La scopa di don Abbondio

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Luciano Canfora, «La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia» (Laterza, pp. 98, euro 12)
LA SCOPA DI DON ABBONDIO  – di LUCIANO CANFORA – ed. LATERZA
recensione di ANTONIO CARIOTI

Nel saggio di Luciano Canfora La stagione dei populisti

Ne «La scopa di don Abbondio», edito da Laterza, il filologo e storico analizza l’avanzata delle forze anti establishment oggi e nel primo Novecento

Non si fa illusioni sugli istinti della nostra specie. A tutti coloro che, compreso lui stesso, perseguono ideali egualitari, Luciano Canfora indica ostacoli quasi insormontabili che si ergono sulla loro strada: tradizioni antiche, pregiudizi stratificati, ma soprattutto «quel ferino egoismo che costituisce il nerbo della psiche umana». D’altronde se, come scriveva nel Leviatano il filosofo inglese Thomas Hobbes, «la vita dell’uomo è solitaria, povera, sudicia, bestiale e breve» (anche se oggi un po’ meno che nel XVII secolo), è comprensibile che sia molto forte la pulsione di ciascuno ad affermarsi e a procurarsi beni di vario genere a detrimento degli altri.

C’è da perdersi d’animo, da concludere che forse con quel fenomeno atavico bisogna scendere a patti, accettando gli uomini così come sono e cercando di regolarne l’irriducibile individualismo, piuttosto che proporsi di debellarlo. Ma Canfora ricorda anche che il futuro è sempre aperto, che le esigenze di giustizia da cui sono scaturite le diverse rivoluzioni rimangono vive, che nessuna restaurazione riuscirà mai a riportare veramente una società al punto di partenza. E soprattutto che le oscillazioni imprevedibili della storia possono travolgere anche gli assetti apparentemente più solidi.

A questo si riferisce il titolo del suo breve e polemico libro La scopa di don Abbondio (Laterza). Una scopa che nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni era la peste, evento cataclismatico per eccellenza. Anche senza chiamare in causa agenti biologici come le epidemie che facevano strage di umili e potenti nei secoli passati, la storia è tuttora capace di riservare sorprese sgradite perfino ai ceti dominanti più sicuri di sé.

Luciano Canfora

Luciano Canfora

Quanto al presente tuttavia l’analisi del filologo classico, firma di spicco del «Corriere», è alquanto cupa. Canfora dà ormai per spacciata la democrazia politica, che a suo avviso «scivola sempre più tra le entità archeologiche». E come unica alternativa alla tecnocrazia delle élite finanziarie, eurocratiche o cosmopolite, vede avanzare le forze populiste, che a suo avviso si possono appropriatamente definire «movimenti fascistici».

Al di là delle ovvie differenze storiche con la prima metà del Novecento, tempo di rivoluzioni e guerre mondiali, si possono individuare, secondo Canfora, almeno due punti comuni tra le attuali destre anti-establishment e le camicie nere, o brune, di quel periodo funesto. Uno è l’insistenza sul richiamo nazionalista, ieri indirizzato a scopi di espansione territoriale, oggi rivolto soprattutto contro gli immigrati dai Paesi poveri. L’altro è la consapevolezza, ben viva a suo tempo nell’ex socialista Benito Mussolini, della necessità di garantire alle masse popolari una certa protezione sociale, senza urtare troppo gli interessi del grande capitale, ma ponendo limiti al mercato e rifiutando i vincoli dell’austerità finanziaria.

Nel frattempo la sinistra è sparita, denuncia Canfora, o quanto meno ha rinunciato a far valere le sue ragioni, per cui i lavoratori si sono trovati senza alcuna rappresentanza credibile ed è risultato quindi agevole per la destra più accanita «lucrare su un disagio vero (e senza prevedibile riscatto)».

Anche se l’autore non lo formula apertamente, viene spontaneo il paragone tra questo squilibrio e la situazione che Canfora stesso descrive nel capitolo del libro dedicato alle grandi religioni monoteistiche. Oggi il Cristianesimo, osserva, si è profondamente trasformato e forse snaturato, un po’ come è avvenuto alla sinistra, perché di fatto ha rinunciato al monopolio assoluto della verità e della salvezza sulla base di credenze indefettibili. È diventato insomma «una quasi-filosofia deistico-illuminista», che vede gli altri culti come vie diverse, ma legittime, per entrare in contatto con la trascendenza.

Ben differente la condizione dell’Islam, più somigliante alla destra populista per il suo atteggiamento conflittuale (da un parte la lotta tra sunniti e sciiti, dall’altra il potenziale scontro tra i nazionalismi dentro l’Unione Europea) e soprattutto per la tendenza al «massimo di aggressività verso l’esterno». Per gli integralisti musulmani contro «atei, ebrei e crociati», per i sovranisti contro il comodo capro espiatorio costituito dai residenti stranieri.