Cesare Pavese

Pubblicato il 27 agosto 2017 | di Gian Franco Ferraris

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L’amore di Tina Pizzardo e Cesare Pavese a confronto nei loro diari

di Gian Franco Ferraris – 27 agosto 2017

Battistina Pizzardo – ho pensato spesso alla donna dalla voce roca – lo confesso. A sedici anni, con il pretesto di un’influenza a lungo prolungata, ho letto quasi tutti i romanzi di Pavese e come capita agli adolescenti quelle letture mi catturarono per sempre. In una nota di quella edizione Einaudi lessi per la prima volta “la donna dalla voce rauca” senza altri segni di identificazione. Presumibilmente avevo pensato a un amore sublimato, ero lontano anni luce dal pensare che la stessa donna era la protagonista principale dei primi anni del diario di Pavese – Il mestiere di vivere (autunno 1935-1950). Ogni giorno Tina Pizzardo veniva evocata, amata, odiata, insultata da Pavese fino alla fine del 1938. Con la prima auto, un paio d’anni dopo, mi recavo ogni tanto a Santo Stefano Belbo che dista circa 30 Km dal mio paese e dove all’epoca di Pavese (era morto da meno di 20 anni) non c’erano tracce. Orbene, anche la ragazza che mi accompagnava in quei pellegrinaggi aveva la voce roca e le avevo affibbiato il nome Freddy in omaggio a Fred Buscaglione.

In realtà Tina Pizzardo era una donna indipendente, in anticipo sui tempi. E’ nata a Torino nel 1903,  aveva cinque anni in più di Pavese; si è laureata in matematica, è stata una coraggiosa antifascista, ha aderito al Partito Comunista e ha conosciuto Altiero Spinelli del quale è stata compagna per molti anni. Incontrò Pavese nel 1933 tramite Leone Ginzburg e nel 1934 iniziò una burrascosa relazione che terminò nel 1938, dopo il matrimonio e con la nascita del figlio Vittorio Rieser.

A metà anni ’80 ho passato la fine dell’anno con Vittorio Rieser. Aveva portato del vino delle Langhe molto buono, era una persona molto gradevole, uno studioso del mondo del lavoro,  e per tutto il tempo ho avuto il desiderio di chiedergli come ha vissuto il fatto di essere il figlio della donna “dalla voce roca”.  Ancora oggi penso a questa donna che, dopo la pubblicazione del suo diario,  è passata alla storia per la sua relazione con Pavese e non per le qualità che l’hanno distinta nella vita.

Anni fa ho letto le sue memorie e le ho sempre considerate una difesa, a volte non troppo ben articolata, rispetto al marchio che doveva essere pesante per lei.  Ho sempre cercato di capire i problemi profondi di Pavese che sfociavano nell’autolesionismo affettivo e sessuale. Ora invece penso che non saprei dare risposte, anzi, rileggendo il diario di Tina Pizzardo ho pensato che è semplicemente un altro punto di vista rispetto a quello di Pavese; come sempre accade un uomo e una donna non possono comprendersi completamente e quindi mi sono limitato a mettere a confronto le due versioni, con l’avvertenza che questa parte del diario di Tina Pizzardo risale al 1933, mentre il diario di Pavese inizia il 06 ottobre 1935 mentre era al confino a Brancaleone Calabro.

“Il mestiere di vivere” di Pavese è un vero diario, scritto giorno per giorno  per se stesso, mentre la Pizzardo ha scritto i suoi ricordi anni dopo, come una imputata che legge gli atti di accusa e presenta legittimamente una memoria a sua difesa.


In ROSSO estratti dal libro di Tina Pizzardo, Senza pensarci due volte, il Mulino, Bologna 1996

In BLU estratti da Il mestiere di Vivere, diario di Cesare Pavese

Le brillano gli occhi

Capitolo dodicesimo

Una camicia e uno zaino

E ora, al momento d’introdurre in scena Cesare Pavese, devo farmi forza. La verità non è facile. Coraggio per guardarla in faccia, per dirla a me stessa non mi è mai mancato. (Essendo stata sino a ventun anni di vivace fede cattolica, ho fruito di un lungo allenamento all’esame di coscienza.)

Per raccontarla la verità, devo anche parlare di Henek, e di Henek come lo vedevo io allora: ciò è penoso, difficile perché il mio legame con lui è sempre più stretto, sempre misterioso e, oso dire, sacro.

Mi sforzerò di essere sincera esponendo i fatti esattamente ‒ per quanto è possibile.

Premetto che a quel tempo mi guadagnavo da vivere con lezioni che in certi periodi arrivavano a dodici al giorno, perciò segnavo su un’agendina i miei impegni. Oltre al ricordo, è attraverso le successive agendine, le note cifrate che a volte aggiungevo, e le lettere ad Altiero, che posso ricostruire con esattezza di date e approssimativa verità di fatti tutta la storia.

Per raccontare di Pavese comincio dal suo amico: Leone Ginzburg.

Il più intelligente, ma soprattutto il più buono, più fraterno, più caro dei nuovi amici, quello che più si era dato da fare per noi dopo la morte di papà, era Leone Ginzburg.

Amico con cui potevi parlare di tutto, della scelta di un cappellino come di filosofia e di politica, dei tuoi soucis d’argent come dei tuoi amori. E della tua infanzia, della tua famiglia, delle tue letture, di tutto.

Ricordo le volte che tornando a casa (abitava vicino a me) dopo i suoi numerosi impegni serali, come un medico che vuol terminare il giro dei pazienti saliva da me. Mezzanotte era passata da un pezzo, ma lui era capace di restare lì a discutere per due ore. (E il giorno dopo la signora Vera mi telefonava pregandomi, che dico, ordinandomi di non trattenere suo figlio tanto tardi.)

Discutere con lui voleva dire subire un serrato interrogatorio e trovare, col suo benevolo aiuto, le risposte. Non so se per vincere la leggera balbuzie o per farsi meglio capire dall’allieva, parlava lentamente con lunghe pause di meditazione. E io, vorticosa di solito nella conversazione, rispondevo con pari lentezza, cercando le idee, le parole giuste, con impegno, con fatica, con una sorta di fredda esaltazione che mi lasciava spossata.

A parte le discussioni lui parlava spesso di sé, dei suoi amori, dei suoi amici, ma sempre senza far nomi, con accenni misteriosi se pur vari e frequenti. Tanto che, senza volerlo, d’ognuno mi è a poco a poco venuto in chiaro l’intero personaggio e il nome.

Nell’inverno del ’32 leggevo con rapimento Moby Dick: ebbene quel Cesare Pavese a cui ero tanta grata e della scoperta e della traduzione del libro era un suo amico, un poeta.

La volta che gli dico che vorrei trovare un amico per andare al caffè, ride e, senza fare il nome, dice che lui ha un amico che passa le giornate al caffè a scrivere poesie, fumare la pipa, tormentandosi il ciuffo: peccato che sia un gran dispregiatore delle donne.

Sono innamorata delle nostre colline? Un suo amico poeta scrive bellissime poesie sulle colline, le fa leggere a pochi eletti e non certo alle donne, perché «le donne non contano», e cita alcuni versi de I mari del Sud e poi di un’altra poesia: «… la donna che m’ingombra la barca».

Quando in casa di Barbara incontro Pavese: ciuffo, pipa, scontrosità me lo fanno riconoscere prima che mi sia presentato.

Penso che di lui so tutto e che ci piacciono le stesse cose.

Più tardi scoprirò che ciò che so di lui è tutto un po’ sbagliato. Ha tradotto Moby Dick, quindi ama il mare. No, odia il mare. I mari del Sud li ha scoperti risalendo a punta i correntini del Po. (Ma anch’io amo il Po, e ho cominciato anch’io a portare la barca con la punta.) Il nuoto? Poco e solo nelle acque sporche del Po, che alle donne fa schifo.

(Nient’affatto, ho imparato a nuotare in Po, e solo in Po che non costa un soldo ho nuotato quest’estate.)

Le sue colline sono mica quelle di Torino, quelle delle Langhe sono. (Mie anche quelle delle Langhe, dove ho passato tutte le estati fino alla laurea, mie perché mio nonno era delle Langhe. Tutti contadini di padre in figlio, su un podere di loro proprietà.)

Che sia un uomo forte e un dispregiatore delle donne, questo continuo a crederlo e mi fa voglia di essere amica di un tipo così: fargli vedere che non tutte le donne sono lagne. Sul Po credo che saprei tenergli testa.

Non so quante volte lo vedo in casa di Barbara, certo poche perché non ci veniva volentieri: si parla troppo di politica… e tutte quelle smorfiose… e il the… roba che non fa per lui.

Il 31 luglio del ’33 sono in barca a remi con Giulio Muggia, gli ho appena detto che vorrei imparare bene a punta, chissà se tra gli amici c’è qualcuno capace d’insegnarmi ed ecco, tornando all’imbarcadero, troviamo Pavese su un barcone a punta.

Mi pare ancora di vederlo: alto, corpo d’adolescente annerito di sole, mutandine da bagno e cappellaccio di feltro calcato fino agli occhiali. (C’era solo lui sul Po a portare il cappello con le mutandine da bagno, lui e i sabbiatori.)

Deve aver accostato per parlare con amici comuni perché, quando gli chiedo di salire sulla sua barca, Muggia non è il solo che, prevedendo un rifiuto, sogghigna.

Lui fa il viso seccato, si capisce che non osa ma vorrebbe rifiutare: «Su svelta, salti». E io pronta spicco un salto che se mi fosse fallito gli avrei dato un gran gusto.

Obbedisco senza fare storie ai suoi ordini, imparo subito a tener diritta la barca, e dove la punta mi resta incagliata, ci manca poco ma il volo in acqua non lo faccio. Sono allenata agli sport, il palo non mi pesa. Quel ritmico flettersi per puntare, rialzarsi portando il palo in avanti mi riesce tanto bene da strappargli un mezzo sorriso: «Per ora se la cava, voglio però vederla coi correntini».

Coi correntini pur mettendocela tutta non ce la faccio, ma non mi do per vinta, ci provo, ci riprovo fino allo sfinimento, ed è lui a impormi di smettere.

Mortificata d’aver fallito non mi viene in mente che se avessi superato la prova non avrei più avuto bisogno di lezioni, e io ci tenevo a rivederlo.

Forse lui, malignamente, desiderava vedermi ancora fallire perché, lasciandoci, mi dà appuntamento per il 5 agosto.

Solo a fatica ho potuto mantenere l’impegno perché ero impegnata con Bastiano per un’escursione al Gran Paradiso, combinata improvvisamente.

Quest’escursione è stata molto importante per me e anche per altri. Non possedendo un sacco da montagna sono andata, indirizzata da Anita Longo, a farmene prestare uno da un compagno che non conoscevo.

Più tardi Anita dirà d’avermi mandata da Henek per farmi conoscere il più intelligente, il più colto dei compagni torinesi, l’unico capace di distogliermi dalle nuove amicizie disapprovate dal partito, e sostituirle in meglio.

E così che alla vigilia dell’escursione conosco Henek. Mi è parso vecchio (mentre aveva solo ventinove mesi più di me), malandato in salute (tubercolotico?), goffo, timidissimo e, per i libri in varie lingue che riempivano la sua camera, un compagno di vasta cultura.

L’indomani sono partita con il sacco da montagna di Henek (che poi si lagnerà che io glielo restituisca macchiato di vino) e con una camicia azzurra prestata da Pavese (sarà la sorella a lagnarsi che la camicia torni indietro tutta scolorita dal sole).

Il Gran Paradiso è giudicato facilissimo, ma noi, io novellina, Bastiano alpinista provetto, per non aver preso una guida e per circostanze varie ci siamo trovati in grave pericolo due volte. E tutte e due le volte, sebbene fossi alla mia prima prova, mi sono comportata ‒ a detta di Bastiano ‒ con singolare freddezza e grande coraggio. Lo dico perché ciò ha accresciuto, se mai ce ne fosse stato bisogno, quel senso di forza, di fiducia in me stessa, di sicurezza di sapermela sempre cavare che mi ha spesso indotta a infrangere a cuor leggero le regole della vita, di morale corrente e di prudenza.

Per il gusto di percorrere a piedi, sia all’andata che al ritorno, la Valsavaranche, la nostra gita è durata quattro giorni e per quattro giorni, mentre camminavo in silenzio dietro all’infaticabile Bastiano, ho continuato a pensare a Pavese. (Più tardi gliel’ho confessato: di qui le allusioni al Gran Paradiso nel suo diario e nelle lettere di lui che possiedo.)

Dopo Altiero per la prima volta trovavo un uomo che aveva tutti i pregi: intelligenza, coltura, carattere, prestanza fisica, ma lui era un poeta mentre Altiero mi rimproverava sempre di interessarmi più di arte che di filosofia. (Adesso aggiungo: e più di Altiero Pavese aveva in dispregio le donne.)

Non che io facessi confronti e neanche progetti, pensavo a Pavese con rapimento, perché un poeta, un artista era per me una sorta di superuomo che mai avevo pensato di poter conoscere.

Tornata il 9 sera [sic], il giorno dopo correvo all’appuntamento con Pavese. Come la volta precedente ci siamo imbarcati da Töfö (un vecchio sabbiatore del Po) percorrendo a piedi un lungo pezzo dopo il capolinea del tram. Credo che quando nel Mestiere di vivere dice (all’incirca): «ricordo di lei la volta che alzava il braccio… sulla strada asfaltata…» si riferisca proprio al secondo incontro, perché al terzo ho avuto la sorpresa di trovare con lui Sturani che viene anche nei due successivi e ultimi, il 16 e il 18.

Davanti a Sturani Pavese si divertiva a comandarmi come se fossi un mozzo e io obbedivo pronta abile allegra, solo per fargli vedere che non ero come le altre.

Ricordo il suo sguardo divertito, compiaciuto quando davo prova di agilità, di coraggio; come un uomo guarda un ragazzotto che grazie ai suoi insegnamenti si sta facendo.

Una volta sola m’ha fatto un complimento, un po’ ambiguo. Ha detto che avevo delle belle gambe da giovanotto.

Non so in quale di questi tre incontri, presente Sturani, capita che sbarcati sulla riva sinistra del Po ci accorgiamo di non aver comperato da bere all’unica rivendita che si trova sulla riva opposta. Vengo scherzosamente comandata a tornare indietro a nuoto per comperare le gazose. Obbedisco di slancio. Quest’episodio della donna che attraversa come niente il Po è stato da alcuni citato per provare che tipo sportivo (troppo) io fossi allora. In verità non c’è nulla di straordinario a traversare a nuoto il Po se non è in piena, ricordo d’averlo fatto quando sapevo appena tenermi a galla. Con il Po normale, la sfida era: traversare il Po a nuoto tenendo in mano all’andata i soldi, al ritorno, tre bottiglie.

Il 18 agosto, scendendo col tram a Porta Nuova per tornare a casa (Sturani era sceso prima), aspettavo che Pavese, come di consueto, dicesse: «E allora, quand’è che può venire?». Sta per parlare, si trattiene, non dice niente. Rimango male, ma non voglio prendere io l’iniziativa.

Non si è più fatto vivo. Mi dispiaceva, ma appunto perché era un superuomo non ho osato cercarlo io, come forse avrei fatto con un altro.

Quante volte, poi, ho pensato che quell’attimo di esitazione ha deciso le nostre vite. Se avessimo continuato a vederci non sarei andata a cercare il compagno Henek e le nostre vite avrebbero avuto chissà quali svolte.

Dopo ferragosto, l’inatteso e graditissimo arrivo di nuovi allievi mi obbligava a restare tutto il giorno in casa per acchiappare al volo chi si fosse presentato. Pur rimpiangendo l’amicizia così bene avviata con Pavese, mi rallegravo che lui e la barca non mi distogliessero dal lavoro.

Tra una lezione e l’altra il chiassoso andirivieni di amiche, amici non m’appagava, tornava il desiderio di un’amicizia esclusiva e fraterna come con Velio negli anni felici.

Tra quanti conoscevo, solo Bruno Maffi avrebbe potuto prendere il posto di Velio, ma abitava a Milano, anche Pavese forse avrebbe potuto se non fosse scomparso. I nuovi amici gli erano di un livello sociale troppo elevato, avevano troppi impegni mondani e, salvo i grandi personaggi, erano tutti più giovani di me di qualche anno e presi dai loro amori e da altre amicizie.

Solo con un compagno mi sarei trovata a mio agio, un compagno colto, intelligente in grado di capire quanto doloroso e ineluttabile era il mio distacco dal partito: capire, consolarmi, assolvermi.

La sera del 5 settembre sono andata a cercare il compagno Henek a casa sua.

Per il sacco (macchiato di vino!) restituito alla padrona di casa, senza una riga per lui, era rimasto male. Ma come era andata la gita?

Se m’aveva creduta della razza di quelli che vanno in montagna per sbevazzare e cantare («i selvaggi»), il mio racconto deve averlo rassicurato perché m’ha subito proposto di unirmi a lui e a una sua compagnia per andare a sciare la domenica. Io, di rimbalzo, ho accettato e con entusiasmo perché gli altri amici, sull’esempio di Leone, snobbavano la montagna.

Dalla montagna siamo subito passati alla politica.

Nel lontano ’25, appena conosciuti i compagni, avevo timidamente proposto che si facesse lega con i socialisti. Mi ero sentita rispondere: faremmo lega coi socialisti se volessimo abbattere il fascismo per tornare alle condizioni anteguerra, ma noi miriamo più in alto, noi vogliamo una rivoluzione che come quella russa spazzi via il capitalismo. Adesso il compagno facendo l’analisi della vittoria di Hitler riconosceva l’errore dei comunisti che invece di unirsi ai socialisti li avevano combattuti ‒ socialfascisti ‒ come e più dei nazi.

Grazie alle mie solite «folgoranti intuizioni» (pretesto per non studiare, approfondire) io mi stavo allontanando dal partito mentre lui, con ben altra esperienza della mia (aveva militato nel partito polacco e poi in quello tedesco), pur riconoscendo e analizzando gli errori del partito, era rimasto a esso fedele, e me ne spiegava le ragioni. Troppo ignorante per ribattere o essere persuasa, ero però vivamente interessata. Un compagno che non si contenta delle parole d’ordine, ma critica e spiega.

Forse avevo trovato l’amico ideale! Ma, con vergogna, devo confessare (e sempre nel ricordarlo mi sono data della stupida) che mi è venuto questo pensiero: purché non s’innamori di me!

Per il suo aspetto di bossu sans bosse, per il suo dolce sguardo azzurro mi pareva destinato al grande fedele amore non corrisposto. E perché nell’adolescenza un amore silenzioso non corrisposto m’aveva suscitato una gamma di intense emozioni mai più provate, magari avrò anche pensato: be’, tanto meglio per lui!

Abbiamo continuato a vederci, solo di sera perché anche lui come me era legato a un lavoro, mentre gli altri disponevano a piacere delle loro giornate, e questa era una delle ragioni per sentirmi esclusa.

Più tardi, alle prime nevi, sono andata, la domenica, a sciare con lui e la sua compagnia, che era composta di gente del tutto insignificante.

Presto ho scoperto che in fatto di cultura raffinata nessuno poteva stargli a paro. Per di più era anche un matematico (nel cerchio delle nuove amicizie la matematica era crocianamente tenuta in dispregio). E la sua era una cultura europea al cui confronto quella degli altri era decisamente provinciale.

Diceva che m’avrebbe volentieri insegnato il tedesco e intanto mi faceva conoscere musiche, quadri, scrittori di cui nessuno m’aveva mai parlato.

Timido, goffo sì, ma distaccato, ironico pur nella sua squisita cortesia.

Non parlava mai di sé, smontava le mie fanfaronate con una battuta da levarmi la pelle, m’istruiva con buona grazia senza trovarmi così intelligente come gli altri, persino Leone, mi stimavano.

E non era affatto innamorato di me: per lui ero una compagna, in crisi ma pur sempre fidata. La mia vivacità a volte lo infastidiva, a volte, bontà sua, lo divertiva.

Diceva che ero giovane ‒ e, se non giovane, immatura mi sentivo con lui; mentre i nuovi amici, tutti più giovani di me e nuovi alla cospirazione, mi consideravano e mi facevano sentire esperta vissuta più di quanto in verità io fossi.

Non mi piace parlare di Henek, presentato come era o come lo vedevo allora e non come è adesso. Dirò solo che a un certo momento mi sono accorta d’essere innamorata di lui e questa volta tutto era diverso: l’amore mi riempiva di tristezza, di sfiducia in me, di smarrimento.

Lo avevo d’un subito giudicato capace di un grande amore non corrisposto. Giusto. Solo che lo provava per un’altra. L’ho indovinato assai prima che lui, per togliermi ogni illusione, me lo dicesse brutalmente: sono innamorato di un’altra. Ho pensato che fosse lontana, ma più tardi da altri ho saputo che viveva a Torino (e che era bellissima). Ancor oggi, questo ‒ d’aver indovinato ‒ mi è misterioso e conturbante.

Qualche volta, lealmente, lui proponeva: «Meglio non vederci più. Sei giovane, non perder tempo con me che sono un rottame umano». Al mio diniego rispondeva stancamente: «Come vuoi, io ti avevo avvertita», e con tenera pietà mi sfiorava la guancia con un dito.

Pietà! per me! Non potevo sopportarla. Gli avrei fatto vedere io se avevo bisogno di pietà. Sempre di fronte a una disillusione, un tradimento il mio impulso è: agire, punire, vendicarsi, far qualcosa e non star lì a piangerci su.

Capitolo tredicesimo

Pavese e la bella estate

Il 25 gennaio ’34 ritrovo Pavese in casa di Barbara.

Mi ero ricordata di lui in quei mesi? Penso di sì: per rimproverargli d’aver troncato sul nascere un’amicizia che prometteva tanto bene. Se avessi avuto la sua amicizia non sarei andata a cercare altro e non mi sarei ridotta a ispirare pietà.

L’incontro è da parte sua sorprendentemente vivace e caloroso. Si offre di aiutarmi a perfezionare l’inglese che leggevo senza saperlo parlare. (Sì, sempre voglia di studiare, d’imparare anche se infine non imparo mai niente.)

Dal 27 gennaio, dapprima ogni due giorni, poi tutti i giorni ci troviamo da me o da lui, per le lezioni d’inglese. (Mi sentivo eccezionalmente spregiudicata nell’andare a casa di un giovanotto, anche se viveva con la famiglia, mentre in casa di un compagno, anche se viveva solo, ero sempre andata con naturalezza.)

Mi faceva leggere l’Hemingway di Addio alle armi, e Spoon River, ma sempre più volentieri trascuravo l’inglese per parlare di noi e scoprirci ora eguali ora diversi, con lo stesso incanto.

Il dialogo mi si confà, con Henek ero costretta al monologo. Il dialogo, la simpatia ch’egli mi mostrava, mi facevano tornare quella di sempre: allegra, vivace, con subitanee bizzarre idee che meravigliavano me più ancora degli altri. Mi sentivo rinascere, mi pareva di tornare in piedi alla luce dopo aver rampato nel buio senza speranza.

Una volta Pavese viene da me con S. (22 febbraio) e mi capita di raccontare due tra le mie avventure di treno, quella finita con il regalo di un corrispondente per la dottoressa di Igea e l’altra che riferirò più sotto. Pavese si diverte moltissimo di entrambe. Dice che gli piacciono le ragazze come me, scanzonate; ciò mi lusinga assai. Anni dopo riporterà nel suo diario, travisandola, una di queste storie per trarne amare considerazioni, sulle donne o su di me, non ricordo. (Non posseggo altro libro di Pavese che le poesie. I miei riferimenti a ciò che dice nelle sue opere sono sempre un po’ vaghi, ricordi di affrettate rabbiose letture.)

Dunque dopo aver detto della clausura a Igea ‒ solo donne, sempre donne ‒ dico dell’incontro in treno con un giovane dall’aria onesta e schietta, simpatico, e del piacere di discorrere con lui. Finisce che gli do il mio biglietto da visita dove c’è nome, titoli, direttrice della colonia tal dei tali; ciò che in un incontro in treno non ho mai fatto né prima, né poi.

Più tardi ci ripenso e decido che è meglio lasciar perdere. Arriva puntualmente la sua lettera. Non è un capolavoro, ma garbata, carina, sì. E adesso che fare? Prendo un foglio di carta intestata e, a macchina, in stile da direttrice scrivo all’incirca: «Ricevo con sorpresa la sua del… dalla quale mi pare di capire che una giovane scervellata s’è servita del mio biglietto da visita per prendersi gioco dei miei capelli bianchi ecc. Voglia avere la cortesia di descrivermi la signorina in questione che ha preso in giro lei oltre che mancare di rispetto a me, perché se, come ho ragione di credere, si tratta di una mia dipendente non deve passarla liscia. E in quanto a Lei caro signore, impari a non fidarsi delle ragazze che con tanta leggerezza attaccano discorso in treno con sconosciuti…».

Era proprio l’onesto giovane che avevo creduto perché mi risponde chiedendomi scusa dell’incidente: colpa sua, avrebbe dovuto capire che la signorina era troppo giovane per essere direttrice di una colonia. In quanto a descriverla, no, si rifiutava, una bella ragazza ha diritto di prendersi un pochino gioco degli uomini e forse anche delle direttrici.

Ho dimenticato tanti episodi della mia vita (quando Carlottina me li racconta mi meraviglio e mi diverto), queste due avventure mi sono rimaste nella memoria perché le ho raccontate a Pavese e perché il suo modo di accoglierle ha contribuito alla falsa immagine che dapprincipio mi sono fatta di lui.

Scanzonato, pensavo di Pavese, perché gli piacevano le ragazze scanzonate e perché nel regalarmi un libro ci scrive su qualcosa e ridendo me lo porge. Leggo: «Con passione. C», e rido anch’io.

Il 25 febbraio era domenica, ma non ero andata in montagna e non c’ero andata per distaccarmi da Henek. Quel pomeriggio mia sorella e Nina erano fuori, ci troviamo soli io e Pavese.

Siamo nella mia camera‒studio, dove ricevo allievi e amici, io semisdraiata sul divano‒letto, lui ai miei piedi, su uno sgabello. Il discorso scorre facile e divertente come le altre volte.

Qualcosa che ho detto gli piace tanto che mi guarda ridente, incantato e subito si butta giù, nasconde il viso nelle mie mani. Indugia e io devo afferrargli il ciuffo per tirarlo su. Ancora ridente dice: «Ho paura che sto innamorandomi di lei».

E io sullo stesso tono: «Credevo lo fosse già. E in agosto c’è mancato poco che capitasse a me».

Gli racconto che per tutta la gita al Gran Paradiso ho continuato a pensare a lui come… come a un dio.

«Come a un dio» (m’è venuto così, per scherzo) dà avvio al dialogo tenero e malizioso di due troppo sagaci per cedere al frusto linguaggio delle solite schermaglie amorose. Un dialogo felice, spiritoso, punteggiato ‒ per scherzo! ‒ di qualche leggero rapido bacio.

Quando verso le sette ci lasciamo con l’intesa di rivederci di lì a due ore, io mi sento rinata: un uomo forte, deciso, sicuro di sé che non chiederà mai il mio conforto, la mia guida, la mia energia come gli altri tutti, amici, amiche, innamorati. Dopo la canina adorazione dei miei soliti flirt ho trovato un mio pari, pensavo. Scambio di baci, ma anche di sincere spietate confidenze, buone per analizzare e distruggere lo strano e malinconico mio legame con Henek.

La sera chiacchieriamo per strade buie (dove lui cerca di baciarmi, e questo mi sembra infantile oltre che scandaloso), poi in un caffè dove si resta fino a tardi; per le cose che è andato dicendo per tutta la sera comincio a sentirmi un po’ meno sicura, gli chiedo: «Quanti anni hai?».

Ne ha ventisei. Che io ne abbia trentuno lui lo sapeva:

«Nel vero amore la differenza d’età non conta», enuncia.

Vero amore? Io pensavo a una sorta di scanzonato flirt. Sono stata lì per dirglielo, no, avrei fatto la figura della stupida, «vero amore» valeva quanto quel «Con passione» sul libro, di qualche giorno prima.

Però non ero più tanto sicura di dirgli: «Tu lo avrai già capito, se c’è un pasticcio da starci alla larga io mi ci butto a capofitto, poi per uscirne son dolori». E dirgli (senza fare il nome) di Henek, dirgli: «Mi aggrappo a te per salvarmi, giuro che sarà un salvataggio piacevole per tutti e due».

Aiuto lui me ne dà lo stesso, riflettevo, per il vivo interesse che ha per me, perché mi è affine, mi è pari e posso star con lui quanto voglio senza mai annoiarmi, senza più pensare all’altro. Me la sbroglierò da sola, come ho sempre fatto.

Non ero delusa, ero esaltata di lui e, s’intende, del nuovo pasticcio in cui m’ero cacciata.

Il giorno dopo, saltando il pasto per arrivare nell’intervallo di mezzogiorno, correvo da Henek. Raccontare ciò che era accaduto tra me e Pavese: rompere il nostro malinconico legame, farla finita.

Il viso di Henek era sempre dolcemente triste, riesce a farlo severo e triste, dice che gli dispiace, che non approva, che sono una sciocca bambina, chessò. M’avesse risposto secco: «Lo lasci perdere, a lui ci penso io», mi sarebbe piaciuto molto anche se, per il mio carattere, mai avrei accettato il suo intervento.

Ma a lui forse non importava gran che di me e d’altra parte di uomini savi e energici, se pur ce n’è, a me non ne è toccato neanche uno.

Nei giorni seguenti continuo a incontrarmi or con l’uno or con l’altro al caffè, e entrambi, coi soliti amici, vengono a casa mia.

Con Pavese che mi considerava vissuta e teneva in gran conto la mia esperienza ‒ «la tua saggezza di vita», diceva ‒ io mi sentivo giovane, estroversa, brillante, allegrissima. E anche dimentica irresponsabile come se fossi un po’ bevuta.

Con l’altro che mi diceva «sciocca bambina» mi sentivo veramente sciocca e un poco triste anche quando scherzavo, e sempre vigile, cosciente di me, cosciente della lotta cui entrambi da anni eravamo impegnati.

Fa ridere a ripensarci che povera cosa era in quegli anni la lotta: un po’ di soccorso rosso, non cedere, scambiarsi o distribuire in giro libri, giornali proibiti e notizie delle carceri, notizie dall’estero e soprattutto discutere a non finire. Niente di più, ma bastava a mandarti in galera.

Henek (come vorrei fare a meno di parlare di lui) esercitava su di me una sorta di fascino che non sono mai riuscita a spiegare. Forse solo se è misterioso è vero fascino.

Il 5 marzo, esattamente otto giorni dopo il 25 febbraio (data dell’inizio), al tavolo di un caffè che c’è ancora all’angolo di piazza Statuto con via Cibrario, dico a Pavese che il nostro amore, come lui lo chiama, è stato un colpo di follia, tocca a me di cinque anni più vecchia aver testa per due: siamo fatti per esser amici e spero che non sia troppo tardi. O amici, o niente. O amici, o rinunziare ai nostri incontri.

Ed ecco che l’uomo forte a cui una settimana prima pensavo di chiedere aiuto, l’uomo scanzonato che avrebbe dovuto chiedere: «Chi è l’altro?», ecco che Cesare Pavese si mette a piangere come un bambino. Ricordo la delusione, il fastidio, l’imbarazzo per quei lacrimoni che venivano giù a pioggia e rotolavano sul bavero del paltò.

«Piuttosto amici che niente», diceva remissivo e lacrimante. Fidava nella mia pietà. Sperava ancora. Se non avesse avuto speranza si sarebbe ammazzato.

Si sarebbe ammazzato. Era capace di farlo, da commediante che recita fino in fondo la sua parte. Ancora uno che mette la sua vita nelle mie mani. Me lo sono voluto e adesso mi tocca vigilare e assisterlo finché non gli sia passata ‒ mi dicevo.

Patto d’amicizia, dunque. Vedersi una volta la settimana. Neanche un bacio? No, neanche uno.

E così mi sono trovata ad avere due amici per andare al caffè: uno parlava poco di sé e si lasciava amare con ironica indulgenza. L’altro, purché mi lasciassi amare, parlava molto e bene.

E tra l’uno e l’altro, alzandomi alle cinque, coricandomi dopo l’una di notte, con la scuola delle suore a Ivrea, la scuola serale in fondo a via Nizza, i bambini Nasi in via Principe Amedeo e infine gli allievi privati, riuscivo a impartire dieci‒dodici ore di lezione al giorno; e correggere i compiti; e tre volte la settimana alla piscina dell’ymca; e scrivere a Altiero, andarlo a trovare appena messi insieme i soldi; e le domeniche in montagna o in barca; e le serate politico‒mondane in casa di Barbara, dei Carrara, di altri; e infine arrabattarmi con mille ripieghi e trovate per non esser tanto malvestita.

In marzo, con altri, viene arrestato Leone Ginzburg. «Almeno, adesso che è in prigione, non potrà ficcare il naso nei miei affari», dice allegramente Pavese, ed è tutto. Poco tempo prima s’era vantato di avere, per la stessa ragione, spinto l’ancor dubbioso M. verso una che cercando marito lo concupiva.

Quando è accaduto non lo so, perché in realtà non è accaduto niente; e Pavese che aveva il culto degli anniversari, quest’anniversario non l’ha mai celebrato.

Può essere accaduto verso fine aprile, se in questo mese trovo la nota cifrata: X π mépriseur des femmes et pour cause!».

È stato una sera a casa sua. Luce spenta, finestra aperta sul cielo. Baci che rompono il patto d’amicizia (e mi vendicano dell’altro). E poi un momento, solo un momento di lucida follia, d’abbandono. E mentre, rinsavita, mi rallegro che non sia successo niente, lui è già in ginocchio e dice che ora dobbiamo sposarci e saremo tanto felici.

Se i patti d’amicizia si rinnovano (ce ne saranno altri) è perché, nel timore che lui faccia una pazzia e per distaccarmi dall’altro, mi lascio indurre a infrangerli.

Inutile che continui, è una storia vecchia: il cuore può dividersi con alterna sincerità tra un amore che ti dà solo tristezza, eppure è il solo che conta, e un amore che con un vendicativo senso di riscatto ti fa sentire giovane bella ineguagliabile.

Proprio la solita storia, con una piccola variante: scoprire che l’amore che ti dà il senso di riscatto ecc. è irrimediabilmente… be’, diciamo elusivo.

Il mio amore elusivo mi diceva «Tina», «tesoro», «ho‒ney». «Cesarino», gli dicevo io e Ebe si meravigliava che il diminutivo non lo offendesse.

Cesarino: a quei tempi era un bel ragazzo alto, snello, un gran ciuffo sulla fronte bassa, il viso liscio, fresco, di un leggero color bruno soffuso di rosa, i denti perfetti. Mi piacevano i suoi occhi innamorati, le sue poesie, i suoi discorsi tanto intelligenti che diventavo intelligente anch’io, mi piaceva il senso di fraternità che ci veniva dalla stessa origine bottegaio‒contadina, da un’infanzia vissuta nei nostri paesi delle Langhe, e per tanti versi simile.

Ma come prenderlo sul serio quando parlava di matrimonio e poi piangeva perché gli dicevo di no, quando per fare l’uomo forte smaniava, imprecava, ma da cattivo commediante sbagliava tutto ed era solo ridicolo, quando per indurmi a rompere il patto d’amicizia minacciava d’ammazzarsi.

S’era messo ciecamente nelle mie mani e io non volevo fargli del male. M’ostinavo a farne un amico, non ci riuscivo, ma chissà, un patto d’amicizia dopo l’altro, alla fine si sarebbe persuaso.

E poi le ore che passavamo assieme noi due, al caffè, in barca sul Po, oppure a casa mia con Carlottina, con Ebe, qualche volta Estella, erano le uniche ore felici della mia vita affannosa e senza speranza. Chi l’ha conosciuto più tardi lo ricorda taciturno, pieno di sé, sprezzante; non può immaginare com’era facile e incantevole stare con lui giovane.

Ricordando l’incanto dei nostri dialoghi tante volte mi sono chiesta di cosa mai si parlasse noi due.

Uno spunto qualsiasi, fosse pure solamente: «che bella giornata» oppure «hai un nuovo cappellino» bastava a dar l’avvio a una conversazione intessuta di fantasia di ricordi di scoperte. E perché eravamo giovani ognuno provava genuino interesse, e meraviglia, e ammirazione per ciò che passava per la mente dell’altro.

Avevo un bel ripetermi: in amore tutto è permesso, non devo render conto a nessuno, provavo ‒ non rimorso, solo un senso di fastidio, di sconforto, e solo ogni tanto.

Ricordo che più di tutto mi dispiaceva non poter affrontare Altiero a tu per tu e spiegare a lui ciò che a me pareva tanto chiaro, logico, giusto.

Gli avrei detto: «Ho rinunziato a te perché voglio il tuo bene e un giorno me ne sarai grato. La finzione del fidanzamento che ci permette di scriverci, vederci, devi accettarla come una forma di soccorso rosso. E adesso, dopo tanti anni vissuti nell’attesa di collaborare assieme, dimmi tu che cosa posso fare della mia vita che senza questo miraggio non ha più senso. Ricordati che devo guadagnarmela la vita e se non voglio chiedere grazia e tessera mi tocca lavorare dodici ore al giorno. Non mi resta voglia energia per studiare come vorresti tu. Non che non mi piaccia studiare, ma non sono ancora abbastanza vecchia per farne il mio solo conforto. Non puoi esigere che ancora adesso, in questi pochi anni di gioventù che mi restano, io mi rifiuti l’altro grande conforto di amare e essere amata. Si dà il caso ‒ su, rìdine con me ‒ che per amare e essere amata, di presenza e non solo per lettera, io debba ricorrere a due persone diverse».

Intanto continuavo a mandargli lettere sbrigative e amichevoli. Qualche volta tornavo a rivolgere il mio pensiero a lui come al solo capace di mettere ordine e pace nella mia vita affannosa, e allora mi lasciavo andare fino a scrivergli: «quando uscirai di carcere decideremo della mia vita secondo il grado di amicizia e di amore che ci sarà tra di noi». Ma lui non poteva capire.

E venne «la bella estate» il cui ricordo, mi pare, pervade alcune opere di Pavese, e che anch’io ricordo come un’estate felice.

Tra la metà di luglio e ferragosto avevo pochissime lezioni e mi godevo il senso di vacanza che dà Torino d’estate quando, nell’afa, la città operosa pare fermarsi e solo le colline e le acque ‒ Po, Stura, Dora, Sangone ‒ fervono di vita.

Intere giornate in barca a punta. Risalire il Po fino a Moncalieri. Vincere i correntini e imboccare il Sangone. Sosta meridiana e, quando il sole è basso, giochi sportivi sulle rive boscose. Letture a due sotto gli alberi centenari del Parco Michelotti al mattino, o al pomeriggio a casa mia con le persiane calate e la corrente d’aria che fa volare le tende.

A casa c’erano a volte con noi amiche, amici, più spesso la sola Carlottina, anche lei in vacanza dopo la scuola a Valtournanche. Se c’era lei, che pareva un ragazzino e non lo intimidiva, Pavese dava il meglio di sé, tornava a essere quale lo avevo creduto prima dei lacrimoni e delle tirate istrioniche.

Era il tempo che lui rivedeva, riordinava, sceglieva le sue poesie per darle alle stampe. Ero lusingata e molto imbarazzata quando chiedeva il mio giudizio. Dovevo decidere se una poesia andava o no inserita nella raccolta (decisione tormentosa; da quel momento è caduto il mio interesse per la poesia che era sempre stato vivo). Dovevo scegliere tra due aggettivi o il posto di una parola nell’ordine del verso, poiché accettava la mia scelta a occhi chiusi mi sentivo responsabile davanti ai posteri; non capivo che lui s’affidava a me quando una scelta valendo l’altra avrebbe potuto decidere a testa e croce.

Ore felici perché bastava girare il discorso sulla bellezza delle sue poesie, sul suo «genio», sulla sua gloria futura per distoglierlo dalle velleità amorose. Era molto vanitoso Cesarino, io e le altre ne sorridevamo un po’ dicendoci: forse gli artisti sono tutti così.

Stavo tanto bene con Pavese e le sue poesie, quell’estate, ed ero sempre tanto infelice con l’altro che a volte, in un impeto di ribellione, dicevo a Carlottina: «Sposo Cesarino e la faccio finita». (A lui però non l’ho mai detto.) Adorata in ginocchio nei primi tempi poi, quando gli fosse passata, una vita d’inferno. Questo m’attendevo e mi respigeva quasi quanto mi disgustava l’amore elusivo.

Dopo ferragosto cominciavo ad avere molte lezioni, durante le quali, in un’altra stanza, c’erano Carlottina che cuciva qualcosa per me o leggeva, e Pavese che meditava una poesia tormentandosi il ciuffo e piegando, ripiegando in sottili strisce il foglio su cui la stava scrivendo.

In settembre, oltre loro due c’era Nina (tornata dopo un’assenza di qualche mese, sarebbe poi andata ad abitare con Carlottina a Valtournanche), c’era Cerilo (un fratello di Altiero, tra poco sarebbe andato in prigione anche lui), spesso Bruno Maffi, qualche volta anche Vili e Berti (presto entrambi emigreranno il primo in Inghilterra l’altro in Francia, per trovare lavoro).

Capitolo quattordicesimo

La retata di Giustizia e Libertà

Nell’ottobre ’34, con le prime nevi, si è formato un nuovo, e più affine, gruppo sciistico: Carlottina e Nina da Valtournanche, Bruno e Bastiano con qualche amico da Milano, Henek, mia sorella e io, più eventuali aggregati torinesi, ci riunivamo, nel luogo fissato di volta in volta, mediante fitto scambio di biglietti postali. Non veniva con noi Pavese che, freddoloso pauroso, aveva in dispregio la montagna.

Quando per le vacanze da Natale a Capodanno si è combinato di andare tutti al campeggio dell’ymca a Cheneil, per non stare tanti giorni senza vedermi, ha chiesto di venire con noi.

Nel diario accenna a questo soggiorno in montagna come se glielo avessi imposto io per renderlo ridicolo. Mentre io avrei preferito lasciarlo a Torino, perché sapevo che in compagnia numerosa gli piaceva rendersi antipatico. Ha voluto venire ad ogni costo e noi ci siamo dati da fare per equipaggiarlo. Forse è per le scarpe strette (un vecchio paio che avevo per casa) se in quei giorni Pavese è riuscito insopportabile a tutti, oltre che ridicolo.

A Cheneil eravamo alloggiati in camere di cinque‒sei letti e solo quella delle donne era, malamente, riscaldata da una stufetta. Che facesse più freddo nel rifugio che fuori, a noi impazienti di esplorare le montagne vicine, metteva allegria.

Imbacuccato in una sciarpa che gli lasciava fuori solo il lungo naso arrossato, il cappello calato fino agli occhiali e la più sbagliata delle sue espressioni tragiche in volto, Pavese se ne stava impalato dietro la porta della camera delle donne, addossato al muro in modo che chi apriva gli sbatteva l’uscio in faccia. Con occhi lacrimosi ogni tanto si lamentava piano: «Tina!». Un cane scacciato che guaisce, ecco cosa sembrava.

Con un guaito ci vedeva partire al mattino, con lo stesso guaito ci accoglieva al ritorno. In una settimana mai una parola, mai un sorriso. Ripensandoci mi meraviglia che nessuno, della nostra compagnia o delle altre lì convenute, badasse a lui. Andando e venendo chi lo urtava, chi gli pestava i piedi, senza farci caso. Sarà stato perché il saggio Bastiano, a quei tempi già padre di due maschietti, aveva suggerito: fate finta di niente, gli passerà.

A me pareva che preso dalla parte di can bastonato, ci provasse troppo gusto per farla finita.

Appena a Torino è tornato quello di sempre, ma ci vedevamo di rado perché io ero molto presa dal lavoro. (E lui era capace di alzarsi alle cinque per vedermi partire col treno delle sei per Ivrea.) I patti d’amicizia, forse per il ricordo di quella faccia e di quei guaiti a Cheneil, riuscivo a farli durare di più.

E adesso, prima d’arrivare alla grande retata del 15 maggio ’35 che ci disperse tutti, devo mettere in chiaro alcune cose.

Pavese diceva che un poeta è al di fuori della politica e l’aveva a noia; due anni prima s’era, come tanti, iscritto al fascio per poter adire all’insegnamento. Tutti lo consideravano politicamente innocuo e ben difeso. Perciò Leone lo aveva scelto come direttore de «La Cultura» in sostituzione di Solmi.

A quei tempi la mia corrispondenza passava per la questura che, per esaminarla, la tratteneva qualche giorno, sì che a me arrivava sempre in ritardo. Al ritardo della posta ero abituata, rassegnata: se le lettere di Altiero tardavano non aveva importanza, non avevamo mai nulla di veramente urgente da dirci.

Un rapido scambio di lettere era necessario solo per combinare le gite sciistiche con gli amici di Milano: le lettere di Bruno me le facevo indirizzare all’ymca dove andavo a nuotare tre mattine alla settimana. In aprile, aumentato il numero delle lezioni, per evitare una corsa all’ymca fuori orario e magari a vuoto, mi sono servita (due o tre volte, non di più) del recapito di Pavese, senza immaginare che quale direttore de «La Cultura» la sua corrispondenza fosse da qualche tempo sorvegliata al pari della mia.

Ed è così che a me destinataria, Bruno mittente, Henek al quale la lettera accennava, è toccato l’onore di essere arrestati con il fior fiore dell’intellighenzia torinese quando l’ovra è calata su tutto il gruppo della «Cultura».

Il 15 maggio prima delle sei, proprio mentre ero sulle mosse di uscire a recarmi a piedi alla stazione per Ivrea, suona il campanello. A quell’ora si sa che significa: «Aprite, polizia».

Entra il commissario rionale con un paio di agenti, munito di regolare mandato di perquisizione e fermo.

Sul mandato c’è il mio nome, ma la data di nascita è quella di Pavese. Capisco subito tre cose: 1) anche Pavese è arrestato. 2) Se la sua data di nascita è passata a me significa che è stata presa da un lungo elenco alfabetico dove i nostri nomi sono vicini. Ossia: ne hanno arrestati molti. 3) Molti e perciò anche Henek, che come Pavese frequenta casa mia e che a differenza di Pavese ha precedenti politici.

Il commissario comincia a perquisire il mio tavolino e casca su alcune poesie manoscritte di Pavese, le legge forte con lazzi, e commenta: «Poesie queste? Già al liceo ne facevo di migliori».

Finito con il tavolino passa alla libreria e intanto mi sussurra: «Punti sul comunismo».

«A te conviene, eh?», penso, ma poi vedo che nell’esame dei libri sorvola su quelli marxisti e prende nota di quelli crociani: forse è un consiglio leale il suo.

C’è il solito agente che scambia la tavola dei logaritmi con un cifrario, c’è che la Nina riesce a escamoter un fascio di lettere di Bruno e portarle disinvoltamente in un’altra stanza, c’è che perquisendo mi trovano quel rossetto scomparso mesi prima, nient’altro.

Mentre, a piedi, andiamo alla questura rionale il commissario torna a sussurrarmi di puntare sul comunismo. Nel suo ufficio vedo la copia fotografica di un biglietto postale di Bruno ricevuto tramite Pavese.

Mi portano alle Nuove.

La prima volta che vai in prigione non sai com’è, lo impari a poco a poco e, sebbene tutto sia peggio di come credevi, conservi l’illusione di uscire presto; quando ci torni, di ciò che t’aspetta ricordi solo il peggio, non sai più illuderti; anzi, pensi che resterai dentro per anni.

Dentro per anni: ne ero disperata per mia sorella. Come avrebbe potuto campare senza il mio aiuto? Tante fatiche, tanto lavoro per costruirci una vita dignitosa, e adesso il crollo di tutto. Sotto questi pensieri scorreva un senso di liberazione. Liberazione da ogni responsabilità verso Pavese che ‒ pensavo ‒ uscirà (e si consolerà) mentre io resto dentro, e anche liberazione dal malinconico legame con l’altro.

Entro nella sezione femminile accolta con molte feste dalle suore che, come pronipote di due vecchissime e sante loro consorelle, mi ricordano con simpatia.

Quando suor Giuseppina mi scruta il viso e, fatto un rapido calcolo, dice che in sette anni sono molto invecchiata, si ravviva in me il senso di liberazione: vecchia e al salvo dalle passioni amorose.

Ordine di assoluta segregazione dice, con rammarico, suor Elisabetta, la superiora. Conosco suor Elisabetta, il suo rammarico è sincero, ma non trasgredirà all’ordine, facile da eseguire in un carcere come le Nuove.

A differenza delle carceri conosciute come ospite o come visitatrice di carcerati, tutte in vecchi conventi, le Nuove è stata costruita, credo nell’Ottocento, come prigione modello.

Non so come è stata trasformata adesso, a quei tempi persino in chiesa le prigioniere potevano essere rigorosamente isolate: ognuna in una piccolissima cella dove, inginocchiata, poteva da un pertugio vedere l’altare. La chiesa come un teatro: palcoscenico, l’altare; palchi, serrati buchi bui da terra al soffitto; platea, banchi da chiesa, per le suore e per le prigioniere non soggette a segregazione.

Nelle celle di abitazione invece del fetido bugliolo c’era, in fondo a un tubo di ferro leggermente svasato in alto, un buco allacciato a una vera fognatura. Comodo e igienico, certo. Però con quel pertugio in cella si perdeva la rituale uscita per vuotare il bugliolo che è festosa occasione di incontri con le altre prigioniere. E al rifornimento dell’acqua provvedevano le stesse suore. A ore fisse passavano di cella in cella a riempire i boccaletti con una sorta di grosso innaffiatoio portato da una scopina.

Isolamento assoluto, dunque; suor Elisabetta lo mantiene senza deroghe studiandosi però di concedermi qualche conforto. La volta che il cardinale di Torino viene, caso straordinario, a dir messa in carcere, lei per non privarmi di una benedizione cardinalizia, fa entrare in chiesa tutte le prigioniere, poi, senza dir parola e con fare misterioso, mi conduce ‒ dove? mi chiedo ‒ in una di quelle celle‒palchetto dove posso assistere allo spettacolo senza vedere le altre e senza esser veduta.

Più tardi per saziare la mia fame di libri le verrà l’idea di portarmi in cella la segretaria (credo) dei fasci femminili che visita periodicamente il carcere: la sola persona che può procurarmene senza permessi speciali e senza spesa.

Ancora una volta la mia teoria, che l’etichetta politica non definisce chi ci sta sotto, è confermata. Come Donna Bianca la signora Favretti è donna di larghe vedute e di buona volontà: non mostra sdegno, né rancore, né dispregio, ma benevola curiosità e desiderio di rendersi utile. Mi presterà alcuni romanzi che ancor oggi mi fa piacere rileggere per il ricordo di quanto mi sono stati graditi dopo un mese senza libri.

Infine il giorno di San Giovanni Battista, mio onomastico, tornando dall’aria trovo in cella un pranzetto da festa, e c’è la torta e c’è il mazzo di fiori. Il bello è che questa volta, per risparmiare a mia sorella poche lire, in carcere ho fatto volontariamente la fame e, grazie a San Giovanni Battista, per la prima volta mi sazio.

La mia inflessibile amica e compagna Anna Bessone avrebbe sdegnosamente rifiutato ognuno di questi privilegi, io no, perché sono curiosa di tutto e perché non sono capace di offendere quella santa donna che s’è macerata la coscienza per escogitarli.

Altri privilegi mi procura, come a Grosseto, la scuola. Perché io possa chiudere le mie medie scolastiche senza lordare i registri col timbro del carcere, il cortesissimo dottor Lutri, vicecapo dell’ufficio politico, mi fa chiamare in questura, mette a mia disposizione tavolino, penna, inchiostro. (L’anno dopo le suore di Ivrea mi chiameranno ancora a insegnare nella loro scuola convinte che la mia improvvisa assenza sia dovuta a improvvisa e grave malattia.)

La mia gita in questura mi fornisce altre informazioni: riconosco la voce di Antonicelli che parla da una stanza vicina; non ricordo come, il mio timore che anche Bruno sia arrestato trova conferma.

Torno al carcere e alla segregazione. Per caso, nella nota della spesa riconosco il nome da ragazza della signora Giua, dal che arguisco che anche il professore è arrestato.

Sola in cella, e per un mese senza libri, ho tempo di riflettere e farmi un’idea di ciò che è capitato. Non mi provo a ricostruire i miei pensamenti di allora, dico solo che arrivo alla certezza che questa volta (lasciando per altra occasione i comunisti) si vuole colpire il gruppo gl. Gente nuova alla cospirazione, capace di tenere in camera il materiale. Chi si è fatto trovare il materiale sarà, senza fallo, deferito al Tribunale Speciale.

Degli amici più cari di certo si salverà Pavese che non essendosi mai occupato di politica non poteva avere carte compromettenti. Si salverà Maffi che, già scottato una volta, sa che le carte compromettenti si tengono in camera della serva o di qualcun altro. Anche a Henek, che ha lunga esperienza, non avranno trovato nulla ma, sebbene pulito come straniero, rischia, per i suoi precedenti, l’espulsione. Di lui, solo di lui mi do pena, molta pena.

A Maffi e a me può capitare l’ammonizione o il confino, ma Pavese tornerà libero.

È passato più di un mese quando mi chiamano dal giudice istruttore. Uno solo e viene da Roma, deve essere dell’ovra ‒ m’informa la madre superiora.

Noto che nel vedermi ha un moto di meraviglia, di delusione, direi. Me lo spiegherò di lì a poco quando saprò che Pavese, che Maffi, che Henek ‒ anche lui! ‒ ognuno ha detto, buon pretesto, che frequentava casa mia perché innamorato di me. Per cui il giudice si aspettava di veder comparire una sorta di donna fatale. Mentre invece io, nei panni migliori di cui dispongo in carcere, sono vestita, anzi travestita, per Ivrea; dove per ispirare fiducia alle suore mi presento, in classica camicetta bianca e severissimo tailleur grigio‒ferro, per una vivace e schiva zitella un po’ mascolinizzata. Inoltre, in un mese e passa di carcere, i capelli mi sono cresciuti tanto che ho dovuto farmi due treccine e legarle, non avendo altro, con pezzi di spago.

Il moto di meraviglia è seguito da un’espressione di sollievo. Il giudice, che è meridionale, diffida delle torinesi seducenti, non di quelle occhialute con treccine.

Non dico di aver subito capito tutto, però non ci metto molto e questa volta recito una parte ben diversa da quella di Grosseto. Appena ne ho l’opportunità confesso con bella franchezza che ormai, a trentadue anni, vorrei trovar marito. Ero a buon punto: quei tre giovani che frequentavano casa mia avevano intenzioni serie. Li tenevo, si capisce, un po’ a bada tutti e tre per fare una scelta ponderata, come si conviene alla mia età.

Il giudice deve avere una caterva di sorelle da accasare perché consente con simpatia. E fa di più, mi dà qualche consiglio. Pavese è da scartare; un presuntuoso, uno che non sa vivere se ha scritto a casa e mi legge il pezzo che suona all’incirca così: «qui giudici e carcerieri, tutti terra da pipe, potete immaginare come andiamo d’accordo». Maffi deve essere un gran bravo figliolo, però ha troppa voglia di ridere e giocare, e non ha una posizione. L’unico serio che dà affidamento è il terzo: un gentiluomo.

Sono esattamente della sua opinione. Glielo dico, poi: «Adesso però, con questa storia che non sta in piedi, noi italiani ce la caviamo, ma per lui che è straniero basta un sospetto e gli tocca l’espulsione».

«Vedremo di evitarlo», risponde con sorriso di simpatia, preso, e non lo sa, dall’onesto fascino delle torinesi con occhiali e treccine.

Stralciata dall’istruttoria ora devo vedermela con quelli dell’ufficio politico.

Finucci il capo, Lutri il vicecapo mi fanno l’esame. Da un certo che di svogliato, dai mugolii e ammicchi che si scambiano direi che questa retata non gli va. Non gli va che l’ovra venga a cacciare nelle loro riserve credendosi più avveduta della polizia regolare.

Mi accusano, senza troppa convinzione, di appartenere alla setta Giustizia e Libertà.

«Questa poi…», sbotto io, «mi avete messa nel partito comunista. C’era di mezzo Spinelli e posso ancora capirlo, ma che adesso vogliate levarmi da un partito per mettermi in una setta mai sentita nominare, no, mi rifiuto, resto nel partito comunista.»

«Allora lei dichiara di essere comunista.»

«Sono stata condannata come tale. E della setta Giustizia e Fratellanza non so niente.»

Che io sbagli il nome della setta e, sentito da loro, ripeta sbagliato il nome di Ginzburg, che ovviamente non conosco, sono raffinatezze che forse vanno perdute.

Un anno dopo Leone, uscito di carcere, mi dirà con un sorriso di rimprovero: «Ho saputo che mi ha rinnegato». (Riusciva sempre a saper tutto, lui.) Lo noto qui perché mi pare caratteristico di Leone: generosamente difendeva e perdonava quelli che per salvarsi lo avevano accusato: «La colpa è mia», diceva, «che gli ho dato fiducia». E si meravigliava di me che un po’ per salvarmi, ma soprattutto per non combinare guai, lo avevo, come diceva lui, rinnegato.

Alla fine di giugno, con altri, torno libera con due anni di ammonizione. È certo che si voleva solo colpire gl perché Henek, schedato come comunista, è liberato in luglio. E non è espulso. Nessuno mi toglie di testa che il merito va dato anzitutto al giudice dell’ovra che non ha voluto privarmi di tutti e tre i pretendenti; poi alla svogliatezza dell’ufficio politico di Torino per tutto ciò che riguarda la grande retata.

Bruno, che ha precedenti giellisti, va al confino; ci va anche Pavese, direttore de «La Cultura».

Dal confino a Bagnara, Bruno ci fa sapere d’aver finalmente trovato «un buon posto». Basta presentarsi due volte al giorno a un cortese signore con baffi, detto il commissario, per ricevere a fine settimana lire trentacinque (o erano settanta, non ricordo) che per vivere in quei luoghi bastano e avanzano. Quando, per non so quale condono, gli leveranno il confino e, rimpianto da tutta la popolazione accorsa a salutare don Bruno che li lascia per sempre, dovrà tornare a Milano, scriverà: «Era un così buon posto, troppo buono per durare, come ne vorrei un altro eguale…».

Per Pavese, invece, tutta la vicenda prende un andamento drammatico. Non varrebbe la pena parlarne se Pavese non fosse un celebre scrittore e se sul suo confino non si fossero scritte tante fantasiose sciocchezze.

Pavese ‒ che mi aveva detto: «Mi respingi perché non sono capace d’impegnarmi politicamente», e anche: «Forse tu ami in me il poeta, ma non ami l’uomo» ‒ era, e si sentiva, così estraneo alla politica da non poter capire ciò che a tutti noi era chiaro: l’ovra, giudicato pericoloso il gruppo torinese di gl, non si era limitata ad arrestare i supposti aderenti e simpatizzanti ma, secondo il suo costume, aveva colpito alla cieca anche tra i loro amici.

Il sospetto di un legame con gl era bastato a sopprimere «La Cultura» e mandare al confino (non al tribunale) i collaboratori e con essi il collaboratore e ex direttore Cesare Pavese. Il quale, però, se si fosse comportato con un po’ di avvedutezza forse il confino lo avrebbe schivato.

Perché si sentiva politicamente innocuo e de «La Cultura» s’infischiava, perché aveva sempre vagheggiato di rovinarsi per una donna, Pavese ha preferito credere di esser finito al confino per i biglietti di Maffi e quindi per colpa mia. Questo lasciava capire nelle lettere e, tornato dal confino, è andato dicendo a tutti.

Come «al confino per colpa di lei» si sia poi trasformato in: «al confino per salvare lei», non riesco a capirlo. Da lui io non l’ho mai sentito.

Mentre scrivo mi viene d’un tratto in mente che, col passar del tempo, Pavese può averlo veramente creduto. Sì, più tardi, quando la sofferenza si è mutata in rancore può aver pensato: «Io ho saputo tacere ciò che avrebbe potuto comprometterla: l’amicizia con Ginzburg, con la Barbara Allason, con quelli che frequentavano il salotto di Barbara e soprattutto tacere che mi ha sempre respinto perché non condividevo le sue idee. Così, a mio rischio, l’ho salvata».

Invece io penso di essermela cavata perché, a giudizio della polizia, una povera professoressa che campa di lezioni private, e per di più è comunista, non poteva aver niente da spartire con quei giellisti appartenenti all’alta borghesia e tutti intellettuali di fama.

Da parte mia ho peccato di vanità. Arresti, condanne per noi erano onori. Per vanità non ho mai messo in chiaro, nemmeno con Pavese, che nella retata del ’35 io ci sono cascata in parte per caso, in parte per merito suo.

Lettera a Tina Pizzardo, (Brancaleone) 17 settembre ([1935) :


Cara,
scrivo con la tua stilografica. Nonostante la cattiva esperienza non so resistere alla tentazione di una lettera. Non so se le cartoline che ho spedito al vostro indirizzo vi siano giunte. Quattro tue mi sono arrivate. Approfitto di questo bravo ragazzo per mandarti un ricordo. E’ già usato, ma non ho altro.

Io passo le giornate (gli anni) in quello stato d’attesa che a casa provavo certi pomeriggi dalle due e mezzo alle tre. Sempre, come il primo giorno, mi sveglia al mattino la puntura della solitudine. Descriverti le mie ansie è impossibile. La mia pena non è quella scritta, sei tu; e lo sapeva bene chi ci ha così allontanati. Non scrivo tenerezze; il perché lo sappiamo; ma cerco il mio ultimo ricordo umano, è il 13 maggio.

Ti ringrazio di tutti i pensieri che hai avuto per me. Io per te ne ho uno solo e non cessa mai. Tuo


Capitolo quindicesimo

Il tradimento

Una malinconica estate quella del ’35; dispersi tutti gli amici, persi i contatti perché sorvegliati, Henek e io passavamo assieme tutte le ore libere. L’incombente guerra di Etiopia ci dava qualche speranza di cambiamenti, ma quali?

Henek cominciava già a parlare di matrimonio. Gli dicevo: so io perché mi vuoi sposare, perché da quando hanno messo un garage nel cortile, in quella tua camera non hai più pace. Sei troppo pigro per cercarne un’altra, preferisci sposarmi e abitare con me, che è un posto tanto tranquillo. Lui rideva; ancora adesso quando glielo dico ride, ma non ha mai protestato e forse è andata veramente così.

Non avevo mai aspirato al matrimonio. Solo per aver diritto a lettere e colloqui ero stata disposta a sposare Altiero, ma gli avevo lietamente fatto notare che, non consumato, il nostro matrimonio si sarebbe potuto sciogliere quando ci fosse piaciuto.

Adesso, sposando un ebreo di nazionalità polacca, avremmo potuto divorziare perché in Polonia il divorzio agli ebrei (non ai cattolici) era consentito. Con diritto al divorzio per me il matrimonio con Henek è stato, sul momento, nient’altro che una mossa di strategia amorosa. Questo devo ricordarlo a me stessa mentre scrivo per capire, oggi, il mio comportamento nei due anni seguenti. Solo quando avrò concepito nostro figlio il matrimonio diventerà per me sacro.

Avevo conosciuto troppi innamorati per illudermi sui sentimenti di Henek: gli riscaldavo l’esistenza, mi voleva bene ed era tanto pigro. Sempre molto infelice con lui, m’illudevo, come tutti gli innamorati, uomini e donne che siano, che la vita in comune lo avrebbe cambiato; ma ancora esitavo, soprattutto per Altiero. Mi ero promessa di assisterlo fino alla sua liberazione, solo allora lo avrei, con fermezza, lasciato. L’ammonizione mi aveva levato il permesso di scrivergli, ma forse i suoi sarebbero ancora una volta riusciti a farmelo riavere.

Per non so quale ragione, Altiero aveva avuto due anni di condono e sarebbe uscito (dopo undici anni) nel febbraio del ’37, ossia tra un anno o poco più.

Un anno, e la legge polacca che vietava il matrimonio tra ebrei e cattolici era un ostacolo forse insormontabile, certo lungo e difficile da aggirare. È stato questo a decidermi.

Credo d’esser stata io ‒ gli ostacoli mi mettono voglia di vincerli ‒ a escogitare il modo di eludere la legge.

È una vera trovata: il permesso per il nostro matrimonio giunge con imprevista rapidità. Conviene profittarne prima che il trucco venga scoperto ‒ perché adesso, sulla nostra traccia, altre coppie, lei cattolica, lui ebreo polacco, inoltrano al console domanda di potersi sposare.

L’inatteso permesso era come un responso della sorte: abbiamo cominciato a preparare le carte. Dovevo però avvertire Altiero, spiegargli quando e perché avevo rinunziato a lui. Gli ho scritto e ho inviato la lettera al direttore del reclusorio di Civitavecchia pregandolo, data la natura del messaggio, di consegnarla all’interessato o almeno comunicargli il contenuto.

Il direttore mi ha rimandato indietro la lettera, di suo ha aggiunto che non poteva comunicarne il contenuto al prigioniero.

Altiero non è stato avvertito. Ha poi avuto, e con molto ritardo, la notizia del mio avvenuto matrimonio da Azalea, la sola della famiglia che, dopo molti rinvii, ha trovato il coraggio di affrontare la situazione. Mancavano ormai pochi mesi alla sua scarcerazione. E così, alla fin fine, tutto si è svolto all’incirca come avevo stabilito.

Mi preoccupavo di Altiero, non di Pavese a cui non avevo mai dato speranza.

Dal confino lui non s’azzardava a scrivermi altro che cartoline: una ogni 25 del mese, in ricordo del 25 febbraio. Avevo notizie dalla sorella che a volte mi mostrava le lettere perché non capiva certi passi allusivi e infatti io sola potevo intenderli.

Pavese una volta sola è riuscito a mandarmi una lettera affidandola a un suo allievo del posto che veniva a Torino. Forse gli avrà pagato lui il viaggio perché venisse a portarmela. Per estrema prudenza aveva scritto l’indirizzo a parte, celandolo nelle false correzioni in blu di un finto compito d’inglese che conservo con la lettera. La minuta della quale, trovata tra le sue carte, credo sia quella riprodotta in facsimile nel libro di Lajolo.

A questo proposito voglio dire che non condivido lo stupore, l’irrisione dei più per lettere d’amore scritte in brutta copia e poi ricopiate in bella. Quando i pensieri, i sentimenti urgono mi pare naturale, anche per uno scrittore, fare una o anche più brutte copie. Le ha conservate perché era il tipo d’uomo che tiene un diario, annota le spese anche minime e inoltre ha il culto delle date, delle memorie.

Non so quando ‒ ma certo non ero ancora decisa a sposarmi, perché non glielo avrei taciuto ‒ la sorella di Pavese mi ha mandato a chiamare per dirmi, con molto imbarazzo e molte esitazioni: «Cesare vorrebbe chiedere la grazia, ma non osa farlo, per lei, per paura che lei poi lo disprezzi».

Leone avrebbe risposto: «Domanda di grazia, mai, per nessun motivo», e più tardi mi ha rimproverata di non averlo detto in sua vece.

A Igea io avevo rifiutato due volte la tessera che Donna Bianca mi tendeva come un salvagente, ma Altiero aveva fatto di più, aveva rifiutato di firmare una domanda di grazia il cui esito favorevole era sicuro, e lo aveva fatto quando era all’inizio dei sedici anni da scontare (e i suoi se l’erano presa con me che non mi ero neanche provata a persuaderlo).

Infatti su questioni come: iscrizione al fascio, domande di grazia, comportamento dinanzi ai giudici, dinanzi al tribunale, io avevo, e ho, idee ben chiare. Ognuno, quando non nuoce agli altri, quando si tratta della sua vita deve decidere da sé e nessuno ha diritto d’intervenire, né giudicare. Se uno è tentato di sottomettersi vuol dire che ‒ come la stragrande maggioranza degli italiani, a quei tempi ‒ è già sottomesso. Dovremmo fargli una colpa di essere anche lui come tutti gli altri, di essere una persona normale? Quelli che rifiutano lo fanno, ed era il caso di Altiero, perché se accettassero, la vita per loro non avrebbe più senso.

Ho cercato di spiegare tutto ciò alla sorella di Pavese. «Insomma, lei è per il sì?»

«Né per il sì, né per il no, deve decidere lui. In qualunque caso per me sarà esattamente lo stesso di prima. Non è questo che può farmi cambiare l’opinione che ho di lui.»

Allora la buona Maria si prende paura: sta a vedere che questa se lo sposa in ogni caso. Mi chiede, timidamente, che intenzioni ho verso Cesare.

«Nessuna. Non lo sposerò mai, se è questo che vuol sapere. E lui lo sa. Credo che anche lei sia d’accordo con me.»

«Sì, troppa differenza d’età.»

Le brillano gli occhi di contentezza, povera cara donna.

(notte, insonnia).

Non soltanto lui può goderla ogni sera e ogni notte – vederla mangiare, vederla dormire, sapere che l’avrà ancora domani, parlare di lei come di sé stesso, provarne sazietà, una dolce e riposata e virtuosa sazietà – non soltanto essere la sua vita, ma nemmeno deve soffrire quel poco che sarebbe sgradevole – sapere del suo passato, sapere della leggera infedeltà, che – poverino – gli disturberebbe i succhi gastrici e genitali. Una camicia rosa, una riposata nottata, un corpo libidinoso e tutto suo, occhiate gravi di riconoscenza e quelle carezze che tu sai: tutto ciò deve avere pienamente, senza disturbo e senza sospetto, a domicilio.

Tu hai passato otto mesi di angoscia, hai sofferto nella carne l’orrore del tradimento, hai sofferto l’orrore della solitudine come esclusione, sei stato lasciato nell’avvilimento più atroce (quello dell’uomo di cui si dice: E un pesce. L’ha mandato al confino e poi si è fatta fottere da un altro) – eppure sei scomparso, hai vivacchiato come hai potuto, hai perdonato e riteso la mano.

Se un tuo amico fosse in questo stato che cosa diresti?

Molti che fanno morti edificanti, se li guarissero in extremis tornerebbero a imperversare.

Yet we all kill the thing we love
by all let this be heard
some do it with a bitter look
some with a flattering word…

Non soltanto tu l’hai perduta (perché averla cosi non è averla) ma devi vederla nel suo volto peccatore. Lui non solo se l’è trovata fra le braccia, ma deve vivere una vita di legittime dolcezze e fiducie.

Amare senza riserve mentali è un lusso che si paga si paga si paga.

Pavese ha fatto domanda di grazia (chissà che cosa gli ha riferito la sorella) e in marzo è tornato dal confino. Non so la data esatta, ma è stato certo prima del 19 marzo perché il secondo biglietto dopo il suo ritorno porta questa data, il primo non è datato.

Al confino, da certi misteriosi accenni della sorella, si era messo in mente che io fossi in carcere (come è provato da un biglietto che conservo); arrivando aveva saputo da Sturani che ero in procinto di sposarmi.

Noto, perché è un bell’esempio della sua impostazione fumettistica, che nel libro di Lajolo Pavese arriva a matrimonio avvenuto, gli danno la notizia appena scende dal treno e perciò: tre tonfi. Lui e le due valige, tutti e tre sbattuti a terra dal tradimento.

Appena arrivato è venuto a cercarmi a casa. Mi portava un regalo ridicolo e commovente: una scatolina di belletto che aveva comperato per me a Genova fra un treno e l’altro. Per esattezza devo dire che non ho mai avuto il tempo, e neanche l’arte, di mettermi qualcosa sulla faccia, salvo un po’ di rossetto sulle labbra.

Era molto triste, ma stranamente remissivo. Suppliche sì, e veramente toccanti, mai però lo scatto di chi si sente tradito. Infatti, riflettevo, lui sa di non aver nessun diritto. Con lui sono sempre stata sincera (nei limiti della decenza) e speranze non gliene ho mai date.

Pareva che avesse accettato il suo giusto ruolo d’amico. Come sempre era tanto facile confidarsi con lui. No, non ero una sposa trepidante e felice; piuttosto malinconica, invece: perché sapevo di esser solo «voluta bene», non amata. Eppure sentivo di potermi fidare di uno che, a differenza di me e dei miei passati amori, era tanto sorvegliato, parco di parole e di promesse, assolutamente ‒ e crudelmente ‒ incapace di mentire. E poi era buono, generoso, indulgente, oltre che, s’intende, intelligentissimo e coltissimo. Con lui sarebbero finite le tempeste di cui m’ero anche troppo compiaciuta. Con lui sarei diventata anch’io seria, equilibrata, ed era ora. Se proprio non ci fossi riuscita, lo scampo del divorzio.

(Da dove mi era venuta tanta saggezza? Come ho già notato, capita che una frase colta a volo agisca nel mio spirito come un reagente: dissolve i dubbi e li fa precipitare in una decisione. Negli spogliatoi dell’ymca, dalle chiacchiere di una simpatica cinquantenne felicemente sposata con uno di dieci anni più giovane, mi era giunto all’orecchio solo questo: «… il segreto è semplice: mai sposare l’uomo passionale, vulcanico… invece, un tipo calmo, un po’ freddino…». Brandelli di un discorso e subito l’illuminazione: sposi uno che ti adora in ginocchio, quando accenna a rialzarsi sei delusa, soffri. Con uno che ti è solo affezionato, non sarai mai delusa.)

Come Pavese accoglieva le mie confidenze si vede dalle lettere del 25 marzo e del 2 aprile, le sole di quei giorni. La seconda accompagnava un dono di libri, e precisamente: Il messaggio dell’imperatore di Kafka, le novelle di Pirandello, Il serpente piumato di Lawrence, in ricordo delle carceri di Torino, Roma, Napoli dove li aveva letti.

Se erano regali di nozze potevo accettarli, gli ho detto, altrimenti li avrei rifiutati. Ha risposto che potevo accettarli.

Dei nostri incontri, non so quanti, penso tre o quattro, tra il suo ritorno (prima del 19 marzo) e il mio matrimonio (19 aprile), ricordo bene la sua espressione di sofferenza e di tenerezza; e il tono che era di lenta e scavata sincerità. Come se fossimo stati separati non dieci mesi, ma dieci anni e adesso ci ritrovassimo io saggia e invecchiata, lui ancora giovane, innamorato di come ero io un tempo, ma consapevole della barriera che la vita aveva aveva posto tra di noi.

Mi ha raccontato tutto degli otto mesi di confino a Brancaleone, tutto e sinceramente. Non potrò mai credere che mi abbia mentito. Non ha avuto in quei mesi né amore, né desiderio per altre donne. La ragazza che gli avrebbe, secondo la leggenda, dato il suo amore, lui l’ha vista solo di lontano e non le ha mai parlato. La leggenda è stata messa in giro da chi ha capito poco dei suoi libri e niente di lui se ha potuto credere che, col cuore pieno di speranza e d’amore, e poi di ansia, e poi di disperazione per lei, Pavese abbia potuto cedere al desiderio per un’altra; e accettata da chi non sa immaginare a quale intensità può giungere in un poeta un sentimento intessuto di ricordi e di fantasia.

Dico questo per amore di verità perché io avrei preferito credere, e anche oggi preferirei credere, all’amore per un’altra. Desideravo che si innamorasse di nuovo e capisse che noi eravamo fatti per essere amici.

Ho detto che Pavese era un commediante e adesso dico che era incapace di mentire. Non mentiva di proposito mai, piuttosto ampliava, rappresentava quei fuggevoli moti del proprio animo che altri non sa o non vuole cogliere.

Quando a Cheneil faceva la parte del cane bastonato, lui si era per un momento sentito così e invece di riprendersi aveva rappresentato ciò che provava. E più s’accorgeva di essere ridicolo più s’ingolfava nella sua parte ch’era appunto quella dell’uomo calpestato e sbeffeggiato da tutti.

Non ha mai mentito che a se stesso, se per tanto tempo non ha voluto intendere ciò che in tutti i modi gli dicevo.

Era persino riuscito a persuadersi che io mi sposassi per interesse mentre sapeva che Henek era, al momento, più povero di me: infatti i nostri guadagni erano eguali, ma lui viveva in camera mobiliata e io in uno spazioso alloggio con bagno, telefono, e i mobili, gli arredi di mia proprietà, dove lui, con qualche cassa di libri e una valigia, ha potuto trasferirsi.

Solitudine, tristezza, disperazione, deliri, non altro Pavese ha conosciuto al confino.

C’è un episodio che nessuno, credo, conosce e io lo riferisco perché mi pare che getti un po’ di luce sul suo segreto tormento. Ricordo il suo povero sorriso mentre diceva di essersi fatto fare da un medico confinato con lui un piccolo intervento… «qualcosa come la circoncisione». «Così… per niente… per prepararmi alle nozze…»

Pareva rassegnato, ma io lo conoscevo troppo bene per avere l’animo tranquillo. Era stato lui a raccontarmi che, un tempo, all’annunzio «Pavese ha il tormento» gli amici accorrevano e non lo lasciavano un minuto nel timore che si ammazzasse.

Questa volta sono state le mie (e sue) amiche P., F., Nina, a prendersi cura di lui dal momento del ritorno fino a che, qualche tempo dopo il matrimonio, lui non le ha più volute vedere e si è affidato ad altri.

Una lo andava a prelevare al mattino, dopo qualche ora lo passava all’altra, e così via, a turno, fino a tarda notte quando veniva riconsegnato alla sorella. Per essere precisa non ci saranno state solo loro a sorvegliarlo, ma erano loro a curare che non restasse mai solo.

Le mie amiche si ricordano ancora di quei giorni.

F., a quel tempo dolorante per il tradimento del solo vero amore della sua vita, dice di aver imparato da Pavese che l’amore vero esiste. Il grande fatale amore che i romanzi raccontano, lo ha osservato e ci ha creduto solo allora.

P., che con grande dignità, senza confidarsi, senza un lamento è stata delusa e crudelmente ferita dai suoi, due in tutto, amori mal posti e mal corrisposti, ricorda con fastidio che dopo aver accompagnato Pavese nelle osterie e aver bevuto con lui che voleva ubriacarsi, le toccava anche assisterlo dopo, mentre vomitava vino e minacce.

E Nina, la nostra arzdora romagnola, solida sensata furba (e anche intelligentissima), se ricorda quei giorni ride: «Ah! Che gran commediante il nostro Cesarino!».

Concordo con tutte e tre le mie amiche. «Veramente innamorato» e «gran commediante», non sono giudizi contraddittori: si può provare un grande amore e assieme il gusto di recitarlo. Il desiderio di ubriacarsi, anche se poi, non reggendo il vino, si è piegati dal vomito, fa parte della recita.

Se più tardi ‒ ma ancor sempre troppo presto ‒ non lo avessi cercato, nella vita di Pavese non avrei lasciato altra traccia che una poesia a me dedicata e qualche riga del diario; e forse nel suo ricordo sarei rimasta come il primo e il più gentile dei suoi infelici amori.

28 febbr.

C’è un parallelo tra questo mio anno e la considerazione della poesia. Come la sofferenza atroce non l’ho avuta nei grandi momenti (15 maggio, 15 luglio, 4 agosto, 3 febbr.), ma in certi lassi furtivi dei periodi intermedi; l’unità del poema non consiste nelle scene-madri, ma nella sottile corrispondenza di tutti gli attimi creativi. Vale a dire, l’unità non deve tanto alla costruzione grandiosa, all’ossatura identificabile della trama quanto all’abilità scherzosa dei piccoli contatti, delle riprese minute e quasi illusorie, alla trama dei ritorni insistenti sotto ogni diversità.

Che cosa soffro di lei? Il giorno che alzava il braccio sul corso

asfaltato, il giorno che non venivano ad aprire e poi è comparsa con i capelli scossi, il giorno che parlava piano con lui sull’argine, le mille volte che mi ha fatto fretta.

Ma questa non è più estetica, sono lamenti. Volevo elencare i bei minuti ricordi, e non ricordo che spasimi.

Via, servono lo stesso. La mia storia di lei non è dunque fatta di grandi scene, ma di sottilissimi momenti interiori. Cosi un poema dev’essere. E atroce questa sofferenza.

15 marzo

Finito confino.

10 Apr.

Quando un uomo è nel mio stato non gli resta che fare l’esame di coscienza.

Non ho motivo di rifiutare la mia idea fissa che quanto accade a un uomo è condizionato da tutto il suo passato; insomma, è meritato. Evidentemente, le ho fatte grosse per trovarmi a questo punto.

Anzitutto, leggerezza morale. Mi sono mai posto davvero il problema di che debbo fare secondo coscienza? Ho sempre seguito impulsi sentimentali, edonistici: Su questo non c’è dubbio. Persino il mio misoginismo (1930-1934) era un principio voluttuario: non volevo seccature e mi compiacevo della posa. Quanto questa posa fosse invertebrata si è visto poi. E anche nella questione del lavoro, sono mai stato altro che un edonista? Mi compiacevo del lavoro febbrile a scatti, sotto l’estro dell’ambizione, ma avevo paura, paura, di legarmi. Non ho mai lavorato davvero e infatti non so nessun mestiere. E si vede chiara anche un’altra magalgna. Non sono stato mai il semplice incosciente, che gode 2 le sue soddisfazioni e se ne infischia. Sono troppo vile per questo. Mi sono sempre carezzato con l’illusione di sentire la vita morale, passando attimi deliziosi – è la parola giusta – a farmi dei casi di coscienza, senza risoluzione di risolverli nell’azione. Se poi non voglio dissotterrare la compiacenza che un tempo provavo nell’avvilimento morale a scopo estetico, sperandone una carriera da genio. E questo tempo non l’ho poi ancora superato.

Alla prova. Ora che ho raggiunta la piena abiezione morale, a che cosa penso? Penso come sarebbe bello se quest’abiezione fosse anche materiale, avessi per esempio le scarpe rotte.

Soltanto cosi si spiega la mia vita attuale da suicida. E so che per sempre sono condannato a pensare al suicidio davanti a ogni imbarazzo o dolore. E questo che mi atterrisce: | il mio principio è il suicidio, mai consumato, che non consumerò mai, ma che mi carezza la sensibilità.

Il terribile è che tutto quanto mi resta ora non basta a raddrizzarmi perché nell’identico stato – a parte i tradimenti – c’ero già stato in passato e già allora non avevo trovato nessuna salvezza morale. Nemmeno questa volta mi indurirò, è chiaro.

Eppure – o che l’infatuazione mi inganna, ma non credo -avevo trovato la via della salvezza. E con tutta la debolezza ch’era in me, quella persona mi sapeva legare a una disciplina, a un sacrificio, col semplice dono di sé. E non credo che questa fosse la virtù di Pierino, perché il dono di lei mi alzava all’intuizione di nuovi doveri, me li rendeva corpo dinnanzi. Perché abbandonato a me, ne ho fatta l’esperienza, sono certo di non riuscirci. Fatto una carne e un destino con lei, ci sarei riuscito, ne sono altrettanto certo. Anche per la mia stessa viltà: sarebbe stato un imperativo al mio fianco.

Invece, che cosa ha fatto! Forse lei non lo sa, o se lo sa non gliene importa. Ed è giusto perché lei è lei ed ha il suo passato che le traccia l’avvenire.

Ma ha fatto questo. Che io ho avuto un’avventura, durante la quale sono stato giudicato e dichiarato indegno di continuare. Davanti a questo tracollo non è assolutamente più nulla il rimpianto dell’amante che pure è cosi atroce, o la rovina della posizione, che pure è grave.

Si confonde, il senso di questo tracollo, con la martellata che nel 1934 aveva cessato di picchiarmi: via l’estetica, via le pose, via il genio, via tutte le balle, ho mai fatto qualcosa io nella vita che non fosse da fesso?

Da fesso nel senso più banale e irrimediabile, da uomo che non sa vivere, che non è cresciuto moralmente, che è vano, che si sorregge col puntello del suicidio, ma non lo commette.

(…)

Quale mezzo migliore per una donna che vuol fottere un uomo, se non portarlo in un ambiente non suo, vestirlo in un modo ridicolo, esporlo a cose di cui è inesperto, e – quanto a lei – avere nel frattempo altro da fare, magari quelle cose stesse che l’uomo non sa fare? Non solo lo si fotte davanti al mondo, ma – impor-6r tante per una donna, che è l’animale piu ragionevole | che esista – ci si convince che va fottuto, si conserva la buona coscienza. Perché con l’abilità e l’esperienza si giunge a questa cosa incredibile: predisporre le cose e i fatti – le catene di causalità – in modo che, quanto si desidera, avvenga senza offendere i propri principi di comportamento etico.

La sola circostanza in cui una donna è inferiore a se stessa, dev’essere proprio soltanto quando ha le mestruazioni. Chi conosce bene il calendarietto mensile di costei, sa sempre da che parte prenderla. Che è anche un doppio senso sporco – tanto meglio.

Capitolo sedicesimo

Il mestiere di vivere

Siamo al luglio ’37. Sono sposata da quindici mesi. Ho capito ciò che avrei dovuto sapere da un pezzo: la vita in comune non dissipa il mistero di Henek perché lui non può cambiare. Mi vuole molto bene, è educatissimo premuroso indulgente, ma sarà ancora e sempre ironico silenzioso impenetrabile. Disposto a parlare di tutto, ma non di cose personali.

Salvo i due brevi periodi di segregazione durante il carcere non sono mai stata così sola, perché adesso anche tutte le mie amiche sono lontane da Torino. E lavoro affannosamente come prima, più di prima. Mia sorella che vive con noi è sempre stata per me la bambina che si deve proteggere e perciò tra me e lei non c’è dialogo.

Adesso, luglio ’37, salvo gli allievi privati non vedo anima viva; mia sorella è ai bagni, Henek è andato in Polonia per la morte del padre e non scrive. A volte penso che, sempre innamorato dell’altra, non torni più. Mi aggiro per la casa vuota e mi tormento.

Domenica 4 luglio di tardo pomeriggio mi sarò attaccata al telefono per trovare qualcuno con cui uscire, scambiare due parole, chiamato inutilmente perché non c’è più nessuno a Torino.

Faccio il numero di Pavese.

Dopo mesi che nel diario di Pavese era scomparsa la Pizzardo scrive soltanto:

IL 4 LUGLIO E’ RITORNATA TINA

Ho riflettuto, esitato, poi con cuore tremante ho deciso? No, non ricordo nulla del genere. Credo di aver agito così… senza pensarci due volte. Quest’espressione che nel rievocare il passato ho adoperato spesso è rivelatrice: obbedire di scatto a un impulso improvviso senza paventare le conseguenze è nella mia natura, per altri versi riflessiva e ragionatrice. Poi, per male che sia andata, dura il gusto dell’azione, dell’avventura, della vita.

Faccio quel numero di telefono pronta a riattaccare senza dir parola se mi avesse risposto la sorella, se a sentir la mia voce Pavese avesse risposto con ingiurie o con gemiti di passione. Invece lui imbrocca il tono giusto: «Oh! Tina! Sei tu? Che piacere. Come mai…». Ricordo le parole, ricordo il tono che è quello, desiderato, dell’amicizia.

Ci eravamo infatti lasciati da amici, poi al ritorno del mio viaggio di nozze (dieci giorni a scuola di sci) le amiche custodi mi avevano riferito che Pavese, passato dall’auto‒compassione al furore, le aveva respinte per rivolgersi ad altro pubblico.

Dopo quindici mesi senza vederci, dopo ben oltre due anni dall’ultima infrazione ai patti di amicizia, mi pare naturale che sia tornato amico; il vero unico amico che la sorte mi ha designato.

C’incontriamo dopo cena e passeggiamo per i viali intorno a casa mia parlando con rinnovato abbandono, molto allegri, un po’ scanzonati. Ricordo che poi ci siamo seduti su un prato tra case nuove (dove adesso c’è piazza Risorgimento) e mi pareva che il prato fosse immenso, che le case si fossero allontanate per lasciarci soli a discorrere sotto le stelle. Soli, noi due, in un rapporto di gaia confidenza come ai tempi delle prime lezioni d’inglese.

Nei due giorni seguenti chiacchieriamo al telefono, il giorno 7 facciamo al mattino presto una passeggiata in collina. Il giorno 8 e il giorno 9 ceniamo assieme. Lui dovrebbe partire il 10 per Ancona e restarci, ospite di Monferrini, per un mese, ma adesso non vuol più partire.

Vuole che divorzi e lo sposi.

Al divorzio ho molto pensato in questi primi mesi di matrimonio, ma ancora e di nuovo e sempre non voglio sposare Pavese: vivere non amata con l’uomo che amo o vivere libera e sola, questa l’alternativa.

Parte il 10, l’11 ricevo un telegramma, il 13 una lunga lettera per espresso, il 14 una telefonata.

Il 15 torna Henek, al quale dico di aver rivisto Pavese e passato con lui molte ore.

Il matrimonio non m’aveva levato il gusto della rivalsa amorosa. M’aspettavo (desideravo) rimproveri inquisizioni scenate. Avrei finalmente avuto occasione di dirgli quanto soffrivo con lui e perché.

Mi ascolta, si rabbuia, dice che è seccato. Non addolorato, solo seccato. E tutto finisce lì. Tanto riserbo a me pare conferma al mio sospetto che sia ancora preso dall’altra.

(Più tardi, quando in anni di convivenza l’ho conosciuto meglio, ho capito che esistono veramente persone incapaci di esprimere i propri sentimenti. Henek come suo fratello ‒ come, a quanto ho saputo, era stato suo padre ‒ appartengono a questa, per me strana, razza. Solo allora mi sono studiata d’interpretare certi silenzi che mi avevano tanto ferita.)

Il 17 altro telegramma di Pavese che il 18 è già a Torino. Il 19 ci incontriamo al caffè.

Ricominciano le tempeste che conosco e avevo dimenticato.

Stiamo bene insieme, ci vogliamo bene, abbiamo sempre mille cose da dirci, ci comprendiamo al volo, ci ammiriamo ‒ da ciò lui conclude: sposiamoci, e io: restiamo amici.

Neanche adesso oso dirgli: non sai o fingi di non sapere che l’amore, capisci che intendo?, l’amore ci è precluso. Tutto ci è stato dato per essere ‒ per qualche tempo! ‒ felici assieme, negato solo ‒ tu sai che cosa. Perché fingi di non sapere? E non è poco, infatti è ciò che tu soprattutto desideri da me.

E solo per questo che non lo voglio? Per questo in sé e per i riflessi che ha sul suo carattere. Allora non è vero che sono innamorata di Henek? Sono innamorata di Henek. Un amore che mi fa soffrire e mi umilia, da cui con le mie sole forze non so distaccarmi. Se Pavese fosse un uomo normale, un uomo e non l’eterno adolescente, per disperazione mi sarei affidata a lui per togliermi l’altro dal cuore, dalla mente, dalla vita.

Infine il 13 agosto ’37 (a un tavolo di caffè a Porta Palazzo) per porre fine alle sue tormentose insistenze trovo il coraggio di dirgli ciò che per pietà gli ho sempre taciuto, ciò che lui sa e finge di non sapere, ciò che mai avrebbe voluto sentire.

«È la fine di tutto», dice lui.

«Il giorno che lo vorrai saremo di nuovo e solo amici», gli rispondo. E ci lasciamo.

È la fine di tutto, ha detto. In ottobre mi scrive una dichiarazione di odio implacabile (lettera distrutta)!

Resta un mistero che cosa ha detto Tina Pizzardo a Pavese il 13 agosto del 1937. Pavese il 30 dicembre di quell’anno scrive “E in quest’anno è venuta al pettine la mia lunga e segreta vergogna. In quest’altro 1934 c’è anche il 13 agosto. Eppure vivo. Non è un miracolo?”

Poco dopo il 13 agosto , il 27 settembre del 37, Pavese scrive sul diario questa confessione amara

La ragione perché le donne sono sempre state «amare come la morte», sentine di vizi, perfide, Dalile, ecc. è in fondo soltanto questa: l’uomo eiacula sempre – se non è eunuco – con qualunque donna, mentre loro giungono raramente al piacere liberatore e non con tutti e sovente non con l’adorato – proprio perché adorato – e se ci giungono una volta non sognano piu altro. Per la smania – legittima – di quel piacere sono pronte a commettere qualunque iniquità. Sono costrette a commetterla. È il tragico fondamentale della vita, e quell’uomo che eiacula troppo rapidamente, sarebbe meglio non fosse mai nato. È un difetto per cui vale la pena di uccidersi.

E per tutta la vita ricorderà ripetutamente sul diario, in modo ossessivo, come una ferita mortale …il 13 agosto. Negli ultimi mesi della sua vita, dopo aver conosciuto ed essersi innamorato di Constance Dowling scrive:

9 marzo

Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a 25 anni. Eppure ho un senso di fiducia, di (incredibile) tranquilla speranza. E cosi buona, cosi calma, cosi paziente. Cosi fatta per me. Dopotutto lei mi ha cercato.

Ma perché non ho osato lunedi? Paura? Paura del « 13 venerdì », paura della mia impotenza? E un passo terribile.

Nelle vacanze tra il 28 ottobre e il 4 novembre passo con Henek una settimana a Parigi, tutta dedicata alla guerra di Spagna: esaltanti manifestazioni popolari, lunghe conversazioni con Veniero Spinelli che, dopo una serie di eroiche imprese aviatorie, ha lasciato le Brigate Internazionali perché la rivoluzione è tradita dagli stessi russi, e incontri con compagni‒amici fuoriusciti.

Tornata a Torino, la domestica con fare misterioso malizioso dice che una voce maschile mi ha più volte cercata al telefono.

Il giorno dopo Pavese pesca me al telefono e con tono pacato chiede di vedermi.

Dopo quanto gli ho crudelmente detto due mesi prima, se ora mi cerca vuol dire che non vuole perdere il legame di affinità e confidenza che, al di là dell’amore, ci unisce: ecco ciò che voglio credere.

Il primo incontro al caffè è dell’8 novembre. «Meglio l’amicizia che niente», torna a dire come al solito, poi come al solito vorrebbe di più. Riprendiamo gli incontri perché m’ispira pietà, perché con lui sto tanto bene, perché il suo ostinato amore mi consola, mi vendica dei silenzi di Henek. Era il tempo che dispettosamente mi ero tolta la vera perché Henek si era sempre rifiutato di portare la sua e più di prima accarezzavo l’idea di sorprendere Henek con la richiesta di divorzio.

Si alternano periodi di incontri ora piacevoli ora tempestosi e periodi di rottura che io, con sollievo, credo definitiva. Se dopo ogni rottura di nuovo cedo al suo richiamo è perché lui mi ricatta: «Se non vieni mi ammazzo» o anche «ammazzo lui». Ho un bel dire: storie, non ammazza nessuno, ma un po’ di paura ce l’ho.

Confidarmi con Henek. Dovrei pur spiegare, dirgli tutto da principio: ci sono cascata perché non so sopportare la solitudine a cui tu mi condanni. Ma sarebbe una protesta, un richiamo, un lamento, una provocazione, tutte cose dalle quali, amando sinceramente, rifuggo ‒ perché se ottenessi qualcosa mi saprebbe di amaro.

Solo in un momento di sincera reciproca confidenza potrei parlare. Ma, per il suo carattere introverso, momenti così tra noi non ci saranno mai.

Sebbene, come ho detto, la cerimonia del matrimonio non avesse per me alcuna importanza ‒ una formalità che permette di vivere assieme senza scandalo ‒ mi sentivo a disagio, mi sentivo sleale.

Ho chiesto consiglio al saggio Bastiano che ci conosceva bene tutti. Bastiano ha detto che non era poi un gran male correre in soccorso di chi minacciava suicidio e ammazzamenti. Con ciò mi sono messa l’animo in pace. [alert]

A fine anno per Pavese inizia una fase acuta della crisi, sul suo diario i pensiari si fanno sempre più frequenti e la sofferenza è più attroce.

23 dic.

Il bambino che passava la giornata e la sera tra gli uomini e donne, sapendo vagamente, non credendo che quella fosse la realtà, soffrendo insomma che ci fosse il sesso; non annunciava l’uomo che passa tra uomini e donne, sapendo, credendo che questa è la sola realtà, soffrendo atrocemente della sua mutilazione? Questo | senso che il cuore si stacchi e sprofondi, questa vertigine che mi squarcia e annienta il petto, nemmeno alla delusione d’aprile l’avevo provata.

M’era riservato (come il topo, ragazzo!) di lasciarsi formare quella cicatrice e poi (un soffio e una carezza, un sospiro), l’hanno riaperta e straziata, e aggiunto il nuovo male.

Né delusione né gelosia m’avevano mai dato questa vertigine del sangue. Ci voleva l’impotenza, la convinzione che nessuna donna si gode la chiavata con me, che non se la godrà mai (siamo quello che siamo) ed ecco quest’angoscia. Se non altro, posso soffrire senza vergognarmi: le mie pene non sono piu d’amore. Ma questo è veramente il dolore che accoppa ogni energia: se non si è uomo, se non si possiede la potenza di quel membro, se si deve passare tra donne senza potere pretendere, come si può farsi forza e reggere? C’è un suicidio meglio giustificato?

A un cosi tremendo pensiero, è giusto corrisponda quell’inau-dito senso di schiacciamento, di vanificamento al petto, ai muscoli e al cuore, – sinora solo un attimo; ma il giorno che durerà di piu? che riempirà un’ora o una giornata?

E quella si sente avvilita perché – per divertirsi – fa una co-setta allegra. E mi dice questo dopo il 13 agosto. E non le viene da piangere. E «mi vuole bene»! – Porco Dio!

25 dic.

O con amore o con odio, ma sempre con violenza.

Andare al confino è niente; tornare di là è atroce.

L’uomo di massa non dovrebbe essere il piazzaiolo, ma il disciplinato. Noi non siamo né l’uno né l’altro.

C’è qualcosa di piu triste che invecchiare, ed è rimanere bambini.
Se il chiavare non fosse la cosa piu importante della vita, la Genesi non comincerebbe di li.

Naturalmente tutti ti dicono «che importa? Non c’è solo questo. La vita è varia. L’uomo vale per altro» ma nessuno – nemmeno gli uomini – ti dànno un’occhiata se non hai quella potenza che irradia. E le donne ti dicono «che importa? ecc. » ma sposano un altro. E sposarsi vuol dire costruire una vita. E tu non te la costruirai mai. Questo vuol dire, esser stato bambino troppo tempo: questo.
Se ti è andata male con lei che era tutto il tuo sogno, con chi ti potrà mai andare bene?
Ricordi come i tuoi sogni di case operaie e limpide, i tuoi corsi alberati su un prato, la tua città fredda sotto le montagne, le insegne al neon rosso di fronte alla piazza delle montagne, le domeniche erranti verso questa piazza, sui selciati, e poi il tuo lacerante sogno di compagnie piemontese-internazionali, di ragazze che vivono sole e lavorano, di plebea eleganza e serenità, e poi tutte le tue poesie del primo anno: si sono annichilati per sempre col 9 aprile? Non c’è tutta la tua giovinezza nel cinema e nella piazza statuto31? morta, morta assolutamente?

Ricordi come a Brancaleone hai pensato alla piazza statuto?
Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, e poi scoprire che tutto puoi fare tranne vivere quel punto.
Dopotutto oggi è il 25. E lei è in montagna. C’è stato un 25 che non è andata. Veramente?

Che cosa importa di vivere con gli altri, | quando di tutte le 3o« cose veramente importanti per ciascuno ciascun altro s’infischia?
Per piacere agli uomini bisogna professare ciò che ciascuno di questi uomini nella sua vita segreta respinge e odia.
Hai fallito l’amore-interezza con costei. Chi ti potrà dare l’amore-ripiego? Nessuna, se persino costei, che ti ha respinto perch’era impossibile l’interezza, ha trovato l’amore-ripiego con un altro.

Sinceramente. Vorrei piuttosto morir io, che ricevere questa notizia di lei. Qui davvero vorrei credere in Dio per pregarlo. Che non muoia. Che non le accada nulla. Che tutto ciò sia un sogno. Che perduri un domani. Che piuttosto scompaia io.
Insegna piu una sola creatura che cento.

30 dic.

Perché piegarci? Quest’anno 1937 abbiamo risanato la rovina del ’36, abbiamo trasformato un collasso atroce (’35-’36) in crisi di passaggio alla maturità. Ri| trovato assurdamente un amore che ha del domani; ritoccato il fondo del nostro cuore vivo; risfiorato la poesia-sfogo e vinto, e creato la Vecchia U.,2; raggiunto un solido complesso meditativo e giudicante con questo giornale; accumulato una messe di novelle varie e solide e feconde – qualcuna definitiva -; ritrovato il ritmo della creazione.

Tradotto quattro libri” con un guadagno di 6.200 lire. Date molte lezioni e trovato un ritmo d’allievi. Speranze di altrettanto per il 1938.

Non è questo il momento perché una guerra ci mandi tutto all’aria? Sarebbe un bel tratto di ironia cosmica. Varrebbe la pena.

Che non venga questa beffa e rispondo di me. E rispondo di lei. E rispondo di tutto.
Malgrado tutto, malgrado il mondo, chi altro debbo ringraziare di questa fine d’anno se non Lei? Lei e me potenziato dal Suo ritorno?

E in quest’anno è venuta al pettine la mia lunga e segreta vergogna. In quest’altro 1934 c’è anche il 13 agosto. Eppure vivo. Non è un miracolo?

(…)

Due cose t’interessano: la tecnica dell’amore e la tecnica dell’arte. A tutte e due sei giunto con ingenuità e rozzezza non prive di sapore. In tutte e due hai cominciato con eresie: venere solitaria e urlo passionalmente ritmato. In tutte e due hai creato qualche capolavoro. Ma verrà il giorno che scoprirai il tuo 13 ag. anche dell’arte.

(Quante volte ho pensato che l’ultimo giorno di sua vita se al suo richiamo ‒ e pare ne abbia tentati molti ‒ qualcuno fosse accorso, lui non si sarebbe ammazzato. E mi chiedo se quel giorno ha provato a telefonare anche a me, ma io non ero a Torino, io che, saggia e invecchiata, conoscendolo così bene avrei forse potuto salvarlo.)

Il 25 febbraio del ’38 (eravamo in un periodo di rottura, ma Pavese era devotissimo agli anniversari) passata mezzanotte squilla il telefono. Henek è già a letto in camera sua, vado io a rispondere.

Dalla sua camera Henek chiede: «Chi era?».

«Era Pavese», rispondo dalla soglia, «dice di averti scritto una lettera, adesso è pentito e mi consiglia di sottrartela».

Mi avesse risposto: cos’è ’sta storia, entra, vieni qui che ne parliamo. Dice stancamente: «Sciocchezze, puoi prendere la lettera, fanne ciò che vuoi», e torna al libro che sta leggendo.

Il mattino dopo la lettera c’è, indirizzata a Henek. Gliela porgo, alza le spalle: «Fanne quel che vuoi», ripete. La lacero davanti a lui, la butto nel cestino.

Più tardi ‒ una cosa del genere non l’ho mai fatta ‒ raccolgo i pezzi, ricompongo la lettera. Diceva all’incirca: «Lei mi ha portato via la donna che amo. Si consideri schiaffeggiato. Sono a sua disposizione ecc. Cesare Pavese».

Era un duello che voleva.

Racconto questo per dare un’idea di come Pavese era capace di perdere la bussola, di più: perdere il senso del ridicolo, sempre così vigile in lui quando era in sé.

16 genn.

Se si accorgesse di far soffrire a lui la metà di ciò che ti lascia soffrire ogni giorno, gli cadrebbe ai piedi e gli chiederebbe perdono.
Quant’eri ingenuo a credere, l’aprile del ’36, di avere avuto la tua ragione. Ora sai che, quando si è cominciato a straziare una persona, diventa un bisogno attaccarsi a questa persona e continuare continuare con tutta la ferocia per ridurlo all’estremo. Si può chiamarla filantropia: colpito mortalmente un animale, lo si insegue nella tana per levarlo da soffrire. Che rimprovero puoi farle se non che va lenta, troppo lenta e non ti schiaccia una volta per tutte?
Non si sfugge al proprio carattere: misogino eri e misogino resti. Chi lo crederebbe?
È chiaro no, che senza di lei non accetti piu la vita? È chiaro che non tornerà mai piu indietro e se anche, che ormai ci siamo troppo violati, per convivere ancora? E dunque?
r Perché scrivere queste cose, che lei leggerà e magari la decideranno a intervenire e darti il giro? Che altra vita faresti in questo caso se non ottobre ’37?

Ricorda che tutto è scritto: febbraio ’34 – la prima volta che hai salita quella scala e ti sei fermato a pensare che forse cominciava la fine.
Le manette di Sapri. A ogni urto di ruota ripetevi il suo nome.
Lo sai che se di colpo si rivelasse innamorato lei sarebbe felice? Lo sai che tutto quello che ha fatto con te, l’ha fatto, con l’ardore della legittimità e della passione, con lui? Lo sai che domani magari prendono il treno insieme e non ne saprai mai piu nulla? mai piu, come se tu fossi morto?
Da bambino soffrivi questo, vedendo due grandi che sprezzanti e soddisfatti si guardavano. E non sapevi bene che cos’era che pensavano di fare e non avevi trent’anni. Ora sei come allora – soltanto sai l’orrore di quelle strette e hai trent’anni e non crescerai piu.

Qual’è il tuo piu vertiginoso desiderio?

Vederli abbracciarsi e spogliarsi e sapere come fanno, cosa si dicono, fino a che punto arrivano. Non è questo lo stato mentale in cui si commettono i delitti?
Oseresti tu causare tanto male? Ricorda come hai congedato Elena.

Ma tutto è ambivalente. L’hai congedata per virtù o per vigliaccheria?

Consolante pensiero: non contano le azioni che facciamo, ma l’animo con cui le facciamo. Cioè: soffrano pure gli altri, tanto non c’è altro al mondo che sofferenza: il problema è solo come portare una coscienza pura. E ciò sarebbe la morale.

Idiota e lurido Kant – se dio non c’è tutto è permesso. Basta con la morale. Solo la carità è rispettabile. Cristo e Dostojevski, tutto il resto sono balle.

La morale è il mondo dell’astuzia. Solo la carità fa per te. Ma carità è un eufemismo per dire annientamento.

26 genn.

(insonnia).

Imprudente a farti leggere Udivo Claudio. Messalina tratta Claudio esattamente come lei te.
Condurre un uomo a letto, mostrarsi e poi dire: «Buono. Queste cose vanno fatte d’ispirazione e non come un dovere» e alzarsi e lasciarlo a bocca asciutta – è carino, no? E che altro fanno a te, piu in grande, al desiderio che, sanno benissimo, in te nasce al semplice contatto d’una mano?
Per sé, una donna dice che la cosa non conta, è una bagattella che non deve ingelosire, un bisogno igienico, ecc. Ma se tu dicessi che appunto per queste ragioni vorresti farlo almeno una volta alla settimana, non ti risponderebbero che sei osceno e volgare?
Dicono delle donne timorate di dio, che son santarelline. Ma la libertà di spirito, alle altre, serve semplicemente a rialzare i prezzi.

1 febb.

È facile essere buoni quando non si è innamorati.

2 febb.

Le donne più esigenti in fatto di capitali nel pretendere sono quelle che «loro il denaro lo disprezzano». Perché, per disprezzare il denaro bisogna appunto averne, e molto.
Vuoi sapere a che cosa pensa una donna quando le chiedi di sposarla? Leggi Moli Flanders”.

3 febbr.

Carissima. Malgrado questi mesi d’orrore, malgrado questa distruzione stupida e inconscia d’ogni energia che restava a un pover’uomo che ha soltanto saputo straziare; malgrado la dissipazione di ogni bene che ancora avremmo potuto in avvenire vivere insieme; malgrado tutto il male che mi ha fatto – la compiango nella sua tristezza e nella sua inutilità, voglio bene non soltanto a quel corpo, ma ai suoi occhi pesanti, a tutte le sue futili e affannose fatiche, a tutto il suo splendido passato di povera bella donna innamorata della vita. Povera bambina: sia questo il mio saluto e la mia preghiera.

5 febb.

Nella vita succede a tutti d’incontrare una troia. A pochissimi, di conoscere una donna amante e onesta. Su cento, 99 sono troie.
Perché a ciascuno la propria sorella appare un angelo, un giglio, ecc.? Perché non gli càpita di entrare con lei in rapporti sessuali. Apri questi rapporti con la piu angelica delle donne e troverai la vacca e l’incosciente.
Perché quest’allegrezza sorda e profonda, fondamentale, che sorge nelle vene e nella | gola di chi ha stabilito di uccidersi? Davanti alla morte non dura più che la bruta coscienza che siamo ancor vivi.

9 febb.

L’origine di tutte le violenze tra uomo e uomo, e for all that tra uomo e donna, sta in questo che rarissimamente ci si trova d’accordo sul valore di un fatto, di un pensiero, di uno stato d’animo: ciò che per uno è tragedia per l’altro è gioco. E anche se inizialmente tutti e due sono disposti a sentire come seria una situazione, accade – essendovi sempre una lieve differenza d’intensità – che il più serio è portato a esagerare la sua serietà e il meno a trasformare il tragico in gioco, per quell’amore di euritmia, di coerenza, di assolutezza, che è in tutti.

Potrebbe sfuggire a questo destino chi sapesse star da solo -esaurire tutte le sue esigenze nel giro chiuso della sua persona. Ma siamo cosi fatti che anche i nostri moti più interiori cercano appoggio in un consenso sociale. E anzi, quelli che vivono più solitari sono portati, quando trovino una risposta nel prossimo, a buttarcisi con più entusiasmo ed esclusività, tendendo a creare una molteplice solitudine di anime. Per cui non si consiglierà mai abbastanza, a chi sia convinto dell’essenziale solitudine di ciascuno, di disperdersi in innumerevoli, e perciò poco impegnativi, legami sociali.
La solitudine vera, cioè sofferta, porta con sé il desiderio di uccidere.

15 febbr.

Quante volte abbiamo preso questa sicura e buona risoluzione di «stare su di noi» – di trattarla come se tutto cominciasse ora ma con l’inenarrabile vantaggio che conosciamo ogni suo scambietto? E quante volte | siamo venuti meno? Vediamo perché. Abbiamo fumed in solitudine, e di qui fatto l’ammazzato in sua presenza. Dèvi essere calmo e pronto in sua presenza; occupato in solitudine. Fare lo scoglio, non piu l’onda. Ricreare la tua solidità del ’33 in barca. Riempire le riserve interne di succo. Concedere, non chiedere. Aspettare. Conosci la strada di ogni impulso. Dominare tutti quelli che portano alle note situazioni avvilite. Se non sai far questo, non farai mai nulla.

Non temere che si adagi. Se saprai rendere difficile quello che ora sciorini, lei sentirà il suo debito. Prova a non avere fretta. Lei ce l’ha sempre. Falle trovare pronto ma non facile il frutto. Credi al tuo valore tu – ne hai motivo se per quattro anni ti ha cercato – e capirà che per averti deve fare un sacrificio. Sii un uomo fatto da lei e degno: non potrà rassegnarsi a perderti. Ha potuto rinunciare all’ossesso rancoroso, non rinuncerà al solido | capolavoro delle sue mani.

21 febb.

Perché essere geloso? Lui non vede in lei quel che vedo io -probabilmente non vede nulla. Tanto varrebbe esser geloso di un cane o dell’acqua della piscina. Anzi, l’acqua è piu all-pervading di qualunque amante.
Perché quasi tutti hanno sofferto una delusione d’amore? Perché proprio l’amore in cui si sono buttati con slancio, li deve tradire – per la legge che si ottiene solo ciò che si chiede con indifferenza.

23 febb.

Per ottenere amore tragico ci vuole astuzia. Ma sono appunto gli incapaci di astuzia che hanno sete di amore tragico.

25 febb.

Nella pausa di un tumulto passionale – oggi – l’ultimo? – rinasce voglia di poesia. Nella lenta atonia di un silenzioso collasso nasce voglia di prosa.
La chiusa violenta e stremata di una passione somiglia al tuo arrivo a Branca. Ti sei guardato intorno stupito e ammaccato, e hai visto dell’aria, delle case, della spiaggia bassa – tutto a colori aspri e teneri, come il rosa su una parete scabra. E hai tirato un sospiro di sollievo.

Chiari, i primi giorni. Ma poi? Appena ti sei accorto ch’eri solo?
Bisogna confessare che hai pensato e scritto molte banalità nel diarietto di questi mesi.

Lo confesso ma c’è qualcosa di piu banale che la morte?

II comportamento di Henek a ben rifletterci era di un adulto di fronte alle bravate di un ragazzino. Per me era solo prova del suo disamore. E perché allora, mi chiedevo, quando gli dico (timidamente, in tono di scherzo, perché temevo la sua risposta) «vuoi che divorziamo?» lui, sfiorandomi la guancia con un dito, sorride e dice: sciocchina.

Mi viene in mente che una volta mi arriva a casa un gran mazzo di rose rosse ‒ i fiori che Pavese mi mandava un tempo. Non c’è biglietto di accompagnamento e quando Henek torna a casa gli dico, timida e imbarazzata: ho ricevuto un mazzo… lui ride: «No, non farti delle idee, te l’ho mandato io».

Questo deve essere accaduto in uno dei frequenti periodi di definitiva rottura: ogni volta che ci lasciavamo era «per sempre». Ma dopo una settimana o due mesi arrivava un suo disperato richiamo, e io pietosa spaventata e sempre più riluttante accorrevo.

Oggi mi chiedo perché non gli ho detto chiaro: amo disperatamente mio marito e tu per me sei solo il più caro e soccorrevole degli amici. Trovo tra le mie carte una lettera dove questo glielo spiego in due pagine. Gliel’ho data e lui me l’ha restituita? Più probabile che abbia avuto paura di dargliela, prevedendo la sua reazione: mi ammazzo, lo ammazzo, ammazzo tutti e due, tutti e tre. O forse avrebbe detto: è una bugia per liberarti di me, so bene che lo hai sposato per interesse.

I nostri incontri al caffè: io parlo e lui mi guarda con occhi adoranti. Per smagarlo ho la bella pensata di mostrarmi diversa e peggiore di come mi crede: con tono cinico, fatuo gli racconto i miei peccati, i pochi veri e, spacciati come veri, quelli scampati per un pelo o addirittura peccati di altre.

Riesce a deporre l’adorazione per giudicarmi senza pietà. Perché non accuso il colpo, anzi mi mostro interessata, divertita: «Nulla ti tocca», dice tra sconfortato e ammirato.

È vero che nulla mi tocca? Ricordo un mattino al caffè dove, al ritorno dalla piscina dello Stadio, accettavo una brioche e un cappuccino. (Nel diario: «… lei che mangia la brioche…».)

Sia chiaro che, con una sola eccezione, non ho mai accettato né da lui né da altri che libri, fiori, sigarette, soste al caffè. (L’eccezione: ai tempi di Igea da un uomo cui ho accennato ‒ quello dei progetti per una settimana, non per una vita ‒ ho accettato il regalo di un cappellino avendo capito che quello che avevo in testa, raffazzonato da me, lo metteva a disagio. Poi… che fatica trovare il modo e i soldi per ricambiare!)

Pavese, che nei primi tempi del suo amore mi supplicava di accettare il regalo di una pelliccia da sostituire al paltoncino in cui tremavo di freddo, quel mattino, mentre mangio la brioche vien fuori con: «Ho fatto il conto di quanto mi costano i nostri incontri al caffè», e dice la cifra!

Sono rimasta allibita. Annotare le spese lo facevo anch’io, vissuta in una famiglia di poche entrate, pagamenti immediati, mai un debito: ma prendersi la briga di cavare dai conti quanto costa un amore, mi sbalordisce. E mi offende: che voglia farmi notare quanto spende per ottenere così poco? O farmi capire che con quella somma potrebbe saziarsi ‒ quante volte, ignorando le tariffe, non so ‒ in amori mercenari?

«Saziarsi» mi fa venire in mente che nel diario completo avevo letto qualcosa come: rammarico di non avere, o invidia per chi ha «la fetta di polenta». Non ne ho ricordo ma di certo gli avrò parlato di una collega di studi che, in un suo rozzo linguaggio allusivo, confidava a quanti volevano sentirla: nell’amore lei aveva in sommo pregio gli antipasti, mentre ci sono uomini che sanno solo offrirti una rozza fetta di polenta. La fetta di polenta ti sazia subito, ma allora che gusto c’è?

Andiamo avanti a strappi fino al maggio del ’38. «Aspetto un figlio», gli dico, «adesso è veramente finita, non pretenderai che io accorra alle tue chiamate con un figlio… in braccio!»

Accoglie la notizia con diffidenza: «Un trucco per liberarti di me?».

Il 13 luglio sollecita il definitivo addio, giura che cercherà di farsi una vita, una famiglia, poi potremo vederci, da soli o con altri, da amici; giura che mi manderà copia di ogni suo libro. Ma il 4 luglio, anniversario della mia infausta telefonata, riesce a indurmi a un altro ultimo addio. Il terzo e veramente ultimo addio ha luogo il 6 luglio, sul canale Michelotti. E qui che, dopo aver solennemente rinnovato i giuramenti degli altri due addii, mi offre, come simbolo della fine del romanzo, il diario che è andato scrivendo fin da Brancaleone e che via via mi ha fatto leggere. Ora mi viene un dubbio: il diario era su fogli sciolti, forse qualche pagina non me l’ha data perché nel diario integrale ho trovato passi ingiuriosi che non ricordavo di aver letto.

27 mar.

Una domenica passata a vagolare col pensiero come una mosca legata, tutto intontito corpo ed anima, percorso da brividi di rabbia, o stretto dalla mano di ferro, o blandito da una vagula apprensione di futuro meno atroce.

Osservo che il dolore abbrutisce, intontisce, schiaccia. Ogni tentacolo con cui una volta sentivo, provavo e sfioravo il mondo, è come troncato e incancrenito al moncone. Passo la giornata come chi ha urtato uno spigolo con la rotula interna del ginocchio: tutta la giornata come quell’istante intollerabile. Il dolore è nel petto, che mi sembra sfondato e ancora avido, pulsante di sangue che fugge e non ritorna, come da un’enorme ferita.

Naturalmente, è tutta una fissazione. Dio mio, ma è perché sono solo, e domani avrò una rapida felicità, e poi di nuovo i brividi, la stretta, lo squarcio. Non ho piu fisicamente la forza di star solo. Una volta sola mi è riuscito, ma ora è una ricaduta e, come tutte le ricad. è mortale.

Eppure a questo stato si aggiunge un’altra sofferenza, come chi, tagliato in due, senta ancora un mal di denti. E questa: che da Brancal. ho scritto un 2 febbr. una lettera simile, quella della crosta. Quale è stata la mia vita da allora? Valeva la pena essere cosi vile, per ottenere che cosa? Altri squarci, altra cancrena, altro sfottimento.

Sono diventato idiota. Mi chiedo e richiedo: che cosa le ho fatto di male? Abbi il coraggio, pavese, abbi il coraggio.

E non dimenticare il 13 agosto. Pensa a tutte le notti che con lui ha goduto. Questo è stato, è stato, e te l’hanno detto, e sarà ancora.

Pensa che hai un merito, se spacci te solo. Ti sarà contato.

31 magg.

Eppure, fin che sentirai dentro di te quest’astio, fin che sarai costretto a non fantasticare per non impazzire, fin che «accuserai la botta», è chiaro che non potrai più lavorare. Almeno le cose bisogna amarle, per creare qualcosa. Per essere solo e creare qualcosa. Chi odia, non è mai solo: è in compagnia dell’essere che gli manca. Ma per amare le cose, bisogna amare anche le persone. Non si scappa. Infatti, la logica conclusione del tuo stato è il suicidio. O commetterlo una buona volta o perdonare al mondo – e a lei, che è tutto il mondo. Perdonale, e cosi sarai solo – solo con lei. Anche questa è astuzia.
Che tutta la tua posizione sia falsa si vede dal terrore che hai della sua morte e del suo suicidio. Se veramente l’odiassi, dovrebbe sorriderti questo pensiero. Ma ti atterrisce, dunque non l’odì.

Che sia perché ti vedi sfuggire la vittima? C’è anche questo, ma non basta a spiegare la tua ansia. Che sia per semplice vigliaccheria di sapere la cosa fatta? C’è anche questo – e dovresti vergognartene – ma non basta a spiegare quest’ansia. – Dunque perdonale, sii quell’uomo che hai sempre finto e abbi pace.

12 giugno

Terzo pomeriggio della morte di lei.

Vissuto eroicamente e non voluttuosamente.

Che la poesia venga piu di rado, non vuol dire che sia finita, ma che sono meno contentabile in fatto di soggetti e di esecuzione.

Tutti gli «affetti più sacri» non sono che una pigra abitudine.

13 giugno

La prossima volta che ti rifai viva, telefono la verità a tuo marito.

Ringrazia anzi che non l’ho già fatto.
Che cosa c’è di più puro stile alfieriano che questa lettera? Che tutto il mio contegno in questa storia? E tutti i rovelli, gli schianti, gli urli, ecc.? Nient’altro che la storia di Saul: non valeva la pena di nascere un secolo dopo.

Per me ha ancora da avvenire la rivoluzione francese, e quando avverrà mi disgusterà.

16 giugno

C’è il tipo d’uomo che non può tollerare di lasciare una donna, una persona in genere con la quale sia entrato in rapporto geloso, senza sbatterle la porta in faccia.

Non credo che sia malvagità. E semplicemente bisogno di fare clamorosamente, totalitariamente quello che in altro modo parrebbe solo approssimativo e non certo.

E debolezzà. Consiste in attaccarsi ai simboli esterni della separazione (parolacce, schiaffi, gesti, scandali) per mera sfiducia verso la propria intima risoluzione.

E paura di esser fatto fesso e vedersi rimettere nella situazione di prima – nel quale caso sarebbero desolatamente irriti, sprecati, tutti gli spasimi che la separazione ha pure causato.

Non è malvagità. Ma certo tutte le malvagità nascono di qui, se tutte nascono dall’ambizione frustrata.
Con la tua definizione del sacrificio che consisterebbe in vivere con una persona, non nel rinunziarvi, ottieni di mettere dalla parte del torto chi ti rifiuta. Ma perché poi si debbono fare sacrifici?

Non ti accorgi che – se pure rigetti una sana e normale struttura morale – ti resta il culto del gesto morale, privato di ogni appiglio storico o trascendente – cioè mera retorica?
Hai avuto la fortuna di conoscere una vacca eccezionale – al sommo della sua carriera – armata | fino ai denti – espertissima -perfino un po’ passée e immalinconita, onde sentimentalismi e dolcezze ignote al periodo estivo e tremendo della sua forza, che pure non era ancora scaduta – hai avuto questa fortuna e ti lamenti? Qualunque would-be poeta pagherebbe a peso d’oro quest’esperienza, e ti lamenti?

28 ag.

Il fascino sottile delle convalescenze consiste in questo: tornare alle proprie abitudini con l’illusione di scoprirle.

Ripensandoci oggi direi che si è mostrato condiscendente, generoso perché non gli pareva vero di spogliarsi dal ruolo di innamorato supplice e infelice che ormai gli pesava. Insomma a quell’epoca era stufo e desiderava solo di finire, ma voleva finire in bellezza.

Il commiato di Pavese a Tina Pizzardo, da allora non parlerà più di lei

1 genn. 1939

Finito un anno di molta riflessione, di liberazione dalla catena (metà in, metà out)  di scarse creazioni, ma di grande tensione per liberarmi e comprendere. Si comincia ora.
Sistemato praticamente, il travaglio attivo dovrebbe essere uscito ormai dal caos. Seguirà una vita di saggia separazione: tutta l’energia andrà a creare.

Ricordare che la sicurezza del 30 die. ’37 era illusoria e che abbiamo smaniato ancora sei mesi. Ricordare.

Il diario l’ho rifiutato per quella sciocca generosità di cui ho sempre di che pentirmi. Lo avevo letto, sapevo che era l’unica copia, sapevo che lui dava grande importanza a ogni suo scritto. (L’unica copia, adesso non ne sono più tanto sicura: ho visto pubblicate poesie, racconti di cui io avevo «l’unica copia».) Si sarebbe pentito di avermi sacrificato tante pagine. Forse speravo che rileggendo il diario avrebbe visto chiaro in sé, in me, chessò.

No, non è solo questo; se ci ripenso torno a fare il gesto del rifiuto e torno a sentire che è un atto di generosità.

Mai avrei creduto che potesse essere pubblicato e tanto presto.

Quando prima della pubblicazione mi è stato concesso, per la timidezza di Italo Calvino che non ha osato rifiutare, di leggere la copia dattiloscritta integrale, ho avuto il sospetto che Pavese avesse ritoccato la parte che mi riguarda, o tolto, per rancore, alcuni passi illuminanti. Se avessi accettato il dono, la parte in mio possesso sarebbe stata pubblicata tra cent’anni. Sempre che tra cent’anni possa ancora interessare.

Quando stava per uscire e Einaudi ha rifiutato di discutere i tagli con me, ero terrorizzata. Neanche allora sono riuscita a parlarne con Henek sebbene mi ci fossi timidamente provata. Alla vigilia della pubblicazione, dopo aver combattuto da sola e di nascosto e senza successo per i tagli che desideravo, ho trovato il coraggio di dire a Henek: «Quel diario… meglio che non entri in casa nostra».

Io che lo avevo frettolosamente scorso nella copia dattiloscritta ho poi avuto occasione di sfogliarlo in casa d’altri, di leggerne qua e là dei pezzi, sempre di furia, di nascosto, con rabbia, con ansia.

Pavese non mi ha mai mandato copia dei suoi libri. Quando è uscito il primo, Paesi tuoi, mi sono meravigliata, scandalizzata, offesa che non avesse mantenuto la promessa, perché nel mio codice morale le promesse si mantengono sempre.

Non mi ha mandato né il primo né gli altri suoi libri. Per una sorta di ripicco non li ho voluti comperare. Neanche leggerli avrei voluto, ma quando mi capitano in mano non posso fare a meno di sfogliarli, sempre con un senso di disagio, di rabbia. Ciò che leggo mi pare falso. Io, proprio io, avrei saputo, da amica, ma lui non lo ha voluto, sciogliere quel groppo di rancore che nei suoi libri mi dà tanto fastidio.

Può essere però che senza il groppo di rancore i libri non li avrebbe scritti, oppure sarebbero stati meno validi. Non so, non posso giudicare serenamente.

Uscito Pavese dalla mia vita, nonostante le tempeste (campagna razziale, guerra, resistenza e sempre miseria e lavoro), ho trovato pace nell’amore per Henek e per nostro figlio. Nel diario all’epoca della campagna razziale c’è «… sento dire che non si lamentano»: penso che si riferisca a noi.

Dal nostro addio Pavese è vissuto ancora dodici anni e qualche volta ci siamo incontrati, ma senza scambiarci una parola, un saluto.

Ricordo bene tutti i nostri casuali incontri. Il primo nell’agosto (credo) del ’38. Passavo sotto i portici di corso Vittorio, presa da un attacco di nausea (ero nei primi mesi di gravidanza), entro in un caffè, ordino una limonata al banco. Vedo lui seduto a un tavolino che scrive e si tormenta il ciuffo; mi vede e il viso gli si contrae in un’espressione di odio, di repulsione. Di furia bevo pago esco.

Anni dopo saprò da Natalia che Pavese, nel timore di incontrarmi, ancora evitava le strade che da casa mia vanno al centro.

In via Cernaia, una delle strade che percorrevo giornalmente, l’ho incontrato che il bambino era già grandicello e appeso alla mia mano mi trotterellava al fianco. C’era con noi mia cucina Magda. Lui era con una ragazza bionda, adesso penso che fosse la Pivano. Mi ha vista e ha fatto il viso del tormento.

Durante la guerra è passato curvo sulla bicicletta tagliando la strada a me e a Henek, noi avviati alla stazione e lui, forse, in corso Re Umberto da Einaudi. L’ho visto bene in viso, aveva l’espressione attenta e ansiosa del miope che ha paura del traffico e era molto invecchiato. Non si è accorto di noi.

Dopo la guerra un pomeriggio che andavo svelta a scuola e ero in ritardo c’incontriamo faccia a faccia sotto i portici di corso Vinzaglio, lui non mi vede o non mi riconosce. Se non fossi stata in ritardo lo avrei fermato, gli avrei detto ciò che da tempo avevo in mente: ora che sono vecchia e non ti faccio più paura vorrei dirti… Gli avrei parlato dei suoi libri. Ci eravamo appena sorpassati che mi viene in mente che l’occasione è propizia e irripetibile, al diavolo la puntualità… Tornare indietro, rincorrerlo? No, troppo saggia ormai per arrischiarmi.

L’ultima volta: eravamo stati invitati Henek e io a un ricevimento in onore del console polacco in casa Antonicel‒li. Avevo visto Pavese di lontano, anche lui mi aveva vista e faceva il viso del tormento. Poi, mentre parlavo con la padrona di casa e eravamo fuori del salone a cui voltavo le spalle, mi sono accorta che lui si era silenziosamente avvicinato e tendeva l’orecchio, non ai nostri discorsi, alla mia voce. Poco dopo Natalia mi ha detto: «Pavese è venuto a salutarmi, se n’è andato perché ci siete voi».

Nell’agosto del ’50 ero a Maen, dove c’era anche Natalia con Baldini e i figli. La seconda estate che, messo a letto il bambino, provavo a scrivere un certo mio romanzo che non è mai stato pubblicato. La sera del 28 agosto mi sono coricata che avevo finito la scena dove Daniele, un personaggio ispirato a Pavese, tenta, per davvero o per commedia, non si sa, il suicidio.

Il mattino dopo sono per la spesa nell’unico negozio di Maen, arriva Baldini che aggrondato, distratto dice: «Pavese si è ammazzato».

No, penso, non è morto. E solo un tentativo e lo salvano.

Baldini continua: «E arrivato un telegramma di Einaudi, dobbiamo scendere a Torino per i funerali».

Nei giorni precedenti Natalia mi aveva parlato di Pavese: «È al mare dagli Einaudi ed è più matto di sempre. Si è preso una cotta per una ragazzina, sorella di un collaboratore di Einaudi».

Natalia trovava che adesso era troppo: prima furori per l’americana bionda, partita questa, furori per la di lei sorella, l’americana bruna, e adesso, senza prender riposo, rifurori per una bambina. («La donna venuta dal mare» cui accenna nelle ultime pagine del diario.)

Tornata a Maen dopo i funerali, Natalia mi ha confidato che, oltre al libro con le parole che tutti sanno, c’era una lettera per la ragazzina, di cui si era preferito tacere. La lettera è poi stata pubblicata vent’anni dopo nell’epistolario. Mi ha anche detto del diario lasciato chiuso sul tavolo, e sul foglio di guardia era scritto in matita blu: «Quello che lei chiamava il diarietto».

Con l’occultamento della lettera alla ragazzina e con il libro di Lajolo ha inizio la falsificazione del personaggio Pavese.

Lajolo ‒ che per smania di pubblicare presto non ha consultato che gli S. ‒ vuole provare che Pavese non ha amato che una donna e sarei io quella. Questa è infatti l’opinione degli S. che non avendo più frequentato Pavese dall’epoca del «tradimento» (perché lui li snobbava o forse non gli perdonava di essere una coppia felice e soddisfatta ‒anche troppo ‒ di sé) sono rimasti all’immagine di lui com’era allora e non vogliono ammettere che altri possa saperne di più.

Mi è sempre caro il ricordo di Pavese e ancora rimpiango che lui non abbia voluto che fossi sua amica, come la natura mi aveva destinata, spesso penso a lui e credo ‒ proprio perché l’ho conosciuto quando era molto giovane e recitava il suo personaggio per estro, e non per vezzo o per disprezzo ‒ credo che lui abbia sempre ciecamente cercato gli amori infelici. Per chissà quale piega dell’animo, solo nel tormento dell’uomo respinto e tradito ritrovava se stesso.

Si era innamorato di me per caso, ero in quel momento quella che meglio rispondeva al suo bisogno di amore tempestoso. Non bisogna dimenticare che mi ha conosciuta come fedele fidanzata di un prigioniero politico al quale sarebbe bassezza fare torto.

Tutti vogliono avere un «pubblico», lui più di ogni altro. Io ero il suo amore‒tormento, ma soprattutto gli facevo da pubblico e di così congeniale non ne ha mai più trovato. Proprio perché eravamo fatti per intenderci, io più di ogni altro capivo i suoi ruoli e capivo lui sotto le spoglie della parte. Il suo torto è stato di aver preteso che recitassi con lui ‒ e sin qui, passi ‒ ma lui mi voleva nella parte dell’amante, mentre io non volevo saperne.

Poi di me si è dimenticato e chi pensa di no ignora che quasi sempre si cerca nei successivi amori lo stesso personaggio, quello che ‒ misteriosamente ‒ meglio risponde alle nostre esigenze amorose.

Delle sue donne io sono stata la brutta copia, solo che ero anche qualcosa di più, sì, lo ripeto, ero un’amica.

E le altre tanto più si avvicinavano alla sua oscura aspirazione (una donna che lo attrae, ma difficile da conquistare, o almeno impossibile da farne una moglie) tanto meno avevano la pietà dell’amicizia.

E lo hanno lasciato morire, mentre finché lui ha smaniato per me ho saputo vigilare e salvarlo.

Adesso per onestà devo dire che invecchiando ho capito che, se pur non è mai stato innamorato di me, Henek mi ha dato tutto l’amore di cui è capace.

Con il mio carattere prepotente, i modi bruschi, scoppi d’ira, decisioni avventate, che cosa sarebbe stato di me senza il suo affetto, la sua tolleranza, la sua amicizia?

Con gli anni mi sono placata, ho imparato a tacere, a richiudermi in me: ossia, per amore sono diventata simile a lui.

Dopo aver tanto desiderato l’amicizia ‒ amicizia assoluta, come per breve tempo ho qualche volta avuto da giovane ‒ oggi non ho che amicizie parziali ‒ rispondenti a limitati e diversi interessi ‒ e invero sono piuttosto sola. Sto molto bene sola quando posso tenermi compagnia scrivendo. E poiché non riesco a scrivere se non in completa, materiale solitudine, ne viene che adesso accolgo con gioia le occasioni di rifugiarmi in un eremo.

La mia vita è andata così perché io, fatta in quel modo, sono vissuta in quel dato periodo? Sì, ma non basta: è stato il caso (altri direbbe il destino) a imporre alcune svolte alla mia vita.

Già la precoce morte di mia madre (polmonite alla vigilia di un parto) ha cambiato la mia sorte. Se fosse vissuta sarei stata la maggiore di una schiera di fratelli e sorelle. Sotto l’egida materna sarei stata tutta presa dalle responsabilità verso una famiglia numerosa; dopo tre anni di scuola commerciale mi avrebbero messa al lavoro come impiegata.

Il caso ha voluto che un collega di mio padre suggerisse e favorisse il ritiro in collegio delle due orfane. In collegio, non più represso dalla severità paterna, il mio carattere ribelle ha preso sicurezza e vigore.

Uscita di collegio il caso ha voluto che mio padre vincesse al lotto le poche centinaia di lire che lo hanno indotto a mandarmi all’università.

Si potrebbe dire che sono entrata nel partito comunista perché, per caso, una ragazza in vena di scherzi ha dato a nome mio un garofano rosa a Liuben.

Dovuto al caso l’incontro con Pavese a Po: approdare nello stesso momento io da una barca a remi, lui da un barcone a punta.

Voglio fare con Bastiano la mia prima lunga escursione: il caso vuole che Anita mi mandi da Henek a farmi prestare il sacco da montagna.

Uscito Pavese dalla mia vita non è più stato il caso a segnarmi la strada, ma solo l’amore per Henek e per nostro figlio.

Autore Originale del Testo: Gian Franco Ferraris

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  • Enrica Bocchio

    Di ritorno da S. Stefano Belbo per il consueto appuntamento
    annuale col Pavese Festival, l’altra sera, sabato 26 agosto, proprio nelle ore
    in cui 67 anni fa Pavese consumava la sua agonia, ho “sfogliato” con intenzione
    Nuova Atlantide, dove casualmente qualche giorno prima avevo trovato “Terra
    rossa terra nera”, una lirica che Pavese aveva dedicato a Bianca Garufi. La mia
    supposizione che fosse vi riportato un articolo su Pavese si è rivelata
    fondata: infatti ho letto con interesse i brani riportati dai diari di Pavese e
    Tina Pizzardo. Forse Gian Franco Ferraris ricorderà che nell’estate 2014 ci
    siamo incontrati per la presentazione di alcune proposte culturali (“divagazioni
    musicali ed incursioni letterarie”) tra le quali “Battito, tremore, infinito
    sospirare”. Successivamente gli avevo inviato il volantino-invito per la prima.
    Non immaginavo (e come avrei potuto?) che qualche anno dopo avrei letto un suo
    articolo proprio su Pavese. Ho il rammarico di non aver avuto l’opportunità di approfondire questo comune interesse: ne sarebbe venuto fuori un bel confronto.

    • Gian franco ferraris

      Ci saranno nuove occasioni – fatti viva quando vuoi. Gian franco f


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