Il discorso di Mattarella e la citazione-chiave sull’Italia che ricuce

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di Marzio Breda – 1 gennaio 2019

È stato il messaggio della «maturità», perché è giunto al culmine del suo mandato da presidente della Repubblica. Un discorso (qui il testo integrale) nel quale forma e sostanza erano in un equilibrio tale da renderlo inattaccabile, nel contempo dicendo tutto quel che voleva dire. Il bilancio di un anno fra i più duri da quando è al Quirinale, che ci ha fatto sfiorare la crisi di sistema e gli ha imposto di uscire dall’ombra.. Un anno, il 2018, in cui ha dovuto allargare la fisarmonica delle proprie prerogative per guidare la transizione verso il «governo del popolo», l’unico possibile dopo il 4 marzo. Una riflessione in cui, facendosi interprete della parte migliore del Paese («l’Italia che ricuce»), ha esortato tutti a rompere la spirale di rancori che ci rende «delusi, incattiviti e ostaggi di una sorta di sovranismo psichico», secondo l’ultimo rapporto del Censis.

Non è con questo clima, ha detto Sergio Mattarella, che una società può stare insieme. Sono invece «i buoni sentimenti che la migliorano», e non bisogna aver timore di dimostrarli. Invito accolto con larghissimo consenso, legato a un boom di ascolti da chi guardava la tv l’altra sera. A riprova che di una tregua c’è grande bisogno.

Messaggio «buonista», come ha sentenziato qualcuno? No. Diciamo piuttosto che stavolta il capo dello Stato ha fatto forza sul suo linguaggio levigato e mite per suggerire, con critiche precise ma senza l’asprezza dei moniti, la sua idea di come ricostruire i princìpi costituzionali resi fragili da questo clima. Concetti semplici, dunque. Utili alla gente comune e, soprattutto, agli esponenti del governo. Un esempio lo dà l’incipit, dedicato ai social e alla rete «in cui molti» (politici compresi, che ne hanno l’ossessione, ndr) «vivono connessi comunicando di continuo». Occhio — è il sottile retropensiero — perché la realtà non si esaurisce nello storytelling virtuale, magari corredato da campagne d’insulti. Nodo, questo, da appaiare alla frase in cui incita tutti a esprimersi «con parole di verità», il che sottintende i rischi di opinioni pubbliche manipolate.

Ecco il senso dello stile einaudiano — dire tutto ciò che va detto, ma con garbo, senza avere un partito alle spalle com’è nel suo caso — al quale si è ispirato Mattarella. Diversi i punti di censura, che le opposizioni (Pd in primis) avrebbero di sicuro voluto più aspra. Per esempio la «grande compressione del dibattito parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto» sulla legge di bilancio, motivo per lui di profondo disagio. E la «tassa sulla bontà» che il governo ha imposto al volontariato, promettendo di correggerla a posteriori. E l’utilizzazione impropria delle forze armate, la cui funzione «non può essere snaturata», come avvenuto con la giunta di Virginia Raggi, che pretende di destinare i soldati a riparare le buche di Roma. Allo stesso modo, nel cenno alla «divisa» come «simbolo delle istituzioni», quindi anch’essa elemento espressivo del tricolore, è impossibile non cogliere fastidio per la mania di Salvini d’alternare felpe e giubbe dei corpi a lui sottoposti.

Non basta. Insistiti riferimenti critici il presidente li ha dedicati alla strategia attraverso la quale la Lega, con la parola d’ordine della sicurezza, coltiva la paura per far lievitare i consensi. Qui il presidente ha giocato come un antidoto la sua visione di Stato-Comunità, che non può esser edificato sulla reciproca diffidenza, sul dileggio, sul tutti contro tutti. Per Mattarella se ci si chiude con sfiducia e senza rispetto gli uni verso gli altri, scattano i presupposti del sovranismo. Che non gli piace perché isola. Mentre per lui è con «la difesa dei valori della convivenza che si realizza la vera sicurezza». Ossia — ed è il cuore politico del messaggio — curando «lavoro, istruzione, opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani e serenità per i pensionati», mai come ora sono sotto pressione.

1 gennaio 2019 (modifica il 1 gennaio 2019 | 22:54)
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