Liberi e Uguali: è già resurrezione?

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di Marco Caglioni 26 novembre 2018

Ore 23.45 ci troviamo a Bergamo, parcheggio della Malpensata. Gli appelli via mail e le telefonate per invitare a venire a Roma all’assemblea autoconvocata dei comitati di Liberi e Uguali sono caduti nel vuoto. Restano 3 eroici partecipanti, io, una giovane combattiva compagna e una compagna che non esiterei a definire eroica che è partita alle 9 di sera dall’altissima Val Seriana (Vilminore) per raggiungere il parcheggio fra nebbia, pioggia e gelo. Pesano probabilmente le delusioni post voto, il viaggio epico andata e ritorno “in giornata” in pullman e forse anche i viaggi fatti in passato ricchi di speranze andate spesso deluse. Per onestà, e anche per evitare troppo sconforto, bisogna ricordare il clima funebre in cui si colloca quest’assemblea di questi comitati LeU, nella settimana in cui molti giornali hanno preannunciato e alcuni perfino dato per certa la morte del progetto Liberi e Uguali.
Per me candidato alla Camera per Liberi e Uguali alle scorse elezioni politiche è stato davvero frustrante dover spiegare ai miei colleghi sul lavoro come mai RTL 102.5 e molti quotidiani annunciavano la fine del progetto proprio mentre io mi stavo preparando ad andare ad un’assemblea di quel soggetto.
Insomma il clima non è dei migliori, il pullman è mezzo vuoto, c’è un po’ di sconforto, prevale il pessimismo, riusciremo a riempire il teatro? 400 posti son tanti… e ancora i comitati autoconvocati saranno in grado di gestire un’assemblea così delicata? Prevarrà il dialogo e il confronto o le accuse incrociate la faranno da padrone?
Si parte all’1.00 da Lampugnano, il viaggio è lungo, non manca la voglia nonostante l’ora di provare a scambiare due chiacchiere e conoscersi meglio, ci sono le province di Milano, Varese, Pavia e ovviamente la nostra mini delegazione bergamasca. Si chiacchiera un po’ ma presto si preferisce optare per ricaricare le pile e così ci si improvvisa in spericolati esercizi di contorsione per cercare di addormentarsi almeno per qualche ora. Arriviamo alle porte di Roma e ci accoglie anche lì un clima da lupi, nebbia e forte pioggia anche se avvicinandoci al centro cittadino la situazione meteo piano piano migliora. Alle 9 quindi siamo già pronti per entrare al Teatro Ghione anche per cercare di occupare i posti migliori. E’ davvero un bel luogo, la cornice è suggestiva, il teatro raccolto ma come evidenziato precedentemente, con una buona capienza. E’ ancora piuttosto deserto.
Piano piano però il morale si risolleva, alle 10 la sala è già piuttosto piena, il ritardo di un’oretta con cui inizia l’assemblea è un brutto vizio ma che a volte è fondamentale per chi ha avuto qualche problema o intoppo nel trasferimento, gente dal Trentino, molti dalla Toscana, dall’Emilia, dalla Liguria, ovviamente i romani ed altri dal Sud Italia.
La sala è piena, il primo timore è superato. Liberi e Uguali c’è ancora e dà un segnale forte a chi recitava già il requiem, i territori ancora una volta hanno risposto presente all’appello dei coordinamento provvisorio nazionale dei comitati. L’introduzione è un po’ polemica e puntuta ma tutto sommato accettabile considerato che solo poche settimane fa qualche europarlamentare eletto nel Pd oggi con la tessera MDP ha accusato quegli stessi comitati autoconvocati di soffrire di infantilismo perchè non si rassegnavano alla fine di LeU.
Ben presto gli interventi che si susseguono sono però davvero degni di spessore, molto costruttivi per nulla accusatori. C’è chi ringrazia Speranza per aver accettato l’invito a intervenire all’assemblea, C’è perfino chi a sorpresa riconosce ai tre soggetti fondatori (Articolo Uno MDP, Sinistra Italiana e Possibile) di aver avuto coraggio a dare l’avvio al processo di unificazione prima delle elezioni. Tutti sembrano chiedere che la discussione nazionale arenata su presunti o reali nodi venga dissequestrata dal livello nazionale e coinvolga finalmente anche i territori. Molti si sono ovviamente più concentrati sul processo e sui nodi da sciogliere nella costituzione del partito della sinistra e comunque non mi sembra siano mancati spunti interessanti sui principali temi che ci stanno a cuore: lavoro, welfare, sanità, scuola…
Nel frattempo arriva anche Roberto Speranza in sala, si accomoda nei posti riservati agli invitati nelle prime file. Il suo è uno degli interventi più delicati e attesi. Lo inizia cercando sintonia con la platea, raccontando il suo lavoro complicato in commissione alla Camera sul decreto Salvini, cerca di strappare e strappa qualche applauso quando afferma che il Pd non può svolgere la funzione del partito di sinistra che lui ha in mente, arriva perfino a prevedere la sua scomparsa, ma non basta per sciogliere la tensione. Arriva dunque al nocciolo della discussione sul partito. Chi pensava ad una qualche forma di apertura rimane ben presto deluso, propone due strade: prima invita a tentare ancora di “salvare Liberi e Uguali” proponendo un rapido congresso tradizionale per evidenziare le differenze che ci sono fra i fondatori che rivendica e sottolinea, nel farlo sorvola su tutto quello che sarebbe il percorso che prevede un’opzione simile: organizzazione, manifesto comune ecc.. si capisce purtroppo che vive questo momento complicato non come una sfida aperta ma come una pratica polverosa che deve trovare velocemente il modo di archiviare. Pensare di riorganizzarsi dopo la più grande sconfitta della sinistra proponendo un congresso senza avere in mano nemmeno un manifesto condiviso e senza proporre un percorso per arrivarci svela in fretta tutta la strumentalità di questa poroposta.
La seconda possibilità che offre alla platea è partecipare all’incontro del 16 dicembre promosso da MDP… Purtorppo non dice facciamolo insieme, dice venite da noi che abbiamo in testa il partito del lavoro che serve, dice venite e dateci una mano, presupponendo chi ancora una volta dirigerà le operazioni. A quel punto le voci in sala aumentano, qualcuno cerca di replicare dalla platea ma viene zittito dalla maggioranza dei presenti che pur non condividendo l’intervento vogliono che prevalga la democrazia dell’ascolto. Dopo aver ascoltato altri 2/3 interventi Roberto Speranza lascia la sala (brutto vizio che non capirò mai e non riesco proprio a giustificare).
A Speranza replica a stretto giro il determinato Sindaco di Fiano Romano Ottorino Ferilli che chiede conto dei mesi di silenzio dopo il voto, chiede credibilità, dice che lo spazio di discussione c’è già ed è ben rappresentato dalla platea dell’assemblea, pizzica Speranza quando cita il suo lavoro quotidiano impegno di Sindaco che non è meno faticoso di quello nelle commissioni parlamentari.
Fassina riprende l’ordine del giorno dell’assemblea nazionale del 26 maggio, afferma che non si doveva arrivare a una assemblea degli autoconvocati, dice che è una cosa positiva ma è anche la dimostrazione del fallimento dei gruppi dirigenti di cui anche lui fa parte, ammette.
Sfiora il tema che tanto lo caratterizza e lo rende amato-odiato della retorica europeista ma centra il punto e coglie nel segno quando dice che non basta condividere i valori e i sentimenti per fare un partito, non basta invocare l’unità per farlo. Serve un progetto culturale e politico forte, non basta la buona volontà della base. Nonostante queste parole crude si prende “stranamente” una buona dose di applausi. Questo è uno dei segnali che dimostra che l’assemblea e gli autoconvocati non sono evidentemente un gruppo di romantici inconcludenti.
Scorrono gli interventi, fra gli altri i parlamentari eletti con Leu (Pastorino, Palazzotto…), ma anche la paladina dei comitati del No alla riforma costituzionale targata Renzi, Anna Falcone. Arriva il contributo video di Fratoianni, un po’ fuori contesto onestamente, bello e interessante il progetto sociale Mediterranea ma il suo intervento video sembra fuori fuoco e distante dall’assemblea e dalla discussione quanto la sua posizione geografica.
Che sia una giornata importante si capisce dalle presenze in sala anche di Elly Schlein eurodeputata di Possibile e Rossella Muroni che non intervengono ma sono di per sè significative. Seguono altri interventi dal territorio, parla la brava Gessica Allegni, coordinatrice regionale di MDP del’Emilia che si prende applausi a scena aperta quando usando la prima persona plurale da dirigente afferma che “ci siamo ammalati di dirigismo”, che abbiamo sempre più paura di confrontarci con le assemblee “libere”, che queste paure ci hanno impedito di dare vita in modo determinato a Liberi e Uguali.
Un intervento determinato ma allo stesso tempo sofferto e sensibile, quello di cui c’è bisogno soprattutto in questi momenti.
CI avviamo agli ultimi interventi è il momento di Francesco Laforgia (si scrive attaccato, abituatevi), uno dei parlamentari che più ha dimostrato di credere e riconoscersi fin dal principio nel progetto Liberi e Uguali. E’ stato un interelocutore nei mesi precedenti insieme a Pietro Grasso dei comitati autoconvocati, anche lui riceve parecchi applausi quando dice che sarebbe doveroso che tutti i parlamentari eletti sotto il simbolo di LeU avrebbero dovuto essere presenti, anche lui si fa un richiamo alla credibilità, serietà e all’etica che sono caratteristiche necessarie per pensare a una nuova politica di sinistra. Arriva il turno di Maria Grazia che ascolto con particolare orgoglio, è la nostra “delegata” bergamasca che legge il documento provinciale del comitato LeU Bergamo che in buona parte ho contribuito a scrivere. Ultimi interventi un po’ sopra le righe dove prevale un po’ troppa foga e polemica spicciola sulle strategie della campagna elettorale, sulle liste e sul periodo post elezioni, ma sono davvero due “nei” in mezzo a tanti interventi di qualità e sostanza come quello di Dario Liotta che non si rassegna all’idea che si deve trovare una via di uscita unitaria per mandare in porto il progetto-partito Liberi e Uguali. Altri sarebbero dovuti intervenire ma qualche “sforatura” dei 5 minuti concessi ad intervento e qualche spazio in più per i big nazionali costringono a chiedere di rinunciare agli interventi. Si promette, in modo intelligente, che tutti coloro previsti che non sono potuti intevenire potranno registrare un video del loro intervento che sarà pubblicato e diffuso per dare a tutti lo stesso spazio.
E’ il momento dell’intervento di chiusura di Grasso, molto atteso ma comunque più che altro c’è curiosità per come sintetizzerà la discussione, i suoi detrattori lo sbeffeggiano accusando di non essere un politico ma la sua determinazione e coerenza lo hanno comunque fatto entrare nel cuore di molti che credono e hanno creduto in LeU, fondamentalmente perchè si fidano di lui.
Grasso conferma di non parlare politichese, mira dritto all’obiettivo, non si sofferma a polemizzare troppo nello specifico con i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana e Articolo Uno e ancora una volta tira dritto. Dopo averli ringraziati, attacca i deputati eletti sotto il simbolo di Leu che non sono in sala, coloro che non sono venuti a spiegare le loro nuove direzioni e non hanno sentito l’obbligo morale di rispondere all’invito… Commenta la situazione nazionale, attacca le politiche di Salvini e del governo giallo-verde, spiega con uno slogan perchè ha ancora un senso mantenere il nome del partito, “Liberi nelle scelte e Uguali nelle opportunità”. Avverte più di una volta che quella di oggi è l’ultima chiamata perchè le ragioni che ci hanno spinto a creare Liberi e Uguali sono ancora tutte lì ma non possiamo rimanere bloccati in eterno. Respinge la critica e l’accusa di voler fare un quarto/quinto partitino della sinistra, dice che che per lui il processo di Liberi e Uguali continua che sono altri che hanno già deciso di percorrere altre strade (il riferimento all’assemblea convocata da MDP del 16 dicembre è evidente).
Offre per superare un’ulteriore empasse una piattaforma, uno strumento che consenta di continuare il percorso promosso all’unanimità dall’Assemblea Nazionale di Liberi e Uguali del 26 Maggio.
Uno strumento che consenta a tutti, nessuno escluso finalmente di Aderire, Partecipare e Discutere. Non si chiama Liberi e Uguali e non è sul sito ufficiale solo per superare ulteriori veti e vincoli chiarisce. Se potremo continuare a chiamarci Liberi e Uguali lo faremo se dovremo cambiare sceglieremo insieme il nuovo nome ma il progetto resta lo stesso, quello promesso ai potenziali elettori prima della campagna elettorale. La platea ascolta, non sembra entusiasta, applaude ma si coglie un po’ di smarrimento. Qualcuno forse si aspettava ancora una proposta di mediazione esplicita ai dirigenti di Articolo Uno e Sinistra Italiana. E’ il tema del viaggio di ritorno sul pullman, si parte alle 18.30 circa e stavolta non si viaggia di notte la stanchezza è molta ma prevale la voglia di confrontarsi, di discutere sull’esito, prevalgono le letture positive ma il timore che in troppi leggano l’assemblea come una ennesima divisione serpeggia fra le righe di molti commenti. Si parla e si discute, ci si conosce, si scopre che il giudizio critico che ho scritto qualche riga sopra sul video dalla nave di Fratoianni è anche il commento di alcuni compagni di Sinistra Italiana, che le critiche di dirigismo sentite da Gessica Allegni di Mdp siano sentite nello stesso modo da questi compagni. Insomma si scopre che ci sono sensibilità molto simili, si parla di province, di esperienze amministrative durissime e logoranti. Prevale però la cultura del dubbio, pochi sparano certezze, non c’è traccia del muro contro muro, c’è una grande consapevolezza della difficoltà della delicatezza del momento, della liquidità della situazione.
Insomma non si vuole dar nulla per scontato dopotutto l’accusa di essere la base che si ritrova fa sorridere quando fra di noi ci sono dirigenti territoriali, amministratori e persone che un po’ di esperienza poltica in questi anni l’hanno vissuta sulla loro pelle. Si capisce dunque come mai la riunione dei comitati autoconvocati è andata così bene ed è stata soprattutto propositiva senza essere inutilmente sterilmente polemica. La descrizione che alcuni volevano fare di questa assemblea di essere ingenui sognatori si è rivelata completamente infondata. Nei comitati e nella platea di quell’assemblea io ho visto altro, ho visto almeno un pezzo della potenziale classe politica dirigente di domani. Ho ascoltato e percepito voglia di ascoltare (tutti gli interventi ascoltati in religioso silenzio, ben altro ho visto avvenire in riunioni e incontri pubblici convocati dai tradizionali partiti), sensibilità, cura, attenzione, coraggio, determinazione, la giusta incazzatura ma anche equilibrio, perfino saggezza ed esperienza. Una grande lezione per gruppi dirigenti inamovibili sempre più autoreferenziali e che parlano ormai praticamente a se stessi.
Anche la critica velata ma chiara alle conclusioni di Grasso è un segnale che non sono tutti “yesman” pronti a farsi utilizzare e strumentalizzare.
Insomma due passi avanti e uno indietro qualcuno ha commentato.
Non resta che credere che per saltare il burrone, il passo indietro sia solo un modo per prendere la rincorsa e avere più slancio.
Perchè non provarci? www.unpartitodisinistra.it