La società ruvida e il popolo plastilina

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti
Fonte: facebook

di Alfredo Morganti – 16 marzo 2015

Se oggi c’è una cosa che quasi più nessuno tenta di indagare, traversare e rappresentare, questa è proprio la ruvida fenomenologia del sociale. Si sceglie, in alternativa, di ricorrere a una nozione ad hoc di ‘popolo’ quale surrogato politico-mediale di questa frammentata fenomenologia che si chiama società. Una categoria astratta che ritaglia la ‘base’ a propria immagine, e che la politica utilizza per giustificare comunque la propria assenza. Tutto ciò è causa ed effetto assieme dell’abisso che oggi separa lo Stato dai cittadini, le istituzioni dalla società. Evocare il ‘popolo’ (qualunque esso sia) è come lasciare inalterate la distanza della società dalle istituzioni, mentre le si accorcia solo mediaticamente o sentimentalmente. Le figure vere restano sullo sfondo, emergono invece le figurine tv, gli avatar in rete, le immagini mitiche di una società appiattita, pronta a obbedire al comando dei sondaggi.

Più che ‘fare la società con al politica’, più che ‘produrre’ il popolo, come sento dire, bisognerebbe al contrario produrre politica con la società. Uso, a questo proposito, l’immagine che oggi Raniero La Valle propone sul Manifesto per indicare il carattere della riforma del papato avviata da Francesco. Con lui, scrive La Valle, il papa torna “in mezzo al popolo, come uno dei fedeli, come un pastore che non solo sta in testa al gregge, ma anche sta in mezzo e dietro al gregge, perché le pecore hanno il fiuto per capire la strada e per indicare il cammino”. In mezzo e dietro, non solo davanti, e non mediaticamente, non per generici richiami, ma concretamente. In mezzo e dietro, dunque. Altro che produrre ‘popolo’, altro che tenersi alla larga dalla ruvidezza sociale. Qui La Valle dice che stare dietro è persino il modo migliore per stare avanti e per guidare-governare i processi, alimentando questa capacità con la conoscenza effettiva delle condizioni sociali.

D’altronde, alla crisi della rappresentanza si dovrebbe rispondere potenziando la rappresentanza stessa, non ricorrendo a nuove regole ultramaggioritarie che verticalizzano il potere e spalancano, ancor di più, l’abisso tra politica e società. Anzi. Più che ‘rappresentare’ (che vuol dire farsi un’immagine di qualcosa) si dovrebbe ‘presentare’, che vuol dire invece porre finalmente innanzi a sé concretamente la cosa, e affrontare di petto la ruvidezza sociale, anzi starci in mezzo, come diceva La Valle, o meglio dietro. Perché per governare serve una prossimità, non la distanza siderale. Serve scambiare informazioni ed esperienze, non tramutare il sociale in un ‘popolo’ mediatico apparentemente vicino, ma di fatto sempre più lontano. Un ‘popolo’ manipolabile e sottoponibile alle rigide regole della costruzione del consenso. Un ‘popolo’ utile solo a vincere le elezioni e poi si vedrà. Non scambiamo, perciò, il blocco sociale, cha va costruito giorno per giorno mediante proposte politiche azzeccate, col popolo che si vorrebbe invece ‘produrre’ o plasmare come plastilina. Scorgo troppa volontà di potenza in tutto questo, da parte della politica, ma anche (e paradossalmente) tanto velleitarismo, vista la sua attuale ed evidente fiacchezza. Direi anzi che volontà di potenza e velleitarismo sono, in fondo, facce distinte della medesima crisi.

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