L’AMAZZONIA E IL CANNIBALISMO

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Marina Montesano su Il Manifesto del 25.08.2018 scrive qualcosa che ha ispirato le riflessioni che seguono. Nel brano sotto riportato sono importanti i riferimenti di Americo Vespucci circa gli “indigeni tupi” della costa settentrionale del Brasile e la testimonianza di Hans Staden, circa gli abitanti della foresta amazzonica, per i motivi che comprenderete leggendo tutto l’articolo.

«Coloro che sono stati fatti prigionieri durante la battaglia, non li tengono in vita. Sono destinati a essere uccisi e a servire da cibo, perché si mangiano tra loro, i vincitori mangiano i vinti, e la carne umana è tra loro un alimento comune. È un fatto assolutamente certo, perché si è visto un padre mangiare i suoi figli e le sue donne, e ho conosciuto un uomo col quale ho parlato e che diceva avere mangiato più di 300 corpi umani. Ho anche passato 27 giorni in un villaggio dove ho visto nelle case la carne umana salata, sospesa alle travi di legno, proprio come si fa da noi con il lardo o con la carne di maiale».

Marina Montesano riporta affermazioni ricondotte ad A. Vespucci, prese dall’operetta conosciuta come Mundus Novus, che introduceva in Europa le prime nozioni circa le magnifiche scoperte del nuovo continente misterioso. In esse Amerigo Vespucci parla delle pratiche di cannibalismo incontrate fra gli indigeni “tupi” della costa settentrionale del Brasile. Poi commenta: “Sebbene rimanga difficile dire in quale idioma Vespucci possa aver conversato con l’insaziabile cannibale, di tali pratiche aveva già parlato Cristoforo Colombo e altrettanto faranno viaggiatori posteriori, con dati e narrazioni molto precisi, al punto che difficilmente si può prendere le loro affermazioni soltanto come stereotipi della ‘barbarie’ dei locali.”

La testimonianza più nota, tuttavia, é quella del tedesco Hans Staden, al servizio dei portoghesi, che sarebbe stato rapito nel 1552 nelle foreste amazzoniche e tenuto prigioniero in attesa di essere mangiato, riuscendo però a fuggire e a scrivere le proprie memorie per un pubblico “avido di dettagli, al contempo esotici e macabri”. Staden scrisse copiosamente dell’apprezzamento dei “tupi” per la carne umana. Nel suo racconto la ritualità dell’atto e dei preparativi connessi è evidente. Il carnefice, pur non consumando la carne della vittima, dopo lo squartamento ne distribuiva un pezzo per ogni casa. Le danze e i canti per tutta la notte, inoltre, sono i complementari elementi rituali.

Quando il tedesco rifiuta di assaggiare la carne umana, che il capo avrebbe voluto offrirgli, dicendo che nemmeno gli animali mangiano quelli della propria specie, questi gli risponde: «Io sono un giaguaro e questa carne è buona».

In questi giorni di distruzione globale della foresta amazzonica, viene spontaneo chiedersi. Che fine stiano facendo i pochi giaguari sopravvissuti e che fine faranno i pochi uomini e donne indigeni rimasti ?

Lungi dall’essere soltanto una battuta, la frase del capotribù è di sicuro interesse antropologico, giacché rinvia a un’appartenenza totemica ciò che per un europeo costituisce l’appartenenza a una specie.

Tuttavia, come già scritto in precedenti articoli, pubblicati anch’essi su Nuovatlantide, il significato dell’identificazione totemica con animali e piante) equivale all’identificazione dell’intero clan o dell’intera tribù (che raggruppa più clan familiari) con l’essere vivente, che condivide tutti gli aspetti e la caratteristiche dello stesso contesto ecologico, contribuendo a qualificare i singoli ambienti di vita.
Rimanendo in tema di ‘totem’, nonostante le buone ragioni fornite dalla psicanalisi e dall’antropologia, per gli europei del passato e del presente il cannibalismo resta un ‘tabù’ quasi assoluto. Marina Montesano, riportando un sentire comune, scrive ancora che come “simbolo della barbarie il cannibalismo è il segno dell’alterità assoluta”.

Tuttavia, possiamo essere sicuri che la nostra specie Homo Sapiens, soprattutto nel suo prototipo occidentale, tanto esaltato dai vari Trump, Putin, Jhonson, Bolsonaro, Orban, Salvini, Erdogan (sebbene più asiatico) e dai rispettivi imitatori, ammiratori e seguaci, sia totalmente “immune” dal cannibalismo ? Si può pensare, ad esempio, che Bolsonaro stia desiderando di vedere “arrostiti” tutti gli animali dell’Amazzonia: soprattutto le popolazioni indigene, di cui ha dichiarato che «puzzano e ostacolano l’espandersi dell’agricoltura industriale» ? Si può pensare che quest’ultimi siano trattatati alla strega di ‘nemici’, i cui corpi possono essere dati in pasto agli amici imprenditori dediti all’agro-business ? (2)

Tornando a Marina Montesano, ella scrive che il francescano Giovanni di Pian del Carpine, viaggiando in Asia verso la metà del Duecento, parla del cannibalismo funerario dei tibetani. Poi cita Marco Polo, che circa l’isola di Sumatra (Indonesia) scrive di «genti bestiali, che catturano volentieri gli uomini per cibarsene»; ne descrive anche la patrofagia, ossia il costume di mangiare gli anziani (dopo averli soffocati) in un banchetto di allegra compagnia, mangiando dell’essere umano tutto, compreso il midollo racchiuso nelle ossa, cosicché non resti proprio nulla della sua sostanza».

Tuttavia, penso che ancora oggi nella nostra cultura occidentale, sebbene in modalità sublimata, forme di cannibalismo sono ancora oggetto di forte attenzione emotiva. Sappiamo che, soprattutto in amore, spesso il partner maschile dichiara all’amata di volerla «mangiare tutta»..

Inoltre, la nostra cultura europea é stata ispirata sia da Dante Alighieri sia dal Boccaccio, che in forme diverse nelle loro scritture sublimano letterariamente forme di cannibalismo, per far capire che l’essere umano (soprattutto se di sesso maschile) manifesta un forte desiderio di possesso nei confronti della donna.

Questi casi introducono una nozione importante: il cannibalismo più in generale ha la funzione di assimilare qualcosa dell’altro, che si tratti di un nemico, amico o parente o donna amata.. La loro forza, la loro anima animale e, quindi naturale (ovvero appartenente alla comune biosfera), magari un semplice desiderio di rivalsa, sono resi propri da colui che sia ritualmente sia virtualmente mangia (o offre in pasto porzioni del proprio corpo). (1)

NOTE:

  1. Tali nozioni possono introdurre un tema peculiare della letteratura e della favolistica, quello del cuore mangiato, che ha una straordinaria diffusione geografica (Nord della Francia, area occitana, Germania) e cronologica.

  2. Nel caso di Bolsonaro si potrebbe parlare anche di caso psicanalitico !