Società

Pubblicato il 11 settembre 2017 | di Alfredo Morganti

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Lo stato d’eccezione di Mani Pulite

di Alfredo Morganti – 11 settembre 2017

«Dalla fine della Prima Repubblica sarebbero dovute emergere nuove idee e persone che le portassero avanti. Invece da quell’inchiesta è nato un grande vuoto e sono comparsi personaggi rimasti sulla scena politica più per se stessi che per altro, a cominciare da me. Penso a Berlusconi, a Bossi, a Salvini, a Renzi. Lui ha ottenuto il 40% alle europee puntando sull’idea ulivista. Però il personalismo è prevalso e infatti il Pd si è frantumato ». Così Antonio Di Pietro in un impeto di onestà intellettuale. Mani Pulite, dice, ha distrutto i grandi partiti, ha dato il colpo finale alla Prima Repubblica. Detto dal simbolo di quella stagione fa impressione. Sono cose che già sapevamo, certo, che si erano già capite. Con tangentopoli si è andati ben oltre un tentativo di moralizzazione della vita pubblica. In realtà fu una vera rivoluzione politica, condotta fuori dal Parlamento, dentro le aule giudiziarie, nelle piazze populiste. L’esempio perfetto di ‘stato d’eccezione’ in senso schmittiano. Effettivamente in quegli anni fu sovrano chi decise ‘sullo’ stato d’eccezione, lo provocò, ne trasse vantaggi, fondando una nuova fase della Repubblica. Si trattò, intuitivamente, di forze extraparlamentari, potentati economici, settoriali e tecnici che agirono su un sistema in crisi, spazzandolo via o quasi.

Non che non vi fosse corruzione, non dico questo. Dico invece che vi fu un uso politico della fase. Mani Pulite fu la ‘forma’ che assunse un progetto di ribaltamento politico, che prima montò e poi cavalcò una poderosa spinta contro il sistema dei partiti, il cui obiettivo era quello di cancellarli, introducendo nuovi standard socio-istituzionali e nuove regole politiche. Improvvisamente i ‘partiti’, ossia i principali strumenti di partecipazione organizzata della nostra democrazia, divennero i capri espiatori di tutto, i nemici del ‘popolo’, le zavorre della modernizzazione. Non che non vi fosse una crisi dei partiti, altro che. Ma di qui a cancellarli con un colpo di spugna giudiziario ce ne correva. Lo stato d’eccezione, prodotto ad arte assumendo a nucleo essenziale una vicenda giudiziaria, servì a mutare pelle alla nostra democrazia e a rovesciare le regole del gioco con il consenso dei cittadini e la complicità di pezzi consistenti delle istituzioni, della società civile e dei media. Fu una pazzesca rivoluzione passiva. In quel gran rimescolio dei poteri, quello politico prese un colpo fatale. Ascesero a Palazzo invece altri poteri, altre lobby, altre congreghe spesso personali o aziendali. Tutto meno che rappresentanza effettiva, in ciò coadiuvati da un legge maggioritaria e dalla ‘polarizzazione’ politica che diede il colpo finale ai partiti.

Oggi Di Pietro ammette, bontà sua, che qualcosa (forse molto) allora non funzionò. In effetti buttammo dalla finestra non solo l’acqua sporca (i corruttori e i concussori) ma anche il bambino (la democrazia rappresentativa, il sistema dei partiti, le culture politiche della Resistenza e del dopoguerra). O forse salvammo proprio l’acqua sporca, buttando il bambino. Per tenerci, infine, dei partiti azienda, dei comitati personali, una legge maggioritaria, delle istituzioni picconate, una opinione pubblica drogata dalle chiacchiere, un Paese con meno partecipazione, una politica personalizzata, una sinistra alle corde, una società meno tutelata rispetto all’assalto della tecnica (comunicazione compresa). Si fa ancora in tempo a fare un’inversione a ‘U’ o quasi. Si fa ancora in tempo a fare tutto, perché la storia non è una metafisica e non ci sono realtà ultime immodificabili, pur se i vincoli storici non sono bazzecole e non è solo questione di volontà ma di processi. Ma si tratta di battere quelle forze che antepongono le ambizioni di qualcuno a quelle di tutti, a destra come a sinistra. Con un partito nuovo, magari. Senza dormirci troppo sopra.

Autore Originale del Testo: Alfredo Morganti

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  • Araldo Spairani

    Di Pietro, lo dico chiaramente non mi è mai stato diciamo simpatico e oggi con queste dichiarazioni tardive ancor meno di ieri. Non si sradica il malaffare politico solo con una Magistratura urlante che segue e a volte esalta la piazza come avvenne in molti casi allora con i cosiddetti Pretori d’assalto, ma attraverso una Magistratura ponderata abbinata all’impegno di uomini di Partito ONESTI che sempre vi sono stati come vi erano allora. Oggi Di Pietro analizzando quegli anni si accorge, però in ritardo di decenni, dopo aver vissuto pure lui anche con la politica, che mani pulite non è servito a nulla, tranne come è stato detto gettare il bambino e NON l’acqua sporca che è rimasta ed aumentata proprio grazie (certo involontariamente ) a mani pulite. Fu proprio a quell’epoca che grazie all’antipolitica populista che risorsero i populismi, prima nascosti e che ci propinarono personaggi politici che chiamarli affaristi è riduttivo. Mi fermo chiedendomi: a che giovano queste uscite tardive del buon Antonio? Rispondendo alla Di Pietro direi che è un bell’inguacchio capirci qualcosa.


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