Dopo la sconfitta di Renzi. Che fare?

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Autore originale del testo: Michele Prospero
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di Michele Prospero – 9 giugno 2016
Perché la sinistra non ha approfittato della sonora sconfitta di Renzi? Il problema, a sinistra del Pd, non è quello di aver lanciato la grande sfida e di aver poi ricavato solo risultati modesti alle urne. Il nodo è soprattutto quello di non essere stati percepiti come una alternativa robusta ovvero utile (e come poteva?) alla disgregazione del Pd, che pare ormai avviata. Il carattere del voto, il trend principale del sistema politico, riguarda il processo di massiccia erosione del consenso al Pd. La sinistra non ha avuto, al momento, la forza di costituire un progetto in grado di raccogliere la fuga degli elettori. E però ha contribuito alla dinamica della diserzione che ha sconvolto gli equilibri elettorali e infranto i sogni di uno sfondamento renziano a destra grazie al recupero dei voti un tempo berlusconiani.
L’analisi deve individuare il risvolto principale del voto. Che pare essere quello di una crisi sistemica del Pd, che sarà presto sottoposto a sfide laceranti. E’ vero che da questa rapida dissoluzione del Pd a trazione renziana la sinistra ricava poco in termini di sostegno. Ma, rispetto alla determinazione del processo di deriva del renzismo, la mossa di uscire dal Pd, denunciandone la mutazione genetica, ha inciso eccome sugli eventi. L’abbandono ha confermato la sensazione, che è diventata ora un fenomeno di massa, di un Pd che non è recuperabile, che ha bisogno di una sconfitta radicale.
La sinistra ha in gran parte determinato, con il suo gesto di autonomia e con la dichiarazione forte (non in ogni città ribadita, però) di essere alternativa al Pd, una tendenza al disconoscimento di massa del carattere di sinistra del partito della nazione. Non ha incassato i voti in fuga, ma è stato un momento rilevante per indicare a molti la via della punizione come necessaria. Senza il gesto della fuga, quale segnale di una impossibile convivenza sotto il comando del giglio magico, quote dell’elettorato deluso non avrebbero trovato le tracce per compiere la scelta del congedo dal Pd. Se ci fossero stati il tatticismo dei collaborazionisti renziani della prima ora e le esitazioni della minoranza dinanzi a prove di disobbedienza, lo statista di Rignano oggi sarebbe stabilmente al suo posto.
La scissione avvenuta nei gruppi parlamentari ha anticipato un fenomeno che ha assunto in seguito proporzioni rilevanti, anche se il disagio non è stato intercettato da sinistra italiana. Su questioni di identità, radicamento, cultura politica, idea di democrazia, lettura della costituzione la distanza con il Pd è incolmabile. Non è pensabile un lavoro di manutenzione programmatica che limi alcune asperità e apra a una stagione di ritrovata intesa coalizionale subalterna. Troppo radicale è la distanza culturale, il referente sociale per rendere pensabile un avvicinamento come costola di sinistra accanto a un partito della nazione legato a interessi economici talvolta torbidi. Rispetto alla missione realizzata, affondare il Pd alleato di Verdini sul terreno costituzionale e alle dipendenze di Marchionne sulle politiche sociali, il mancato successo elettorale della sinistra diventa rilevante, ma di secondo piano.
Il compito immediato, per una sfida di sinistra, non era quello di sfondare subito alle urne. Ma quello di contribuire con una guerra di movimento, a colpire il Pd dovunque possibile, sino a determinarne la resa. L’obiettivo è stato in gran parte centrato, e va ribadito al ballottaggio per non sprecare tutto quanto accumulato. Se il Pd, tramortito già nel primo turno, ai ballottaggi perdesse di nuovo la sfida, si aprirebbe una fase politica diversa con rivolgimenti radicali nella conduzione del partito e del governo. E’ evidente che vacillerebbe la leadership di Renzi, la tenuta del governo sarebbe minata e l’investimento azzardato per l’Italicum e il plebiscito d’ottobre diventerebbero un suicidio politico.
Il passaggio dalla guerra di movimento (gesti, rotture per indebolire la completa egemonia renziana e ostruire il cammino verso un potere personale) alla guerra di posizione (ricostruzione di un campo maggioritario della sinistra) esige talune condizioni, che al momento latitano. Occorre una cultura politica omogenea, che adesso è assente. Se resta un coacervo di ceti politici divisi peraltro sulla prospettiva, distanti sulla stessa lettura della mutazione intervenuta nel Pd a guida Renzi, e quindi sulle alleanze, è difficile per la sinistra svolgere una funzione politica significativa.
La distruzione della leadership di Renzi, che potrebbe essere un’impresa più ravvicinata rispetto a ipotesi di più lunga durata del fenomeno, va compiuta, va accompagnata senza esitazioni dinanzi ai censori del “voto a dispetto”. E poi, a risultato ottenuto, con quello che resterà del Pd occorrerà rivedere forme, prospettive, alleanze. Quale deve essere la prospettiva: raccogliere il mondo disperso del centro sinistra dopo la catastrofe del renzismo oppure sfidare il M5S per una sua conversione verso le manifestazioni di un Podemos in versione italiana?
La prospettiva della sinistra deve lavorare guardando in entrambe le direzioni. Deve cioè raccogliere la delusione per il dissolvimento del Pd sfigurato dal rottamatore e sfidare il M5S per le ambiguità che non intende sciogliere sul terreno politico e su quello della sua ossatura neopatrimoniale. La provocazione e la pazienza, la rottura e la tessitura devono accompagnare l’azione. In un sistema destrutturato, con fenomeni rapidi di dissoluzione e riaggregazione delle forze, occorre la politica. E solo nel medio periodo si fanno i conti per misurare i consensi. Ora è ancora presto.