Le ombre cinesi di Renzi e dei sondaggisti

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di Alfredo Morganti – 5 febbraio 2017

Dice la Meli sul Corriere che “non c’è partita: Renzi 82 per cento, Orlando 18”. Si riferisce all’esito di ipotetiche primarie del PD, che il suo segretario concepisce come una specie di surrogato del Congresso, un po’ come la ciofega autarchica invece del caffè vero. Ma il gioco delle percentuali sta drogando il dibattito pubblico. Queste cifre, anche ammettendo che corrispondano a realtà, sembrano simulacri, quantità vuote, asettiche, senza un’anima. Se le strategie piddine poggiano su queste elucubrazioni numeriche, stiamo freschi. Eppure lo stesso giornale (basta girar pagina) affida a Pagnoncelli il compito di dare i numeri sullo stesso argomento. La Meli cita la velina del PD con sondaggio SWG, il suo giornale invece si affida a Ipsos, e ci offre un quadro più ampio del risultato bullistico esposto nel retroscena, per il quale ‘non ci sarebbe partita’.

Cosa dice Pagnoncelli? Che gli italiani davvero interessati alle primarie del PD sono in tutto l’8%, il 13% è un po’ interessato, il 79% per niente. Cambia poco se ci si riferisce, più propriamente, all’elettorato di sinistra. Qui i ‘molto’ o solo ‘un poco’ interessati sono in tutto il 29%, ma ai restanti 71% non importa un fico secco. Persino gli elettori PD sono appassionati alle eventuali primarie in termini minoritari, appena il 47%: la maggioranza del 53% le snobba. Questo è il contesto. Dire quindi che Renzi avrebbe un 82%, non ci dice rispetto a quale platea di interesse. E soprattutto lascia intendere che quell’82% sposti chissà quali masse di opinione, preannunci chissà quale impatto rispetto al Paese e alla efficacia e autorevolezza della leadership. Parlare in termini percentuali è come giocare con le ombre cinesi, del tutto ignari di cosa si muova davvero dietro lo scenario di carta di riso. La lezione del referendum, evidentemente, non è stata capita o non è bastata.

Ora, un elettorato è fatto di donne e uomini in carne e ossa. Di organismi viventi, sociali, di realtà storiche e politiche. Credere che sparare percentuali sia esaustivo, basti a ‘chiudere una partita’, è davvero risibile. Tanto più se queste percentuali non sono suffragate da scenari che la dicano tutta sul valore effettivo di quei numeri. Per dire, quanto vale questo PD oggi? Dopo la sconfitta referendaria, dopo i malumori della sinistra interna e il protagonismo dei comitati per il No, nonché dopo gli scricchiolii della maggioranza interna (Franceschini in primis)? Quanto è ampio il suo ‘dominio’ politico, quanto è autorevole il suo leader? Altri sondaggi parlano di Gentiloni in crescita e di Renzi in discesa, persino scavalcato dalla Meloni. Meli, non c’è partita? Ma quali sono le forze davvero in campo? Quanto sono davvero ‘forti’ e quanto è solo una bolla sondaggistica e comunicativa? Perché è pur vero che la politica è ‘rapporti di forza’, ma veri, effettivi, in numeri assoluti, non meramente percentuali, per di più in astratto. Renzi e ‘i suoi’ debbono capire che è finita la fase delle ombre cinesi ed è cominciata quella della realtà. Se ne facciano una ragione, sennò pazienza.