ritorno della crescita zero è reale. Le turbolenze dei mercati internazionali, alle prese con la battaglia tra Usa e Cina, con gli esiti non chiari della Brexit e con politiche meno espansive delle banche centrali, non aiuteranno le nostre aziende esportatrici. La campagna elettorale per le Europee può trasformarsi in un moltiplicatore della demagogia piuttosto che nella fase delle sfide possibili. Servirebbe davvero un patto tra governo, forze politiche, istituzioni, associazioni del lavoro e dell’impresa per fronteggiare le incognite, rimettere in moto il Paese, aumentare la produttività, diffondere quell’energia positiva che sola può dare la scossa.

Le ricette isolazioniste hanno già mostrato la loro inutilità e la loro inefficacia. L’Italia esiste solo in un contesto aperto, soltanto per la sua capacità di parlare al mondo e di affermare sul mercato globale le sue idee, le sue bellezze e i suoi prodotti. Anche la possibile avanzata sovranista e populista nelle elezioni di maggio non modificherà questi elementi di fondo. Anzi. Ne abbiamo avuto un assaggio durante la trattativa con i Paesi dell’Unione sulla manovra: i leader più duri con l’Italia sono stati proprio quelli degli Stati a guida sovranista. E allora conviene a tutti aprire la stagione della serietà. Non sarà una felpa nuova o un selfie in più a salvarci. Ma, come ci ha ricordato Mattarella, ci aiuteranno il senso di comunità, il lavoro ostinato, la competenza e l’impegno. Proviamoci.