L’altra metà della Rivoluzione

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Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

di Luca Billi, 13 luglio 2019

Il socialista George Orwell quando scrisse La fattoria degli animali pensava con tutta evidenza alla rivoluzione russa, ma l’icastica aggiunta al settimo comandamento dell’animalismo potrebbe essere stata scritta tranquillamente negli anni della rivoluzione francese, visto che la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, approvata solennemente dall’Assemblea nazionale il 26 agosto 1789, dovrebbe essere intitolata più propriamente Dichiarazione dei diritti del maschio e del cittadino.

E anche nella storiografia la rivoluzione francese sembra proprio un “gioco da maschi”: Bailly, La Fayette, Mirabeau, Danton, Marat, Hebert, Saint-Just, Robespierre, tutti maschi. Le uniche due donne che in qualche modo emergono dalle cronache di quegli anni infuocati sono l’odiata regina, l’austriaca Maria Antonietta, passata alla storia per una frase che non ha mai pronunciato, e Charlotte Corday, che ha dato l’occasione a Jacques-Louis David di trasformare Marat nel più celebre martire della rivoluzione, di un cristo laico e repubblicano. Al massimo le donne nella rivoluzione potevano fare le “cattive”.

Invece le donne c’erano, hanno scritto, hanno manifestato, hanno combattuto, insomma anche loro hanno fatto la rivoluzione. Proprio come hanno fatto i maschi. Solo che di loro non sappiamo praticamente nulla.

Claire Lacombe è nata il 4 marzo 1765 a Pamiers, una piccola città nel cuore dell’Occitania, l’antica terra dei catari. Suo padre Bernard era un commerciante ed era regolarmente sposato con la madre di Claire. Ma dal momento che la ragazza divenne un’attrice, già pochi anni dopo la rivoluzione lo scrittore de Lamartine disse che era la figlia naturale – una bastarda in sostanza – di una coppia di attori: una delle tante menzogne che sono state dette e scritte contro di lei.

Come attrice ha avuto un buon successo nei teatri della provincia, ma naturalmente era attratta da Parigi: era lì che avrebbe potuto diventare davvero famosa. Claire arriva nella capitale a ventisette anni, nel 1792, nel pieno del fermento rivoluzionario. Dato che è repubblicana si avvicina ai cordiglieri, allora guidati da Marat, anche se non può iscriversi ufficialmente al loro club perché è aperto solo ai maschi. Però Claire vuole fare comunque qualcosa e quindi partecipa, il 10 agosto di quello stesso anno, all’assalto delle Tuileries, combattendo insieme a un gruppo di volontari venuti da Marsiglia, intonando un canto di battaglia destinato a diventare assai celebre.

Nei mesi successivi Claire aderisce al movimento degli Arrabbiati, il gruppo più radicale della rivoluzione, che chiedeva l’introduzione di un calmiere e la fine della speculazione finanziaria che stava affamando il popolo. Gli Arrabbiati sono stati l’unico partito che ha promosso una sezione dedicata alle donne, la Società delle repubblicane rivoluzionarie, di cui Claire è diventata subito una delle leader più ascoltate.

In qualche modo era naturale che la partecipazione delle donne alla politica e il radicalizzarsi sui temi sociali andassero di pari passo: erano proprio le donne a essere più sensibili ai temi della miseria. Forse è anacronistico definire gli Arrabbiati come socialisti, ma certamente sono stati il gruppo che ha tentato di portare la rivoluzione su un altro livello. E questo è stato il motivo per cui i capi della rivoluzione – dai moderati come Bailly agli estremisti come Marat – li hanno sempre combattuti: erano tutti fieramente capitalisti, sostenitori della libertà del mercato. Ed erano tutti altrettanto fieramente maschilisti e il ruolo delle donne è stato certamente uno degli elementi che ha esacerbato l’ostilità dei altri partiti contro gli Arrabbiati.

Il 12 maggio 1793, Claire e le sue compagne chiedono il diritto di portare le armi per combattere nella guerra di Vandea. Il 2 giugno la giovane partecipa all’assedio della Convenzione, che determina l’arresto dei moderati girondini e l’inizio della repubblica giacobina. Claire però continua a lottare anche contro il Comitato di salute pubblica, ormai dominato da Robespierre. Il 5 settembre pronuncia un discorso in cui chiede l’epurazione del governo. Claire ha passato il segno, contro di lei i giacobini montano la falsa accusa di aver ospitato in casa sua dei nobili controrivoluzionari. Il 16 settembre viene arrestata, ma le accuse sono così infondate che la sera stessa viene rilasciata. Il 7 ottobre viene chiamata a difendersi alla Convenzione e qui pronuncia il suo ultimo discorso pubblico, in cui, ancora una volta, tiene insieme la lotta delle donne e il progresso della rivoluzione.

I nostri diritti sono quelli del popolo, e se ci si opprime, noi opporremo resistenza all’oppressione.

E’ troppo. Claire deve essere zittita. Alcune donne delle Halles – che pure erano sempre state sostenute e difese da Claire e dalle sue compagne – accusano le Repubblicane rivoluzionarie di averle costrette ad indossare il berretto frigio, un simbolo concesso solo ai maschi. Ci sono tafferugli alla Convenzione: la stessa Claire viene aggredita. Per il governo giacobino è un’ottima occasione per sistemare le cose una volta per tutte: la Società delle Repubblicane rivoluzionarie viene messa fuorilegge e tutti i club femminili vengono sciolti. Il 2 aprile 1794 Claire viene arrestata, ma non processata: non le si vuole offrire un pubblico davanti a cui difendersi. Sarà scarcerata il 20 agosto 1795, durante il governo del Direttorio, quando ormai la rivoluzione per cui aveva lottato con tanta passione e tenacia è finita.

Claire lascia immediatamente Parigi e pare torni a fare l’attrice. Nel 1798 sappiamo che è stata di nuovo nella capitale, perché ha avuto una lite con la padrona di casa. Ha trentatré anni e di lei non ci sono più notizie. Un suo quasi coetaneo venuto dalla Corsica è già l’uomo forte del nuovo regime.

Nei tumultuosi giorni che seguono il suo primo arresto, un deputato giacobino della Convenzione dice di lei

Mademoiselle Lacombe non aveva altro merito che un bell’aspetto. Non possedeva delle brillanti qualità, ma i suoi modi erano adatti alle masse.

In fondo – sembrano dire tutti – mademoiselle Lacombe è solo una donna, un’attrice per di più, cosa volete che capisca di politica? Solo un bel faccino, utile per prendere qualche voto, ma la politica deve continuare a essere un “gioco da maschi”. Ma per sconfiggere questa idea serve una rivoluzione che non è ancora stata fatta.

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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...