Libia: venti di guerra verso la “soluzione finale”

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di Franco Cardini – 14 aprile 2019

VENTI DI GUERRA

VERSO UNA “SOLUZIONE FINALE” DEL PROBLEMA  LIBICO

E’ di nuovo l’ora dei generali. Ad Algeri, è chiaro che l’esercito e il suo capo di stato maggiore, generale Ahmed Gadi Salah, vuol tenere i cittadini chiusi in casa ed avviare, grazie alla “forza d’ordine” costituita dall’esercito,una fase di gestione del post-bouteflikismo all’insegna del cambiar tutto perché tutto resti come prima: una formula più volte sperimentata nella storia. In Sudan, il consiglio militare guidato dal generale Omar Zain El Abdin ha esautorato praticamente le forze politiche protagoniste della rivoluzione sull’onda della quale il presidente Omar el Bashir era stato arrestato l’11 aprile scorso con lo scopo di pilotare il paese verso una soluzione continuistica rispetto al vecchio regime, faide interne a parte. In Libia, quello che ancora non è chiaro è se il generale Khalifa Haftar, cittadino libico ma anche statunitese, alleato di – ma non soggetto ad – al Sisi, dietro al quale si staglia l’alleanza sempre più stretta tra Egitto e Arabia Saudita (già insieme nella volontà di massacrare gli sciiti yemeniti) e che agisce con l’assenso d’Israele e della Francia, con un benevolo e in apparenza distratto placet russo e nonostante l’imbarazzato e imbarazzante silenzio statunitense, si accontenterà di attestarsi in profondità nell’area della Sirte e da lì rinegoziare tutta la situazione dell’equilibrio libico, questione petrolifera compresa, oppure farà il passo della presa di Tripoli e quindi dell’assunzione del governo del paese: un passo che potrebbe rivelarsi più lungo delle sue gambe. Dall’altra parte, in appoggio al governo di al-Sarraj, che non ha mai contato niente (non a caso ha sempre goduto, fin dall’indomani della caduta di Gheddafi, dell’appoggio dell’Italia), ci sono solo due poteri deboli: appunto l’Italia e l’ONU, a parte la Turchia che ha l’aria di appoggiare Tripoli in quanto la Russia sembra avere scelto l’altro cavallo. Ci sarebbe anche il Qatar, che continua così il suo duello con l’Arabia Saudita e pertanto con il criptoalleato di Riyad, Israele.

La situazione è destinata a permanere confusa in quanto – questo il punto fondamentale – a essere entrato in stallo è il progetto MESA (Middle East Stategical Alliance), la NATO vicino-orientale concepita da Stati Uniti e Arabia Saudita per servire come blocco arabo-sunnita in opposizione all’Iran. In pratica, la divisione dei compiti concordata tra Washington e Riyad sarebbe chiara: Israele, con il suo espansionismo nei confronti di Siria (il Golan) e Palestina (i territori occupati) ormai scopertamente annessionistico nonostante i divieti internazionali, a guardia del Vicino Oriente arabo e l’Egitto a custodia del nordest africano dopo che al-Sisi ha sterminato i Fratelli Musulmani; il tutto finanziato con i dollari sauditi, ad esempio promessi a decine – molte decine – per sostenere l’offensiva di al-Haftar contro Tripoli. Ma se l’Egitto non ci sta, al-Haftar non se la sente di andar avanti da solo munito di aleatorie assicurazioni. E se la NATO arabo-sunnita non funziona, ad esser contenti sono senza dubbio a Teheran: ma anche ad Amman, dove le annessioni israeliane e gli eventuali contraccolpi palestinesi sono ben più temuti che non la “minaccia nucleare” iraniana alla quale non crede nessuno. Intanto, da Tripoli si stanno ritirando sia l’ONU (tanto l’inviato speciale Ghassan Salamé quanto i 230 “caschi blu” nepalesi) sia l’Unione Europea che vi teneva una dozzina di funzionari guidati da Vincenzo Tagliaferri.