L’emiciclo dei tanti paradossi

per Gabriella
Autore originale del testo: Antonio Polito
Fonte: Corriere della sera
Url fonte: http://www.corriere.it/politica/15_gennaio_29/emiciclo-tanti-paradossi-6879db64-a782-11e4-9807-cc4bcdb83bf8.shtml

di Antonio Polito – 29 gennaio 2015

Il Parlamento che ha appena varato l’elezione diretta del capo del governo (perché questo è di fatto l’Italicum), da oggi è chiamato a eleggere un capo dello Stato con gli stessi poteri di sessanta anni fa. Il paradosso della solenne assemblea che comincia questo pomeriggio nell’emiciclo di Montecitorio è tutto qui: per la Costituzione è il presidente della Repubblica che nomina il presidente del Consiglio, ma stavolta potrebbe accadere il contrario. Quando poi, dopo le prossime elezioni, il premier godrà di un’investitura popolare incomparabile con quella dell’inquilino del Quirinale, il nuovo presidente dovrà completamente reinventare il suo ruolo se vorrà sfuggire alla pericolosa alternativa tra la subordinazione e l’insubordinazione. Sarà insomma chiamato a gestire una vera e propria fase costituente, per combinare i poteri di due presidenti. Non un compito per spiriti semplici, o provinciali, o pavidi.

È dunque una scelta delicata quella che i 1.009 grandi elettoristanno per compiere. E poiché è azzardato sperare che lo Spirito Santo provveda in loro vece, come fa nel Conclave, ecco spiegate la tensione e l’incertezza di questa vigilia.
D’altra parte la seconda Repubblica non ha lasciato una ricca eredità di capitale umano. Il carattere belluino che vi ha assunto la lotta politica ha prosciugato quella riserva di personalità sperimentate e affidabili che prima era fornita dal Parlamento: non è un caso se quasi tutti i presidenti delle Camere alternatisi nell’ultimo ventennio sono oggi per varie ragioni fuori dal gioco, o fuori dalla politica. Da ieri c’è sul tavolo il nome del candidato su cui punta il Pd. Su Sergio Mattarella il premier sembrerebbe disposto a fare uno stress test al patto del Nazareno e perfino alla sua maggioranza di governo, visto che né Berlusconi né Alfano hanno espresso finora il loro assenso, e anzi per ora resistono. Con la spregiudicatezza tattica che gli è nota, Renzi sta giocando al gioco dei due forni, seguendo una tradizione non nuova quando si elegge il presidente.

 Ma è più probabile che la sfida si concluda con un accordo nei confini della maggioranza delle riforme, che finora è stata la stella polare della navigazione di Renzi, e anche di Berlusconi. Vedremo se su Mattarella o su un suo sostituto. Ciò che comunque appare più anacronistico del solito, e più preoccupante, è l’opacità con cui si stanno svolgendo le trattative. Ciò che vediamo non è sempre reale, e ciò che non vediamo è sospetto. I contendenti sembrano lottare, ma non possiamo escludere che i veti siano veli, elisioni reciprocamente utili. Perfino il web, luogo della trasparenza per antonomasia, rischia di essere usato dai Cinque Stelle per intorbidire le acque come due anni fa, per tornare sul luogo del delitto.
Ciò che conta per noi cittadini è che, complice l’ondata di demagogia che ormai considera un delitto la ricchezza di un curriculum e un fastidio l’indipendenza di giudizio, non ci si acconci a una soluzione al ribasso. La ricerca di un’intesa non può spingersi, sempre più giù, fino al minimo comun denominatore: magari arrivando per sfinimento dove fin dall’inizio si puntava.

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