L’unica cosa che cresce davvero: la disuguaglianza

per Gabriella
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 2 dicembre 2015

Proviamo a incrociare qualche dato. Da una parte (secondo il rapporto BES Istat sul benessere) in Italia c’è “più fiducia nel futuro, più ottimismo, meno strategie di contenimento della spesa, una leggera riduzione delle famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese” (così traduce Repubblica.it). Ma dall’altra sappiamo pure che “il ritratto che emerge del Paese è ancora di forti disuguaglianze e contrapposizioni, tra Nord e Sud, ricchi e poveri, uomini e donne, anziani e giovani”. Per dire, diminuiscono le famiglie che arrivano meglio alla fine del mese, ma ciò avviene principalmente al Nord (30,3%) piuttosto che al Sud (10,4%). Oppure, c’è un lieve aumento di reddito totale disponibile o di spesa per i consumi (0,7%), ma il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero cresce dal 5,1 al 5,8%. Il disagio dei poveri non si attenua, e la ripresa non raggiunge le situazioni di ‘grave deprivazione materiale’. Il 15% di adulti in media non sostituisce gli abiti consumati (ma al sud è il 20,6%). Crescono gli ottimisti (magari convinti dai mirabolanti annunci del premier) ma non cresce la soddisfazione per la propria vita, e permangono stabili anche le differenze a riguardo tra Nord (41,1%) e Sud (27,9%). È una ripresa ineguale, insomma, zoppa, che riproduce le disuguaglianze invece di attenuarle.

Incrociamo i dati, dicevo. I numeri Istat di ottobre sul lavoro sono illuminanti. Mi aiuto col ‘manifesto’. Se c’è un aumento della occupazione in Italia, dice Roberto Ciccarelli, è merito della Fornero, non del Jobs act. Negli ultimi tre anni, difatti, si è registrato un aumento costante degli occupati over 50 (+13,9%) con questo effetto: i lavoratori anziani lavorano, i giovani sono disoccupati. Tant’è che a ottobre la disoccupazione giovanile è salita al 39,8%, +0,3 rispetto a settembre. Male pure nella fascia 24-35 anni: la disoccupazione cresce al 17%. E va detto che se cresce l’occupazione in genere di qualche zero virgola, riguarda essenzialmente il lavoro a termine, come specifica Marta Fana sempre sul ‘manifesto’. Il Jobs act, da parte sua, ha principalmente prodotto il riassorbimento di parasubordinati o false partite IVA, come si dice. O come spiega Ciccarelli: “la zona grigia tra parasubordinazione e lavoro dipendente è stata (ri)portata nel perimetro della subordinazione precaria”. Detto ciò, è evidente come la tenaglia tra la legge Fornero (che allunga i tempi della pensione) e la massa enorme di incentivi fiscali elargiti dallo Stato abbia prodotto nuove disuguaglianze tra giovani e vecchi, occupati e disoccupati, lavoratori dipendenti e indipendenti. Così come raccontava, per altri versi, il BES dell’Istat.

Un Paese frantumato, dunque, diviso e diseguale che mette a dura prova la nostra coesione sociale. È la chiosa ai dati del BES di Ezio Mauro nel suo discorso quotidiano in redazione. Viviamo in un Paese diviso e ineguale, dunque. E quindi più ingiusto. Nonostante (a causa anche) degli sgravi fiscali e delle politiche dell’esecutivo. Politiche che non mordono la crisi, che la assecondano nei suoi effetti nefasti, che garantiscono i garantiti e mollano pian piano quelli che sono seduti alla parte sbagliata del tavolo. Politiche che inducono e fanno crescere la bolla della fiducia mentre le persone reali, gli strati bassi, gli ultimi, i disagiati, quelli meno garantiti, le famiglie (che non sono pochi, ma milioni di persone) arrancano e perdono terreno. Se è questa l’Italia che riparte (ammettendo che riparta) è meglio che si fermi. E che scelga subito un’altra strada. Ben oltre le bolle comunicative e certi tweet trionfalistici ma molto, molto fuori luogo.

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