La tomba della sinistra: Speranza e Martina tra autocritica e ragion pratica

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini – 22 settembre 2018

Pensiero della notte. Autocritica e ragion pratica

Visto il dibattito fra Martina e Speranza. Una buona parte del quale è stato occupato dal tema dell’autocritica. Con Speranza che chiedeva alla nuora (Martina) che la suocera (il Pd) la facesse. Essendo giudicata, questa autocritica, propedeutica a ogni possibile dialogo. La nuora, naturalmente, ha glissato in ogni modo e del resto sarebbe stato stupefacente vederla stracciarsi le vesti proprio davanti alla platea di Mdp. Martina, fra l’altro, ha l’aria di un ragazzo pudico e imbarazzato allevato in una scuola di Salesiani. Non certo il tipo da esporsi ignudo davanti ad estranei. In effetti non sarebbe fuori luogo richiamare che le autocritiche, specie se i peccati sono così gravi da richiedere l’uso del cilicio e altri dolorosi strumenti di autofustigazione, sono esperienze necessariamente intime e personali. Le celle dei conventi, nella loro claustrale discrezione, sono luoghi ideali allo scopo. E se i partiti fossero ancora una cosa seria non avrebbero dismesso le strutture conventuali. Nè quei tribunali inquisitori agiti da probiviri che segnarono la tragica grandezza persecutoria dello stalinismo come tipo ideale estremo. Essendo l’esistenza di un super-ego, interiore o esterno, assolutamente necessaria per attivare il senso di colpa e dare al processo quel carattere masochistico e perverso senza il quale l’autocritica è mera retorica auto-assolutoria (la spietatezza dello stalinismo, come della Chiesa ai tempi dell’inquisizione, era di unirli entrambi in un intrico indissolubile).

A sinistra è tutto un pullulare di richieste di autocritica, che sono in realtà atti accusa rivolti ad altri. Sicchè invece che vedere ognuno chiudersi pensosamente, e penosamente, nel proprio intimo conclave, magari in riunioni di gruppo come nelle pratiche redentive degli alcolisti anonimi, osserviamo tutto uno sfrecciare di missili autocritici lanciati come traccianti accusatori in una guerra.di trincea. Un verbiage sterile, isterico e peloso. Che mi sta urtando le parti nobili. Perchè la politica è altra cosa. Richiede piuttosto l’arma della critica. L’analisi del reale, non l’auto-analisi del surreale. Le alleanze e gli accordi non si fanno mettendo sul tavolo le richieste di autocritica, come fossero materia sindacale, bensì definendo gli scopi, gli indirizzi, le convenienze. Sulla base di orientamenti e decisioni che, leninisticamente, si assumono nelle situazioni concrete. Per procedere in una strategia. Libero ognuno di farsi, allo scopo, l’autocritica che gli garba. E comunque siccome è notte, adesso vado in camera, mi accomodo al bordo del letto e faccio il mio esame di coscienza. Tanto so già che mi assolvo, se no non dormo.

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