L’amore non è mai cieco

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di Luca Billi  11 maggio 2019

Eros ci vede benissimo. Come la sfiga, direbbe Freak Antoni.

Magari voi siete affezionati all’immagine di Eros che ci ha consegnato l’arte antica: un bambino grassottello e con le ali, che scaglia le sue frecce, quando va bene, con ingenua incoscienza, oppure, in qualche caso, con impertinente cattiveria. Poi, per maggior sicurezza, intorno al XIII secolo i pittori hanno cominciato a rappresentare questo dio bendato o addirittura cieco. Perché questa dicono sia una delle caratteristiche dell’amore. In fondo è rassicurante pensare a Eros in questo modo: ci toglie ogni fatica e soprattutto ogni responsabilità. E’ come quando diciamo che è stato il cuore a decidere. A dire il vero spesso per noi maschi quello che decide è un altro organo, che si trova anatomicamente un po’ più in basso del cuore, ma – anche al netto di tutto ciò – non è mai il cuore che decide, perché Eros non è un bambino bendato. Non lo è mai stato.
L’immagine di Eros bambino nasce piuttosto tardi nella mitologia greca, quando gli aedi si prendono l’incarico di sistemare e incasellare tutto quello che era arrivato dai loro più antichi antenati e che sfuggiva a questo ordine. E così immaginano che questo dio potente sia figlio di Afrodite, la dea della bellezza. Sul padre gli aedi – che erano tutti maschi – sono discordi: mater semper certa, pater numquam. E quindi, dando per scontata la volubilità della dea, la paternità di Eros è attribuita di volta in volta a Ermes, ad Ares e perfino a Zeus. E soprattutto Eros non cresce mai, rimane sempre un bambino; e in quanto tale non siederà mai nel consesso dei Dodici dei.
Non è sempre stato così. Secondo le più antiche cosmogonie di quel mondo che non si chiamava ancora greco, Eros è stato il primo degli dei, nato direttamente dall’uovo cosmico, e quindi coevo della Grande madre: perché non può nascere nulla senza amore. Esiodo conosce una tradizione secondo la quale fu il quarto a essere creato, dopo il Caos, Gaia – ossia la Terra, un altro nome della Grande madre – e il Tartaro. Durante i misteri orfici si raccontava che la Notte posò un uovo senza seme nelle profondità delle Tenebre, da cui, dopo molti secoli, nacque Eros, un dio dalle ali scintillanti, che accoppiandosi con Caos – anch’esso un dio alato, ma che viveva nell’oscurità – fece nascere gli uomini.
In questa età antichissima, Eros era rappresentato come un uomo, giovane e nel fiore degli anni, e con in mano una fiaccola, perché l’attributo fondamentale dell’amore è la conoscenza. Eros è tutt’altro che cieco, anzi è colui che porta la luce. Di questa rappresentazione rimane in età storica, ossia nel tempo in cui Eros era raffigurato come un bambino, l’uso di porre una statua di questo dio fanciullo con in mano una fiaccola rovesciata sulle tombe. Eros diventa così un dio della morte. Gli uomini – e i maschi in particolare – proprio non vogliono associare Eros alla luce.
Ma anche Eros si può innamorare: almeno è quello che ci racconta Apuleio. Psiche è una giovane bellissima, così bella da suscitare l’invidia di Afrodite. La dea decide quindi di punirla – gli dei spesso lo fanno, per pura meschinità – e ordina a Eros di farla innamorare di un uomo brutto e di vile condizione. Eros parte per la sua missione, ma dato che non era un bambino, ma un giovane coetaneo di Psiche, si innamora della ragazza. Visto che non sa come dirlo a sua madre, ma non vuole perdere la giovane donna che ama, decide, pur senza rivelarsi, di condurre Psiche nel suo palazzo. Qui i due si incontrano – e si amano – solo di notte, al buio: il giovane spiega a Psiche che possono condurre quello strano ménage, ma solo a patto che lei non veda mai il suo volto. I due giovani si amano con una passione travolgente – succede alla loro età – e per un po’ a Psiche va bene così. Ma, passando il tempo, si chiede chi sia quel giovane, quale mistero nasconda, e così una notte, mentre lui dorme – immaginiamo dopo l’ennesimo momento di passione – lei prende un lume e finalmente, pur con quella tenue luce, vede il volto dell’amato. La giovane trema di fronte al bellissimo viso dell’uomo con cui ha condiviso tante notti di passione e così una goccia d’olio cade dalla lucerna. Ed Eros si sveglia e non può far altro – secondo la sua logica da maschio – che cacciare Psiche dal palazzo e dalla sua vita. Non è che serva questa storia a ricordarci che noi maschi nelle relazioni d’amore siamo per lo più meno capaci delle nostre compagne. E infatti quando Psiche fa una cosa intelligente, Eros risponde con una assolutamente stupida.
Apuleio non è più un aedo, non è uno che vuole educare attraverso i miti, ma è uno scrittore che ama raccontare favole e così continua questa storia: la povera Psiche, che continua nonostante tutto ad amare Eros – e non ha difficoltà ad ammetterlo, a differenza di Eros che deve far vedere che è un “duro” – deve superare molte prove prima di riunirsi con il suo amato, per intercessione di Zeus e della stessa Afrodite, che alla fine si rivela una suocera benigna.
Era africano Apuleio, lui si definiva metà numida e metà getulo, ma la lingua in cui scriveva e pensava era il latino; è il tipico esponente della élite politica, culturale ed economica dell’impero, in cui potevi essere nato in qualunque parte del mondo conosciuto, ma se parlavi latino, eri romano. Però continuava a essere africano e quindi recuperava storie e leggende dalla sua terra: è quello che succede anche con Eros e Psiche. E la storia di questi due giovani e del loro amore così tormentato è presa di peso dalle favole che le donne berbere raccontavano ai loro bambini. E queste donne volevano raccontare con questa storia che l’amore alla fine è una questione di luce, che per amarsi davvero bisogna vedersi. Ci ha messo del tempo, ma alla fine l’ha capito perfino Eros.