L’egemonia delle idee e quella dei soldi

per Gabriella
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti  26 ottobre 2015

C’è un passo di ‘Libertà’ di Jonathan Franzen che suona così: “Provò una fitta di compassione per la campagna di Kerry, che ormai aveva meno di sette mesi per cambiare l’umore della nazione e smascherare tre anni di bugie e manipolazioni tecnologicamente sofisticate”. Ecco: bugie e manipolazioni. Ho ripensato a questa frase leggendo le odierne confessioni di Tony Blair, il campione della sinistra terzista. In un’intervista alla CNN l’ex premier britannico, come racconta Repubblica.it, “chiede scusa […] per gli errori dello spionaggio britannico che avevano attribuito a Saddam Hussein il possesso di armi di distruzione di massa (la ragione ufficiale per l’intervento militare del Regno Unito accanto agli Stati Uniti)”. Li chiama errori. Mentre dovrebbe nominarli in un altro modo, “manipolazioni tecnologicamente sofisticate”, appunto, visto che pare ci sia pure “un memorandum segreto della Casa Bianca in cui Blair, un anno prima dell’entrata in guerra, si era di fatto impegnato con l’allora presidente americano George W. Bush a partecipare al conflitto come alleato degli Stati Uniti in qualunque caso e circostanza. Cioè indipendentemente dalle motivazioni ufficiali – il possesso di armi chimiche o biologiche – in seguito usate da Downing street per convincere il parlamento britannico e l’opinione pubblica del proprio paese ad approvare la guerra” (sempre Repubblica.it). Occhi puntati, perciò, sulle ‘manipolazioni tecnologiche’, in quanto prove costruite in modo artificioso, ma anche (e forse di più) sulla poderosa, imbattibile, ricchissima campagna mediatica che accompagnava, in quegli anni, il tam tam guerrafondaio, che rendeva la scelta di entrare in guerra quasi ‘naturale’, e comunque un atto dovuto vista la minaccia rappresentata da Saddam. Alla faccia di chi sollevava obiezioni sensatissime.

Ho pensato in questi giorni alla crisi della sinistra anche come crisi egemonica. Sono sempre stato propenso a credere che si tratti, fondamentalmente, di una crisi di idee, di pensiero, di cultura politica (non solo di strategie e organizzativa) che ci ha rigettato in un angolo anche rispetto al ‘nostro‘ popolo, quello che dovremmo ‘naturalmente’ intercettare, impegnandoci a rappresentarne interessi, aspettative, ambizioni, missione, compito storico, voglia di riscatto, speranze di liberazione. Ma sono sempre più propenso a credere, altresì, che la crisi di egemonia sia anche (soprattutto?) una crisi di risorse, economiche, politiche, culturali, personali. Economiche per prime. È come avere una macchina da corsa senza benzina. Le idee non si muovono nel vuoto, anzi, senza risorse tendono a ristagnare e a morire di asfissia, muoiono i centri di ricerca, non si diffonde alcunché di nulla, restiamo fortini assediati, anime in pena, pensiero senza gambe. Il PCI disponeva di risorse (di provenienza anche eterogenea, diciamo) e, di conseguenza, di un forte apparato editoriale, culturale, di pensiero, di una ramificazione nel territorio e nelle casematte culturali e formative. Se la ricerca scientifica muore per assenza di fondi, pensate un po’ che fine fa la ricerca culturale, pensate un po’ che fine fa l’etereo pensiero. E non bastano gli sponsor che poi chiedono pegno e sono di braccino corto, servono risorse vere. In assenza di ciò, scatta l’egemonia avversaria, scattano le ‘bugie’ e le ‘manipolazioni tecnologiche” (mediatiche, comunicative in primo luogo), che affondano il coltello nel burro della nostra crisi.

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Oggi il ruolo di Blair lo fa il terzista Renzi. Perché c’è sempre un terzista nella vita della sinistra, uno che fa da ponte verso la crisi identitaria definitiva. Uno che lavora per il re di Prussia. Allo stato attuale non solo riuscirebbero (e riescono) a farti credere che Cristo è morto di freddo, ma che è lui il carnefice, lui quello che ha battuto i chiodi. Lui che solo vittima, lui che è un ‘vinto’, la cui unica responsabilità è stata quella di avere responsabilità, di assumersene infinite. E per troppa responsabilità si muore, difatti. Per questo la povertà di idee è anche una povertà vera. Che i soldi non siano un problema, diceva un bravissimo compagno, comincio a dubitarne. Io comincio a pensare che i soldi (le risorse, i fondi, la benzina nel motore) siano il vero problema. ‘Il’ problema. E questo mi rende maledettamente pessimista.

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