La stazione Molise

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di MINO DENTIZZI, 1 dicembre 2018

Il Molise è come una stazione di treni, un terminal di autobus, allo stesso tempo regione di partenza e regione di arrivo. Nell’epoca attuale è difficilissimo capire il Molise (ma non solo questo) e darsi da fare in modo logico e ragionevole per la trasformazione della società se non si considerano i fenomeni migratori, le loro origini, i loro effetti.

Il Molise, dunque, è una stazione: ci sono persone che partono e persone che arrivano.

Il Molise nuovamente è divenuto terra di emigrazione. L’esodo verso altre Regioni o Nazioni, che si riteneva ormai terminato negli anni Settanta, è ripreso a partire dal 1990 prima lentamente per poi divenire di nuovo un fenomeno di massa con la crisi economica cominciata nel 2008. Solo nel 2017 sono emigrate dal Molise quasi 7 mila persone di persone, il 13% delle quali sono andate all’estero. Più della metà circa sono giovani e la metà di queste persone quasi sicuramente non tornerà. Vanno via giovani che s’iscrivono nelle Università del Centro-Nord, laureati che non riescono a trovare posti di lavoro consoni agli studi effettuati, operai, contadini, precari, inoccupati. Diversamente dagli emigrati del secolo scorso, questi non spediscono i loro guadagni nella nostra Regione, non acquistano terreni o abitazioni nei loro comuni di provenienza; casomai avviene il contrario: sono loro che vivono fuori regione con sostegni economici dei parenti che hanno lasciato in Molise.

Se si valuta la spesa per consumi privati attivata dagli studenti molisani che studiano al Centro-Nord per gli alloggi e per le principali voci del costo della vita (prodotti alimentari, fornitura di acqua, energia e gas, spese sanitarie, trasporti e comunicazioni) il valore complessivo che è trasferito dal Molise al Nord è di almeno 25 milioni ogni anno.

Il Molise è una stazione e ci sono. oltre alle partenze, gli arrivi, quindi, non solo terra di emigrazione, ma anche di immigrazione e di passaggio.. Ci sono oggi in Molise circa 14.000 cittadini stranieri. Circa il 30% degli stranieri sono Rumeni, e un altro 15% per cento cittadini di Paesi dell’Europa Orientale, un 10% proviene dal Marocco, poi Nigeriani, Indiani, Pakistani, Senegalesi, Cinesi ecc. Sono badanti, operai agricoli, commercianti, ma per molti di loro il Molise è solo terra di transito per altre destinazioni.

Tra coloro che partono e coloro che arrivano c’è chi è  in attesa, sta, aspetta, soprattutto giovani, speranzosi in qualcosa pur sapendo la fatica di rimanere in un territorio dove le possibilità di lavoro e realizzazione sono ridotte ai minimi termini. Le famiglie con difficoltà economiche secondo i dati Istat sono in Molise circa il 20% del totale. In Molise, come in gran parte del Sud, ricerca di occupazione significa lavoro nero, precario, sfruttato, raccomandazioni, clientelismo.

Da questa situazione nasce il crescente consenso riservato prima al Movimento 5 stelle e ora, secondo i sondaggi, alla Lega. Il motivo è semplice: il Molise è lo scenario perfetto per una guerra tra poveri giustificata dalla percezione dello straniero migrante come minaccia. I disgraziati che arrivano sono oggetto di rapporti di lavori ai confini della schiavitù (permessa, disciplinata e quasi mai smascherata), che alterano il mercato del lavoro e incoraggiano la criminalità. Ai migranti i molisani più poveri guardano con rancore; mentre il ceto medio, timoroso dei propri patrimoni e atterrito da eventuali turbamenti sociali che mettano in crisi uno stabile, seppure in calo, benessere economico. Il reddito di cittadinanza poi è solo un aggiuntivo specchietto per le allodole per contenere ipotizzabili opposizioni: una manovra tranquillizzante di contenimento.

Il destino della regione Molise, però, non si misura con il metro dei decreti e del facile consenso, ma con la qualità e la tenuta delle relazioni e delle pratiche che tutti quelli che vivono in questa Regione saranno capaci di alimentare e tenere salde. Solo con un costante e impegnativo lavoro d’intreccio si scorge l’opportunità, per niente sicura di una nuova comunità politica, con piena coscienza interculturale, in grado di intendere le questioni complesse e di farvi fronte con praticità, fuori dalle ideologie.