Le inutili bandiere e le piazze si trasformano in mari pieni di sardine!

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di Fausto Anderlini

E comunque, carissimi compagni red, seguite Mao. Nuotate nell’acqua come pesci. La prossima volta presentatevi al raduno, se capita di venerdì, non con la bandiera ma vestiti da triglia. Meglio di fango che di scoglio. Fa più pesce proletario.

E veniamo alle bandiere. In decine e decine di mobilitazioni con centinaia di migliaia di partecipanti tutto fila liscio, cioè secondo la regola d’ingaggio: libera interpretazione del logo (la sardina), libera chiacchera, colonna sonora a piacimento, un solo inno unitario (Bella Ciao). Le regole del franchising sono chiare e rispondono a una elementare esigenza: evitare che le piazze vengano fagocitate da una guerra simbolica fra gruppi in competizione. Le condizioni d’efficacia sono il numero e l’uniformità.

Succede dunque che a Firenze si presenta un tizio, uno sprovveduto o un provocatore, con una bandiera rossa di ignota denominazione e che venga subito censurato dai presenti. La cosa non passa inosservata e subito è segnalata malignamente dai media, nel mentre sui social si leva un piccolo coro di invasati. Anatema, sacrilegio. La bandiera rossa allontanata confermerebbe il pregiudizio che vede questo ‘movimento’ come politicamente indeterminato, ennesima manifestazione di ceti privilegiati insensibili al grido di dolore del popolo minuto, e venato di anticomunismo. Argomenti talmente futili di fronte ai quali non si sa se ridere o piangere.

Come i labari portati dagli eserciti non c’è partito che sin dall’origine non abbia una bandiera. Giacchè il partito è una milizia del tutto isomorfa alla simbolica polemica. In realtà il Pci era molto sobrio. Proprio il carattere sacro della bandiera la teneva al riparo da un uso eccessivo e meramente esteriore. Ogni sezione era munita di una bandiera cucita e ricamata dalle mani delle compagne e inastata su picche d’ottone. Sovente il rosso era sbiadito e il drappo era circondato da frange dorate. La bandiera era prodotta in proprio, su base artigianale, e incarnava la storia della sezione. Un simbolo gravido di storia vissuta e di eroici sacrifici.

Con la fine del Pci e la nascita di partiti sempre nuovi, d’ogni genere e tipo è avvenuto un fenomeno paradossale. Partiti improvvisati, senza più una base sacrale, ma inclini all’abuso delle bandiere. La bandiera da elemento prezioso dell’identità comunitaria diventa una specie di dépliant pubblicitario. Le si produce su larga scala e le si innesta su aste di plastica. Ogni occasione è buona per metterle in mostra e fare pubblicità al partito di turno. Con palloncini e altri gadget. Nelle manifestazioni unitarie è un vero e proprio sventolio multicolore, e più un partito è piccolo più bandiere porta in strada. Lo stesso sindacato non si sottrae alla regola. La Uil ad esempio, il sindacato minore, sin dall’alba mobilita i suoi figuranti e li schiera sotto il palco così che possano apparire in tutte le inquadrature. Le manifestazioni diventano sorta di palio di sbandieratori. In realtà piazze di marketing. I rifondaroli e i dipietristi erano afflitti, in proposito, da una vera e propria iconodulia e poteva accadere che un militante si mettesse a sventolare una bandiera dietro una frotta di turisti a zonzo per la città per farla sembrare un corteo. Quel che si dice ‘piantare la propria bandierina’.

Ora, il movimento delle sardine non è certamente preso da impulsi iconoclastici, come richiamato il rifiuto delle bandiere ha una motivazione puramente funzionale: impedire che si apra una guerra a mettere la bandiera in testa alle sardine. In certo senso irretendole in qualche litigioso ridotto iconologico. Ma per come i partiti sono conciati e hanno degradato la loro simbolica una sana iconoclasi sarebbe davvero augurabile. Solo quando ci sarà un serio partito della sinistra, solo allora dovrebbe essere concesso l’uso della bandiera. E comunque non più di una ogni mille manifestanti.