L’imparagonabile: Renzi come Aldo Moro? o Bettino Craxi?

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Autore originale del testo: Alessandro De Angelis
Fonte: huffingtonpost

di Alessandro De Angelis

Ricordate l’ascesa, la rottamazione, il presentismo puro, il “tutta la vita davanti”, il passato come un ferro vecchio, l’approccio futurista. Ecco, allora mai Renzi, anche solo per scaramanzia, avrebbe citato Aldo Moro o Bettino Craxi, anzi Aldo Moro del discorso sullo scandalo Lockheed e Bettino Craxi sul finanziamento pubblico. Due immagini che evocano un incombente senso di fine: la morte dell’uno che, di lì a poco sarebbe stato rapito dalle Brigate Rosse; l’esilio dell’altro.

E chissà se, nonostante la sicumera nella postura, la mascella volitiva, la camicia bianca, il tono solenne (in un’Aula sonnecchiosa e semivuota) non sia innanzitutto quest’ansia inconscia da fine la vera chiave del discorso di Renzi in Senato. L’inchiesta, il tunnel politico in cui è piombato, il fallimento dell’operazione scissione: nel momento di difficoltà, porsi all’ombra di grandi leader è, in fondo, un modo per sentirsi tale o illudersi di essere tale: anche il ferro vecchio, inteso come un passato da regalare allo sfasciacarrozze, diventa una stampella. Esattamente come il garantismo, non pervenuto ai tempi della presa del potere, riscoperto alla bisogna quando sono iniziati i guai. Giustizialista sulla Cancellieri, senza neanche un avviso di garanzia, su Lupi, sulla Guidi, sacrificati assecondando l’umore prevalente del paese. Garantista su Consip, le vicende personali, l’inchiesta sulla fondazione Open.

Adesso, siamo al momento Moro e Craxi. Digitando su Google la parola megalomania, si legge: “Tendenza a presumere esageratamente delle proprie possibilità economiche o intellettuali che si traduce in atteggiamenti o comportamenti di burbanzosa prosopopea”. Diciamo le cose come stanno, nella parabola del renzismo non c’è nulla di grande, neanche una minima traccia di quella una tragica grandezza che ha portato alle dure repliche della storia nei confronti dei leader in questione: né un rapporto controverso con Kissinger, né il conto di Sigonella, né l’idea di una autonomia della politica e dell’Italia nella politica estera, né l’ostilità della destra israeliana, né una certa idea della questione palestinese.

E non c’è, questo poi il punto di oggi, neanche una logica di contesto. Anzi il paragone rivela proprio la perdita delle dimensioni, nell’ansia di mostrarsi più grande di ciò che si è, in questa seduta del Parlamento che non ha nulla di quel drammatico luglio del ’92, in cui un paese intero era politicamente ed emotivamente coinvolto in un tornante storico, con le sue monetine, i suoi cappi, le sue paure e speranze di rinnovamento. Il Vecchio e il Nuovo. Quando Craxi iniziò il suo discorso parlando di “vuoto politico”, il passaggio citato da Renzi, aveva proprio questa consapevolezza, il carattere epocale del momento e il carattere sistemico della crisi, a cui rispose con l’arrocco e con la chiamata in correità di tutti i partiti sul tema del finanziamento illecito. Detta in modo tranchant, la consapevolezza di fondo era: se cadono il Psi, la Dc, i partiti che durate la guerra fredda avevano fatto ricorso al finanziamento illecito, come strumento di lotta politica in anni duri e brechtiani, cade la Repubblica.

Ecco, così accadde per tutta una serie di ragioni, dall’evidente sottovalutazione della questione morale, alla riposta politica tutta difensiva, perché non tutto il finanziamento illecito era strumento di battaglia ma anche fonte di arricchimento, ordinaria ruberia, meccanismo fuori controllo. Con tutto il rispetto, se cade Italia Viva, non succede niente. Non cade la Repubblica, forse neanche il governo, resta l’Italia populista a cui proprio Renzi ha spalancato le porte negli anni del potere, segnati dal tentativo della spallata plebiscitaria, dalla rottura dei legami coi corpi intermedi, dalla liquefazione partitica e dall’egolatria dell’uomo solo al comando.

È proprio il “grande teorema” quello che manca nel discorso di Renzi e rivela tutto il drammatico iato tra l’io e il principio di realtà. La vicenda della fondazione, prima ancora di essere una vicenda giudiziaria, è la cronaca di una ordinaria furbizia politica, di una prassi spregiudicata e di un malcelato senso di onnipotenza. Negli anni del potere da un lato veniva posto un tetto al finanziamento pubblico ai partiti, dall’altro si rendeva illimitato alle fondazioni, che è un po’ come dire “fatta la legge trovato l’inganno”. Peraltro, senza neanche l’obbligo di trasparenza inserito solo con la “Spazzacorrotti”. E con il cinismo etico di chi, nel frattempo, mentre vengono rimpinguate le casse della fondazione, mette in cassa integrazione 174 dipendenti del partito di cui è segretario. Ora c’è un’inchiesta sul granaio attraverso cui, secondo i giudici, ha finanziato la sua ascesa politica, non il partito (altra differenza con Craxi), trasformando la fondazione, sempre secondo i giudici, in una sorta di comitato d’affari e relazioni pericolose tra politica e imprenditori nel tempo in cui era al governo.

È solita storia del chilometro zero del potere, concentrato tra Firenze e Pontassieve: il potere racchiuso in un groviglio in cui la famiglia, la consorteria, la fazione, la fondazione personale sostituiscono il partito e si sovrappongono allo Stato, fino a confondersi con esso, a detrimento della necessaria autorevolezza che deve accompagnare l’esercizio della funzione pubblica. È questo il punto politico dell’inchiesta. Quello storico invece, visto che oggi è giornata di riscoperta della materia, è che il renzismo è finito da tempo, senza uno straccio di eredità. Neanche il discorso di oggi che, difficilmente sarà citato tra vent’anni.