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La storia, la scuola, la società. Omaggio a Gino Bartali

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Autore originale del testo: Franco Cardini

di Franco Cardini  24 giugno 2019

Peccato che oggi le maestre non facciano più imparar a memoria le poesie. Per generazioni se ne sono tratti versi e parole che poi si depositavano nella memoria e nell’inconscio e finivano col formare una rete sottile e impalpabile, eppure forte e rigorosa, d’idee e d’immagini. Sarà perché questo patrimonio (a un certo punto cancellato in quanto fior di pedagogisti e di psicologi lo giudicarono “puro nozionismo”) è ormai svanito che i giovanissimi hanno tante difficoltà a uscire con la loro fantasia dagli stereotipi che un’informatica e una telematica tirannicamente invadenti propongono loro. Chi è prigioniero del Trono di Spade non riuscirà mai neppure a immaginare con quante e quali variabili si potesse immaginare il martirio di Rolando a Roncisvalle.

E ora, indirizzandomi ai vecchietti miei coetanei, vorrei chieder loro conferma di quanto si sentano ad esempio debitori del buon caro insopportabile Giovanni Pascoli per un verso, uno solo, di una di quelle sue poesie strappalacrime che si dovevano imparare a memoria. La storia di due fanciulletti che si azzuffano e che vengono puniti: a letto, al buio, senza cena. Ma che avevan fatto, i poverini? Niente: il fatto è ch’era nato fra loro un incidente “nel gioco, serio al pari d’un lavoro”.

Proprio così. Il gioco, che superficialmente s’immagina lieve, scherzoso, spensierato, ha una sua serietà rituale, quasi tragica. Non a caso si può perfino morire: nel gioco e per il gioco. Ce l’ha insegnato un grande padre intellettuale dell’Europa, l’olandese Johan Huizinga, in un saggio dal titolo Homo ludens, titolo severo e irremissibile. Proprio così: Homo ludens: una categoria altrettanto importante di quelle di Homo cogitans, Homo patiens, addirittura Homo necans.

L’italiano è una gran bella e ricchissima lingua: ma spesso ci sorprende per la sua mancanza di precisione analitica. Per esempio, non esiste un sinonimo di “gioco” che sia abbastanza efficace, che ci aiuti a penetrare le infinite variabili del gioco stesso. Come si fa a indicare con lo stesso vocabolo una partita a scacchi, un set di tennis, un dumasiano appuntamento per un duello “all’alba, dietro la chiesa dei carmelitani”, una gara ciclistica, una partita di pallone, una serata trascorsa costruendo un modellino di reattore in miniatura, una schermaglia amorosa, un tumultuoso e litigioso giro di scopone? E la posta in palio, poi! C’è chi si suicida per un debito di gioco, c’è chi accoltella l’avversario per una carta nascosta sotto la manica. In ultima analisi, in un modo o nell’altro, giocando ci si gioca sempre e soprattutto l’onore. Anche la guerra, “la bella guerra” “igiene del mondo”, è stata salutata come un gioco: “questo gioco di adolescenti feroci”, la definiva Pierre Drieu la Rochelle.

L’inglese, lingua considerata povera e vòlta soprattutto alla pratica da chi ne conosce solo la superficie, ha per designare il gioco due termini entrambi colmi d’insondabili significati: play e game. Ma tra il leggero e gioioso atteggiamento divertito di chi pratica il primo e l’impegno teso fino allo spasimo e al rischio (talora il rischio della vita) di chi si dà al secondo la linea di separazione è incerta e impalpabile. “In fondo è solo un gioco!…”, s’intende spesso esclamare: è difficile immaginare una frase più sciocca. Si gioca per misurarsi, e si dice che non importa vincere bensì partecipare. Ma chi non ha conosciuto, anche solo una volta nella vita, l’ebbrezza della vittoria e la desolazione senza nome della sconfitta, non sa che cosa davvero sia vivere.

Ricordate le olimpiadi del ’36, il grande banco di prova di quella truce novità che si stava allora affacciando al palcoscenico d’Europa e che pure assumeva i caratteri, compresenti e contraddittòri, della barbarie civile e del progresso tecnologico, dell’abbrutimento servile e dell’entusiasmo carismatico? Dietro l’occhio profondo della sua macchina da presa, Leni Riefenstahl riusciva a cogliere i minimi sintomi d’entusiasmo, di speranza, di rancore, d’odio, di tensione, di delusione sul volto in apparenza immobile e impassibile del suo Führer man mano che i suoi occhi d’acciaio grigio coglievano la gloria dell’atleta ariano vittorioso o l’indicibile onta dell’umiliazione dei biondi giovani dèi dagli occhi azzurri battuti alla corsa da un animale color ebano uscito dalla profondità dell’Africa. Anche lui sorpreso come i bambini di Pascoli, intento in un gioco ch’era molto più serio di un lavoro, il gioco della Morte auspicata di un vecchio mondo e dell’Alba sognata di un nuovo mondo lucente e crudele come una spada, il mondo del Superuomo uscito dai laboratori della scienza, della crudele impassibile Natura che seleziona i migliori, dalle severe fabbriche operaie, dalle invincibili schiere della Wehrmacht…

Fino dalle Olimpiadi elleniche, dai ludi circenses romani, dalle corse dei cocchi a Costantinopoli, il gioco è somma prova e somma tragedia. Giocava anche il profeta Elia sul Carmelo, sfidando i tremila sacerdoti di Baal: erigete tanti altari quanti voi siete, sacrificate ai vostri dèi, se il fumo dei vostri sacrifici salirà dritto e sottile fino a loro avrete vinto; ma se dal mio solo piccolo altare l’aroma dell’agnellino che io sacrifico ascenderà invece prima e meglio delle vostre grasse vittime fino al mio Dio, allora sarò io a trionfare. E la posta sarà ancora una volta un sacrificio: ma umano. Elia trionfò e i sacerdoti di Baal, fedeli alla parola data, offrirono l’uno dopo l’altro la gola all’instancabile e implacabile profeta che li sgozzò tutti, uno per uno. Tremila.

Ma il gioco, talvolta, salva. Nell’Italia fascista era proibito discutere di politica: ma le riviste del tempo ci assicurano che ci si azzannava alla gola per problemi di estetica, come le discussioni accanite sulla poesia o sull’architettura moderna di allora sono lì a provare. E alla domenica, nei grandi stadi gloria del Regime come nei campetti delle piccole città, si giocava e magari al tempo stesso ci si picchiava trasferendo sui colori delle squadre di calcio quella violenza che, sul piano politico, lo stato-partito aveva monopolizzato.

La scuola ha reso omaggio all’anno degli esami di maturità al centenario della nascita di Gino Bartali, nato nel 1914, dedicandogli una “traccia”: con l’obiettivo di far parlare i ragazzi, anzitutto, del “Giusto fra le Nazioni” che in guerra salvò un grande numero di ebrei rischiando la propria vita. Ma, anche quando questo aspetto della sua vita non era noto, si diceva con insistenza che fosse un salvatore della patria.

La vittoria di Gino Bartali al giro di Francia, in quel pauroso 1948, in effetti ce la ricordiamo tutti. Pare che, tre anni dopo la fine d’una guerra ch’era stata anche civile, l’attentato a Palmiro Togliatti avesse di nuovo riportato gli italiani a quel gusto del sangue di cui, pur passata la tragedia, sembravano sazi. Ma Ginettaccio batté i francesi (“e i francesi ci rispettano – che le palle ancor gli girano…”, cantava anni dopo Enzo Jannacci), e nella strade e nelle piazze ci si abbracciò, scomparvero i rossi e i bianchi e i neri e ci si riscoprì abbracciandoci fratelli e tricolori.

Oggi al riguardo ne sappiamo qualcosa di più. Forse il vero deus ex machina dello scampato pericolo si chiamava non Bartali Gino bensì Jozip Vissarionovich Dzugasvili, che vestiva l’uniforme di maresciallo dell’Armata Rossa. Fu lui a far sapere ai comunisti italiani – a gente come Secchia e come Longo – che ormai i giochi erano fatti, i patti siglati e si sarebbero dovuti osservare: l’Europa, e con essa il mondo, erano stati inesorabilmente e definitivamente spartiti. Nessun cannone, nessun carro, nessun aereo sovietico avrebbe appoggiato una nuova rivoluzione che in Italia rimettesse in gioco l’ordine stabilito a Yalta. Bartali non c’entrava.

Ma da noi, settant’anni dopo, il mito, la paura, l’entusiasmo e l’illusione restano intatti. La gioia per quell’asso del pedale incontentabile (“…maicché, gliè tutto sbagliaho, gliè tutto da rifare…”) eppur generoso, il sollievo perché non si doveva tornare alle armi abbandonate solo pochi mesi prima. Tuttavia, anche la guerra ci affascinava. E conosciamo la magia di quel gioco che, fino dalla Grecia di Omero – ricordate i riti funebri attorno alla pira in fiamme del domatore di cavalli Ettorre? – non cessa di meravigliarci e di attrarci per la sua straordinaria serietà.

Gino, forse, nel ’48 non fece nessun miracolo. Del resto lui, cattolico di ferro, ai miracoli ci credeva sì: ma a quelli veri. Pare gli avessero telefonato da altissimo loco raccontandogli di vincere “in quell’ora difficile”, “per il bene del paese”: e sarà anche vero. Ma lui arie non se ne dava: era proprio così, come lo ha visto Jannacci: “Quel naso triste come una salita – quell’aria allegra da italiano in gita”.  E’ così che me lo ricordo quando avevo una decina d’anni ed ero bartaliano sfegatato: “Più bartaliano di me ‘un c’è nessuno”, gli dissi l’unica volta che lo incontrai, in mezzo alla gente che applaudiva, nel corridoio di un treno di terza classe che tornava da nonsoddove. E Ginettaccio me lo ricordo ancora come lo vedevo al cinema in quegli anni senza TV: accigliato e sudato, con la sua inseparabile “Legnano” prima di lanciare le sue “Bartali”;  e, quando non era in maglietta, con un eterno modesto doppiopetto bigio e il distintivo dell’Azione Cattolica all’occhiello della giacca. Gli ebrei salvati durante la guerra, lo scontro civile evitato nel ’48: ce n’è abbastanza per annoverarlo fra i Padri della Patria, accanto al suo concittadino Dante che di profilo un po’ gli somigliava.

Magari non è che le cose siano andate proprio come si raccontano. Ma questo è uno dei miti della nostra cara vecchia Italia che non c’è più: quella di Peppone e di don Camillo, dei films di Totò, delle primissime TV che si andavano a vedere nei bar, delle Parrocchie e delle Case del Popolo dove in fondo si facevano quasi le stesse cose (le tombole, i ping-pong, le cene di beneficenza…) e che si somigliavano tanto, bandiere distintivi e ritratti a parte. Cara vecchia Italia, “umìle Italia” già scassata forse (lo era dal 1861) e povera senza dubbio, piena di preti e di comunisti, con tante magagne eppure incommensurabilmente più pulita e meno imbecille e miserabile di oggi…