La società dello smartphone

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di Nicole M. Aschoff -marzo 2015

Sotto molti aspetti, l’automobile è stata la merce che ha caratterizzato il 20° secolo. La sua importanza non proveniva dal suo virtuosismo tecnologico o dalla sofisticatezza della catena di montaggio, bensì dalla sua capacità di riflettere e modellare la società. Il modo secondo cui si producevano, si consumavano, si usavano e si regolamentavano le automobili costituiva una finestra sul capitalismo stesso del 20° secolo – uno sguardo d’insieme su come il sociale, il politico e l’economico si intrecciavano ed entravano in collisione.
Adesso, in un periodo caratterizzato dalla finanziarizzazione e dalla globalizzazione, nel quale la “informazione” è la regina, l’idea che una qualche merce possa definire un’epoca potrebbe apparire antiquata. Ma le merci oggi non sono meno importanti, e le relazioni delle persone con queste merci rimangono centrali ai fini della comprensione della società. Se l’automobile è stata fondamentale per comprende l’ultimo secolo, lo smartphone è la merce che definisce la nostra epoca.
Al giorno d’oggi le persone perdono parecchio tempo con i loro telefoni cellulari. Durante il giorno, lo controllano continuamente e se lo tengono sempre vicino al proprio corpo. Ci dormono accanto, lo portano in bagno, e lo guardano mentre camminano, mangiano, studiano, lavorano, mentre aspettano e mentre guidano. Il 20% dei giovani adulti ammette di controllare il proprio telefono perfino mentre fanno sesso.
Qual è il significato del fatto che le persone sembra che abbiano un cellulare in mano o in tasca dovunque vadano, per tutto il giorno? Per capire la nostra presunta dipendenza collettiva dal cellulare, bisogna seguire il consiglio di Harry Braverman ed esaminare «da un lato la macchina, e dall’altro lato le relazioni sociali, e il modo in cui queste due cose si incontrano nella società».

Macchinari portatili
Le persone che lavorano all’Apple si riferiscono alla città di Shenzen, sede di montaggio della FoxConn, chiamandola “Mordor” – l’inferno della Terra di Mezzo di Tolkien. Com’è stato tragicamente rivelato dall’ondata di suicidi del 2010, l’appellativo appare essere solo una lieve esagerazione per quel che riguarda le fabbriche dove i giovani lavoratori cinesi assemblano Iphones. La catena di rifornimenti dell’Apple collega colonie di ingegneri del software con centinaia di fornitori di componenti in Nord America, Europa ed Asia Orientale – Gorilla Glass dal Kentucky, coprocessori di movimento dall’Olanda, circuiti fotografici da Taiwan, e moduli di trasmissione dal Costarica si incanalano attraverso decine di impianti di montaggio in Cina.
Le tendenze simultanee del capitalismo a creare e distruggere inducono mutazioni costanti nelle reti globali di produzione, e dentro queste reti nuove configurazioni di potere corporativo e statale. Precedentemente erano dominanti le catene di rifornimento orientate dal produttore, esemplificate da industrie come quelle dell’automobile e dell’acciaio. Persone come Lee Iacocca ed il leggendario Boeing Bill Allen decidevano cosa fare, dove farlo, e a quanto venderlo.
Ma con l’intensificarsi delle contraddizioni economiche e politiche del boom del dopoguerra, negli anni 1960 e 1970, sempre più paesi del Sud del mondo hanno adottato strategie orientate all’esportazione, al fine di raggiungere i loro obiettivi di sviluppo. È emersa un nuovo tipo di catena di rifornimento (soprattutto nelle industrie leggere, quali il vestiario, i giocattoli e l’elettronica) nelle quali, al posto dei costruttori, sono i rivenditori a tenere le redini. In questi modelli orientati verso l’acquirente, compagnie come la Nike, Liz Clairborne e Walmart progettano merci, comunicano i loro prezzi ai produttori, e spesso come mezzi di produzione posseggono poco più del loro brand redditizio.
Nella catena degli Smartphone, potere e governance sono localizzati in molteplici punti e la produzione ed il design sono profondamente integrati su scala globale. Ma le nuove configurazioni di potere tendono a rafforzare le esistenti gerarchie di ricchezza: i paesi poveri e quelli a medio reddito tentano disperatamente di muoversi verso posizioni più lucrative attraverso lo sviluppo di infrastrutture e per mezzo di accordi commerciali, ma le opportunità di attualizzazione sono poche e distanti fra loro, e la natura globale della produzione rende estremamente difficile la lotta dei lavoratori per ottenere condizioni e salari migliori.
I minatori congolesi di coltan sono separati dai dirigenti della Nokia assai più che da un oceano – sono divisi dalla storia e dalla politica, dalla relazione dei loro rispettivi paesi con la finanza, e da barriere allo sviluppo vecchie di decenni, molte delle quali affondano le loro radici nel colonialismo.
La catena del valore dello smartphone è una mappa efficace dello sfruttamento globale, delle politiche commerciali, dello sviluppo diseguale, e dell’abilità logistica, ma il significato più profondo di questo dispositivo risiede altrove. Per scoprire i sottili cambiamenti avvenuti nell’accumulazione, illustrate e facilitate dallo smartphone, dobbiamo allontanarci dal processo nel quale le persone usano macchinari per creare cellulari, e focalizzarci sul processo nel quale usiamo il cellulare in sé come una macchina.
Considerare il cellulare una macchina è, per alcuni aspetti, immediatamente intuitivo. Di fatto, la parola cinese per cellulare è “shouji”, ovvero “apparecchio portatile”. Le persone di solito usano i loro apparecchi portatili come userebbero qualsiasi altro utensile, soprattutto sul luogo di lavoro. La domanda neoliberista per ottenere lavoratori flessibili, mobili e connessi li rende essenziali.
L’estensione della giornata lavorativa attraverso gli smartphone è diventata talmente diffusa e nefasta che ha innescato una lotta da parte di gruppi di lavoratori. In Francia, i sindacati e le imprese tecnologiche hanno firmato un accordo nell’aprile 2014 che riconosce il “diritto alla disconnessione” di  250mila lavoratori del settore alla fine della giornata lavorativa, mentre in Germania si sta valutando una legislazione che proibisca email e chiamate finito il lavoro. Il ministro del lavoro tedesco, Andrea Nahles, ha detto ad un giornale tedesco che «è innegabile che esiste una connessione fra disponibilità permanente e malattie psicologiche».
Lo smratphone ha anche facilitato la creazione di nuovi tipi di lavoro e nuove forme di accesso al mercato del lavoro. Nel “mercato dei lavoretti”, compagnie come TaskRabbit e Postmates hanno costruito il loro modello di affrari sfruttando per mezzo degli smartphone la forza “lavoro distribuita”.
La TaskRabbit mette in contatto persone che preferiscono evitare la fatica di svolgere le proprie attività domestiche con persone che sono abbastanza disperate da fare lavoretti a pagamento. Quelli che vogliono che vengano svolte attività, come lavare i piatti o pulire la casa dopo la festa di compleanno di un bambino, si connettono con i “taskers”, usando l’app di TaskRabbit.
Ci aspetta che i cottimisti monitorino continuamente i loro cellulari in cerca di potenziali servizi (il tempo di risposta decide chi ottiene il lavoro); i consumatori possono sollecitare o cancellare il tasker che sta facendo altre cose; e dopo che ha svolto il suo compito, il cottimista può essere pagato direttamente attraverso il cellulare.
Mentre Postmates – il prediletto dell’economia dello spettacolo – è la nuova promessa del mondo degli affari, soprattutto dopo che quest’anno la Spark Capital gli ha iniettato 16 milioni di dollari. Postmates tiene traccia dei suoi “messaggeri” in città come Boston, San Francisco, New York usando un app del cellulare sui loro Iphone mentre corrono per rifornire case ed uffici di taco artigianali e di latte e vaniglia senza zucchero. Quando appare una nuova consegna, l’app trova il messaggero più vicino, che deve rispondere immediatamente e completare la missione entro un’ora per poter essere pagato.
I messaggeri che non vengono riconosciuti essere impiegati di Postmates, sono meno entusiasti rispetto a Spark. Ricevono 3 dollari e 75 cent per ogni consegna, più la mancia, e dal momento che sono classificati come imprenditori indipendenti, non sono protetti dalle leggi sul salario minimo.
In questo modo, i nostri macchinari portatili si inseriscono senza problemi nel mondo moderno del lavoro. Lo smartphone facilita modelli di occupazione contingente e di auto-sfruttamento collegando lavoratori e capitalisti senza i costi fissi e senza l’investimento emotivo dei tradizionali rapporti di lavoro.
Ma lo smartphone è molto più che un pezzo di tecnologia per il lavoro salariato – diventa parte della nostra identità. Quando usiamo i nostri cellulari per inviare messaggi di testo ad amici ed amanti, postare commenti su Facebook, o vagare per le nostre timeline su Twitter, non stiamo lavorando – ci stiamo rilassando, ci divertiamo, stiamo creando. Eppure, collettivamente, attraverso queste piccole azioni, finiamo per produrre qualcosa di unico e carico di valore: noi stessi.

Il Sé in vendita
Erving Goffman, un influente sociologo statunitense, si è interessato all’Io e al come gli individui producevano ed interpretavano il proprio Io attraverso l’interazione sociale. Lui stesso ammetteva di essere un po’ “shakesperiano” – per lui «tutto il mondo è un palcoscenico». Sosteneva che le relazioni sociali possono essere pensate come performance, e che le performance delle persone variano a seconda del loro pubblico.
Noi mettiamo in scena questi spettacoli dal “centro del palcoscenico” per le persone – conoscenti, colleghi di lavoro, parenti cui piace dare un giudizio – che vogliamo impressionare. Questi spettacoli danno l’impressione che le nostre azioni «hanno in sé certi modelli». Convincono il pubblico che siamo davvero quel che siamo: un essere umano morale, intelligente e responsabile.
Ma le performance dal centro del palco posso essere pericolose e sono frequentemente compromesse da errori – le persone dicono qualcosa di imbarazzante, di inappropriato, leggono male i segnali sociali, hanno un pezzettino di spinaci sui denti, o vengono scoperti mentre stanno mentendo. Goffman era affascinato da quanto lavorassimo duramente per perfezionare e migliorare le nostre performance dal centro del palco e quanto frequentemente fallissimo in questo.
Lo smartphone è un dono di Dio per quanto riguarda gli aspetti drammaturgici della vita. Ci permette di gestire con precisione maniacale l’impressione che diamo agli altri. Anziché parlare con questo o con quello, possiamo inviare messaggi di testo, pianificando in anticipo le nostre battute e le nostre strategie di elusione. Possiamo mostrare il nostro gusto impeccabile su Pinterest, le nostre superiori capacità genitoriali su CafeMon, ed il nostro fiorente talento artistico su Instagram, tutto in tempo reale.
Recentemente la rivista “New York” ha pubblicato un articolo sulle quattro persone più desiderabili della città di New York secondo OkCupid. Questi individui hanno creato dei profili di incontro talmente attrattivi che oro sono bombardati da attenzioni e sollecitazioni piccanti – i loro cellulari vibrano continuamente di messaggi di potenziali amanti. Tom, uno dei quattro, aggiusta con regolarità il proprio profilo, mandando nuove foto e riscrivendo la sua auto-descrizione. Ha anche usato il servizio di ottimizazzione del profilo, MyBestFace, di OkCupid.
Tom afferma che nella nostra attuale «cultura dei like» un simile sforzo è necessario. Considera il suo profilo su OkCupid come «una estensione di sé stesso»: «voglio apparire così di bell’aspetto e pulito come se fossi appena uscito dal bagno».
L’incredibile successo dei social media e la loro rapida adozione da parte delle persone al fine di produrre e mettere in scena il loro Io sta dando origine all’emergere di nuovi rituali di interazione mediati tecnologicamente. Ora, gli smartphone sono centrali per il modo in cui «gestiamo, manteniamo, ripariamo e rinnoviamo relazioni, così come… lottiamo o resistiamo».
Prendiamo i rituali del testo, che con tutta la loro complessità e tutte le regole non scritte, ora svolge un ruolo di comando nelle dinamiche di relazionamento della maggioranza dei giovani adulti. Non c’è bisogno di lasciarsi andare alla nostalgia tossica per ammettere che i nuovi rituali, tecnologicamente mediati, stanno dislocando o alterando radicalmente le vecchie convenzioni.
Generare, gestire e mantenere digitalmente delle relazioni attraverso lo smartphone è qualcosa di diverso dall’utilizzare il telefono per portare a termine compiti associati al lavoro salariato. Agli individui non viene pagato un salario per il loro profilo Tinder o per caricare le foto delle loro avventure di fine settimana su Snapchat, ma i sé ed i rituali che producono sono certamente in vendita. Indipendentemente dalle intenzioni, quando una persona usa il proprio smartphone per connettersi con altre persone e con la comunità digitale immaginata, diventa sempre più probabile che il risultato del loro lavoro d’amore venga venduto come una merce.
Aziende come Facebook sono pionieri nel raccogliere e vendere i sé digitali. Nel 2013, Facebook aveva 945 milioni di utenti che accedevano al sito per mezzo dei loro smartphone. In quell’anno ha realizzato l’89% delle sue entrate grazie alla pubblicità, metà della quale proveniva da pubblicità sui cellulari. L’intera sua architettura è progettata al fine di guidare la produzione di profili digitali attraverso una piattaforma che li renda vendibili.
È questo il motivo per cui hanno istituito la loro politica dei “nomi veri”: «fingere di è essere qualcos’altro o un’altra persona non è consentito.» Facebook esige che l’utente usi nomi legali di modo che sia facile monitorare la corrispondenza fra l’identità corporea e quella digitale, affinché i dati prodotti da – e collegati a – un essere umano reale siano più redditizi.
Gli utenti del sito di incontri OkCupid acconsentono ad un tale scambio: «dati per un incontro». Sul sito, le aziende terze rimangono in secondo piano, raccogliendo le foto degli utenti, le loro opinioni religiose e politiche, e perfino i romanzi di David Foster Wallace che dicono di amare. I dati poi vendono venduti agli inserzionisti, che creano annunci personalizzati e diretti ad “obiettivi” specifici.
Il gruppo di persone che hanno accesso ai dati di OkCupid è straordinariamente grande – OkCupid, insieme ad altre aziende come Match e Tinder, appartiene alla IAC/InterActiveCorp, il sesto più grande network del mondo. Creare un profilo su OkCupid può o non può produrre un amore, ma sicuramente produce dei profitti aziendali.
Si sta diffondendo l’idea che i nostri Io digitali sono ormai delle merci. Laurel Ptak, professore alla New School, recentemente ha pubblicato un manifesto dal titolo “Salari per Facebook”, e nel marzo del 2014 Paul Budnitz e Todd Berger hanno creato ELLO, un’alternativa a Facebook che ha avuto una fugace popolarità.
Ello proclama: «Riteniamo che una rete sociale possa essere uno strumento di autoaffermazione. Non uno strumento per ingannare, costringere e manipolare – ma un luogo per connettere, creare e celebrare la vita. Tu non sei un prodotto.» Ello promette di non vendere i tuoi dati agli inserzionisti, almeno per ora. Si riserva il diritto di poterlo fare in futuro.
Tuttavia, le discussioni sul commercio delle identità digitali da parte di aziende che si muovono nella zona grigia del mercato e le discussioni sui giganti della Silicon Valley, di solito sono separate dal dibattito intorno alle condizioni di lavoro sempre più sfruttate o intorno al fiorente mercato del lavoro precario e degradante. Ma tutti questi non sono fenomeni separati – sono strettamente connessi, sono tutti pezzi nel medesimo puzzle del capitalismo moderno.

iMercifico
Il capitale ha bisogno di riprodursi e di generare nuove fonti di profitto nel tempo e nello spazio. Ha bisogno costantemente di creare e rafforzare la separazione fra lavoratori salariati e proprietari di capitale, di aumentare il valore che estrae dai lavoratori, e di colonizzare nuove sfere di vita sociale per creare merci. Il sistema, e le relazioni che lo compongono, è in continuo movimento.
L’espansione e la riproduzione del capitale nella vita quotidiana e la colonizzazione di nuove sfere di vita sociale da parte del capitale non sempre sono evidenti. Pensare sullo smartphone ci aiuta a mettere insieme i pezzi sul perché il dispositivo in sé faciliti e sottenda a nuovo modelli di accumulazione.
L’evoluzione del lavoro negli ultimi trent’anni si è caratterizzata per un certo numero di tendenze – l’allungamento della giornata e della settimana lavorativa. il declino dei salari reali, la riduzione o l’eliminazione dal mercato delle protezioni non-salariali (le pensioni fisse, le norme sulla salute e la sicurezza), la proliferazione del lavoro part-time ed il declino dei sindacati.
Allo stesso tempo, sono cambiate anche le norme in materia di organizzazione del lavoro. Hanno proliferato modelli di lavoro temporaneo e a progetto. Non è più previsto che gli imprenditori assicurino la garanzia del posto di lavoro o degli orari regolari, e i dipendenti non si aspettano più queste cose. Ma il degrado del lavoro non è un dato di fatto. Lo sfruttamento crescente e la pauperizzazione sono tendenze, non risultati inevitabili fissati dalle regole del capitalismo. Sono il risultato di battaglie perdute dai lavoratori e vinte dai capitalisti.
L’uso generalizzato dello smartphone per estendere la giornata lavorativa e per espandere il mercato dei lavori “di merda” è un risultato dovuto alla debolezza sia dei lavoratori che dei movimenti della classe operaia. La coazione e la buona volontà da parte di un numero crescente di lavoratori ad impegnarsi con gli imprenditori per mezzo dei loro cellulari, normalizza e giustifica l’utilizzo degli smartphone in quanto strumento di sfruttamento, e solidifica la disponibilità continua come requisito per poter ricevere un salario.
A prescindere dalla grande recessione, i tassi di profitto aziendale sono aumentati costantemente a partire dalla fine degli anni 1980, e non solo come effetto della capacità del Capitale (e dello Stato) a fare arretrare le conquiste del movimento operaio. L’estensione dei mercati globali si è ampliata ed approfondita, e lo sviluppo di nuove merci è aumentato a ritmo sostenuto.
L’espansione e la riproduzione del Capitale dipende dallo sviluppo di queste nuove merci, molte delle quali emergono dalla spinta incessante del capitale a cercare nuove sfere di vita sociale per il profitto o, come dice l’economista politico Massimo De Angelis, «mettere al lavoro [queste sfere] per le priorità e le urgenze [del capitale]».
Ai fini di questo processo, lo smartphone è centrale. Fornisce un meccanismo fisico per permettere l’accesso costante ai nostri Io digitali ed apre una nuova frontiera quasi inesplorata alla mercificazione.
Gli individui non ricevono salari per creare e mantenere avatar digitali – sono pagati con la soddisfazione di partecipare a rituali, e con la concessione di controllare le loro interazioni sociali. Sono pagati per mezzo della sensazione di fluttuare nella vasta connettività virtuale, anche se i loro dispositivi portatili misurano i loro legami sociali, aiutando le persone ad immaginarsi unite mentre vengono mantenute separate come entità produttrici distinte. La natura volontaria di questi nuovi rituali non fa sì che siano meno importanti, o meno redditizi per il Capitale.
Braverman ha detto che «il capitalista trova nel carattere infinitamente malleabile del lavoro umano la risorsa essenziale per l’espansione del suo capitale». Gli ultimi trent’anni di innovazioni dimostrano la verità di quest’affermazione, ed il cellulare è emerso come uno dei meccanismi primari per attivare, connettere e canalizzare la malleabilità del lavoro umano.
Lo smartphone assicura che una parte sempre maggiore della nostra vita da svegli sia dedicata alla produzione. Cancella il confine fra lavoro e tempo libero. Ora gli imprenditori hanno accesso quasi illimitato ai loro dipendenti, e in misura sempre maggiore anche conservare un lavoro precario e mal pagato dipende dalla abilità di rimanere sempre disponibili e pronto a lavorare. Allo stesso tempo, gli smartphone offrono alle persone accesso mobile costante ai beni comuni digitali e alla loro nebulosa etica della connettività, ma solo in cambio delle loro identità digitali.
Lo smartphone rende confuso il confine fra produzione e consumo, fra sociale ed economico, fra il pre-capitalista ed il capitalista, garantendo che, a prescindere dal fatto che uno usi il proprio telefono per lavoro o per svago. il risultato sia sempre più lo stesso – il profitto per i capitalisti.
L’arrivo dello smartphone significa il momento Debordiano in cui la merce ha portato a termine la sua «colonizzazione della vita sociale»? È vero che non solo la nostra relazione con le merci è più facile da vedere, ma anche che «le merci sono tutto quel che c’è da vedere?»

Potrebbe sembrare che stia calcando la mano. L’accesso ai social network e la connettività digitale per mezzo dei telefono cellulari ha indubbiamente degli elementi liberatori. Lo smartphone può contribuire alla lotta contro l’anomia e a promuovere un senso di consapevolezza ambientale, mentre allo stesso tempo rende più facile alle persone costruire e mantenere rapporti reali.
Una connessione condivisa attraverso avatar digitali può anche alimentare resistenze nei confronti delle esistenti gerarchie di potere, i cui meccanismi interni isolano e riducono al silenzio gli individui. È impossibile immaginare le proteste scoppiate a Ferguson e la brutalità della polizia senza gli smartphone e i social media. E, in ultima analisi, la maggioranza delle persone non è ancora costretta ad usare lo smartphone per lavorare, e certamente non viene loro richiesto che mettano in scena un loro avatar per mezzo della tecnologia. La maggioranza potrebbe gettare a mare il proprio telefono anche domani, se volesse.
Ma non vogliono. La gente ama i loro dispositivi portatili. Comunicare soprattutto per mezzo degli smartphone sta rapidamente diventando una norma accettata, e sono sempre più i rituali che stanno diventando tecnologicamente mediati. La connessione costante alle reti e le informazioni che traiamo dal cyberspazio, sta diventando centrale ai fini dell’identità. È questo il motivo per il quale è in atto una speculazione labirintica.

Forse, come suggerisce Ken Hills, esperto di tecnologia e media, è solo un’altra maniera di «evitare il Vuoto e la mancanza di senso dell’esistenza?» Oppure, come ha recentemente pensato Roxane Gay, insegnante e scrittrice, la nostra capacità di manipolare i nostri avatar digitali costituisce un balsamo per il nostro profondo senso di impotenza di fronte all’ingiustizia e all’odio?
O ancora – come si chiede Amber Case, guru tecnologico – ci stiamo trasformando tutti in cyborg?

Probabilmente no – ma ciò dipende da come si definisce cyborg. Se un cyborg è un essere umano che usa un pezzo di tecnologia o una macchina per ripristinare funzioni perdute o per aumentare capacità e conoscenza, allora è da tempo che le persone sono cyborg, e usare uno smartphone non è diverso dall’uso di una protesi, dal guidare un’automobile, o dal lavorare ad una catena di montaggio.
Se si definisce cyborg una società come quella in cui le relazioni umane sono mediate e modellate dalla tecnologia, allora la nostra società risponde sicuramente a tali criteri, e i nostri cellulari svolgono un ruolo centrale in tutto questo. Ma il nostro relazionarci e i nostri rituali è da tempo che sono mediati dalla tecnologia. L’affermarsi di centri urbani di massa – centri di connettività e di innovazione – non sarebbe stato possibile senza le ferrovie e le automobili.
Macchinari, tecnologia, reti, e informazioni non dirigono o organizzano la società – le persone, lo fanno. Siamo noi che facciamo cose e le usiamo secondo quella che è la rete esistente di relazioni sociali, economiche, politiche e quello che è l’equilibrio di potere.
Lo smartphone, e la forma in cui modella e riflette le relazioni sociali esistenti, non è più metafisico di quanto lo fosse il Ford Ranger che un tempo veniva sputata fuori dalla catena di montaggio ad Edison, New Jersey. Lo smartphone è tanto una macchina quanto una merce. La sua produzione è una mappa del potere, della logistica, e dello sfruttamento globali. Il suo utilizzo dà forma e riflette lo scontro perenne fra l’azione totalizzante del capitale e la resistenza da parte del resto di tutti noi.
Allo stato attuale, la necessità da parte dei capitalisti di sfruttare e mercificare viene rafforzata dal modo in cui gli smartphone vengono prodotti e consumati, ma i profitti del capitale non sono mai sicuri e inattaccabili. Devono essere rinnovati e difesi ad ogni passo. Noi abbiamo il potere di contestare il profitto del capitale, e dovremmo farlo. Forse, lungo la strada i nostri telefoni ci potranno servire.

–  Nicole M. Aschoff –  Pubblicato sulla rivista Jacobin, nel marzo del 2015