La strage, lo strame e il letame

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Autore originale del testo: Fausto Anderlini

La mattina del 2 agosto del 1980 presi il treno alle 6,30, sul binario uno, con direzione Milano, dove a Linate mi aspettava un charter per New York (il mio primo volo intercontinentale). Siccome allora si viaggiava senza cellulari, carte di credito e altra diavoleria tecnologica e neppure si telefonava a casa o si leggevano i giornali per diversi giorni non seppi nulla della strage né anche in seguito feci mai caso al fatto d’esservi scampato per sole tre ore. Solo più avanti, quando vidi l’hotel Regis di Città del Messico dove avevo alloggiato qualche giorno prima accartocciato su se stesso in seguito al terremoto capii che ero immortale. Inconsapevolmente invulnerabile. Ogni luogo che frequentavo era interessato a una catastrofe sincronizzata sui miei dintorni di tempo, ma sempre con qualche scarto decisivo rispetto al bersaglio.

Dopo, per un buon numero di anni non ho partecipato al rito commemorativo perché il due agosto ero sempre da qualche altra parte del mondo. Una situazione strana ed estraniante. Per quanto il tragico evento mi avesse sfiorato così da vicino esso era per me un dato di cronaca politica o un pericolo scampato a mia insaputa come tale nè vissuto né commemorabile.

Poi, in epoca berlusconiana cambiai le mie routines vacanziere sicchè da un certo punto in avanti, almeno per un quarto di secolo, ho partecipato a tutte le commemorazioni. Vivendone la mistica collettiva, la passione, l’ira e la commozione. Con l’avvento dei post-fascisti al governo la massa rituale prese uno slancio inaudito. Un corpo estatico carico di sdegno. E più si vociferava di mettere fine allo scandalo di una cerimonia che spesso degenerava fra fischi e invettive, più la massa dei partecipanti stringeva il proprio patto identitario. Nessuno avrebbe potuto toccare il format del due agosto: i gonfaloni che scendono da piazza nettuno fra ali di folla, dietro la schiera solenne dei familiari e poi il corteo di popolo: podisti, ciclisti, l’anpi, i sindacati, i centri sociali, la gente di sinistra. La città. Fino a quella sirena che annuncia un minuto di silenzio che dura un’eternità, nel quale i vivi si congiungono coi caduti, come fosse accaduto adesso, e che termina con un applauso che mette i brividi. E che vuol dire questo: ‘Non ci avrete mai. Siamo immortali’.

I comunisti erano tutt’uno con la città. Entrambi si trasferivano qualità forgiando una identità. Al di là delle implicazioni geopolitiche e logistiche credo che il movente immediato che armò la mano degli assassini fu questo: l’odio verso la città comunista. E l’invidia. Perché Bologna aveva di tutto e di più. Le periferie edificate erano (e sono tutt’ora) le più belle d’Europa. Gli amministratori comunisti avevano cura dei quartieri popolari come per la conservazione della città barocca. La manifattura era florida e i diritti sociali tonici come in nessun altro posto. La gente era felice e orgogliosa. La strage fu anche un delitto contro la bellezza. Lo stupro della più bella e della più amata fra le isole rosse.

Anche questa volta la cerimonia è andata come sempre, ma con la variante del tempo strano che stiamo vivendo. Nessun membro del governo si è affacciato sul palco, dove Merola ha occupato la scena con un discorso potente ed evocativo. I nuovi tipi non hanno il coraggio di Buttiglione né l’impudenza dei post-fascisti che si accalcavano sul palco al seguito di Guazzaloca suscitando un’ira incontenibile nella folla. A Palazzo D’Accursio, di prima mattina, il ministro Bonafede ha tenuto un discorso puntiglioso sulla digitazione degli atti documentali. E posso dire che visto da vicino è esattamente come appare in televisione: un ufficiale di scrittura demansionato. Mentre la Bergonzoni, anch’essa dal vivo, l’ho vista decisamente al di sotto del suo rendimento fotogenico.

Appena rientrato a casa ho casualmente seguito il Tg2, dove in un breve filmato, la conduttrice ha parlato di nuove tracce di indagine con la messa in onda di una intervista a Bolognesi che si tronca appena dopo la frase “ad esempio la pista palestinese”. Sicchè questi, certificati da Bolognesi, sarebbero i nuovi sviluppi investigativi. Dai fascisti ai palestinesi. Peccato che se il video fosse proseguito si sarebbe udito Bolognesi dire quel che ha detto nella sala del consiglio. Cioè che la ‘pista palestinese’ è l’ennesimo tentativo di depistamento per sviare l’opinione pubblica. Episodio emblematico ed enorme proprio nella sua surrettizia infiltrazione. Un abominevole mendacio televisivo, un plagio ignominioso, contro il quale lo stesso Bolognesi dovrebbe sporgere denuncia. E questa in effetti è la cifra di questa commemorazione un po’ stranita e solitaria: la prima mentre nell’aria si addensa uno spesso pulviscolo di fascistume. Quasi a nostra insaputa. Peggio che dimenticare: sviare, depistare, revisionare, falsificare, diffamare, spargere ignoranza e meschinità. Ma non ci avranno.