L’emergenza politica, la ripresa dei temi della sinistra, la prossimità a lavoratori e cittadini

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

L’altro ieri, Pierluigi #Bersani a LA7 ha fatto un’osservazione che mi ha molto colpito. Dopo aver affermato che l’emergenza in questa fase non è economica, perché non sussiste una situazione tale da mettere oggi in discussione la stabilità di bilancio, ma è invece un’emergenza politica, ne ha spiegato alcuni motivi. Ha detto tra l’altro che, per la prima volta non solo in Italia ma in Europa, ci troviamo di fronte a una maggioranza di governo che non si è affatto riprodotta nel Paese, ma è rimasta asserragliata a Palazzo Chigi. È una palese anomalia, che testimonia l’inconsistenza politica del governo gialloverde, la sua stranezza, diciamo così. Bersani ha ragione. Questa inconsistenza è l’apice del vuoto effettivo di politica che aleggia in Italia, di cui l’esecutivo dimissionario è strenuo portatore. D’altronde il ‘contratto’ è stato il suggello di questa situazione. Bersani propone, quindi, di iniettare politica in una situazione che oggi ne è priva. Politica, si badi, non un folle balletto attorno alle poltrone, o un governo purchessia e neppure “la prenotazione di un boomerang”, quello che colpirebbe la sinistra se non si mettessero al centro dell’esecutivo temi essenziali come la riscrittura della legislazione su jobs act e art. 18, la riduzione della tassazione sul #lavoro, una politica verso i consumatori, e poi #sanità#scuola#immigrazione. Un segnale di discontinuità forte sulle cose, insomma, prima ancora che sugli incarichi di governo.

Qual è la preoccupazione più forte di Bersani? Che la massa critica di elettori che circola attorno al Movimento, parte dei quali recentemente si è astenuta, possa spostarsi ulteriormente a destra e andare a rinfoltire la bisaccia già larga della Lega. Ciò, in mancanza di una iniziativa di “prossimità” (diciamo così) della sinistra, pronta a utilizzare anche lo strumento del governo di svolta coi 5 stelle per approfondire il dialogo e marcare una vicinanza produttiva con i cittadini in genere e, in special modo, con gli elettori che votavano PD e sinistra sino a pochi anni prima. Bersani dice che i movimenti, a un certo punto, perdono stabilità e virano a destra o a sinistra. Il dialogo è dunque necessario, e non vuol dire affibbiare una patente di ‘sinistra’ a qualcuno e così legittimarlo tale, semmai l’opposto, ossia il timore che la destra possa risucchiare l’elemento instabile. E, quindi, il riconoscimento di un problema e l’indicazione di una via giusta da percorrere per affrontarlo. La sinistra, ripete Bersani, ha perso legami storici con masse imponenti di elettorato popolare, ed è accaduto su temi come il lavoro e la protezione sociale, ben più che sulla sicurezza. C’è stato, ritengo, un doppio movimento: da una parte, l’egemonia della destra ha pervaso in modo consistente da molti anni le classi e i ceti popolari; dall’altra è mancata una risposta efficace della cultura, della politica, delle forze democratiche, capace di controbilanciare concretamente proprio quell’offensiva egemonica. Un doppio movimento a cui oggi si dovrebbe opporre una controffensiva, proprio a partire dai temi propri della sinistra: lavoro, #uguaglianza, fiscalità, sanità/scuola, #diritti#solidarietà. Certamente non è ancora sufficiente, ma sarebbe utilissimo per riprendere un nuovo corso.

Una sfida difficile, di cui si intravedono tutti i rischi (il boomerang appunto) ma inderogabile. L’alternativa è fosca, e vedrebbe da una parte Salvini e la destra dettare i tempi (crisi, elezioni, pieni poteri) e dall’altra mostrerebbe la sinistra ancor più sulla difensiva, incapace di mostrare la concreta possibilità che una scomposizione/ricomposizione possa avvenire davvero, rimettendo in gioco forme e contenuti del gioco politico. È un’iniziativa democratica che esige, quale condizione prima, “correzioni su tutto” (Bersani): una specie di ground zero, che segua a errori e mancanze in primis della sinistra, in questi anni strani di renzismo e di commistione politica trasversale assurta sino ai ranghi del governo. Tale da rendere il #PD una cosa senza alcun midollo e identità.

L’occasione è ghiotta, insomma, e non mi meraviglio che folti strati della sinistra (persino critica) si oppongano. Si tratta in effetti di una via stretta e difficile, che va compresa. In mezzo al coro c’è, immancabile, #LaRepubblica. Se leggete le sue cronache sembra che stia nascendo (se nascerà) un guazzabuglio ridicolo, una specie di poltronificio a opera di una congrega di incapaci, solo perché oggi si sta guardando un po’ meno da quelle parti editoriali. Basta virare sul “Corriere” per percepire subito un’altra prospettiva. Sì, è certo. C’è davvero bisogno di una revisione integrale del nostro mondo, di un ribaltamento essenziale e di prospettiva che rompa gli schemi che da trent’anni ci ingabbiano. Il nuovo governo potrebbe essere un detonatore utile, di prospettiva, men che mai soltanto un timoroso argine alla destra. Non abbiamo bisogno di argini, di catenacci o di difendere quel che poco che ci rimane. Serve semmai il coraggio di una proposta autonoma, che riprenda il nostro tradizionale percorso e assieme innovi in modo radicale il copione di questi anni miseri, ai quali bisognerebbe finalmente dire addio.

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