Migranti e locali. La contraddizione in seno al popolo

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di Alfredo Morganti – 4 giugno 2018

Forse schematizzo, ma dentro la sinistra passa una faglia che assume sempre più caratteri abissali. Da una parte, c’è chi sostiene (penso soprattutto alla sinistra americana) che assumere i diritti delle minoranze (in Europa potremmo dire “degli immigrati”) a base della proprie rivendicazioni significhi dimenticare i lavoratori indigeni, la base sociale locale, il ‘popolo’, la nostra ‘gente’. Dall’altra, invece, c’è chi ritiene vero il contrario, ossia che gli ultimi sono comunque il punto da cui ripartire per capire il senso dell’intera piramide sociale, anche perché i lavoratori immigrati sono moltissimi, sfruttati e non tutelati, e dunque non ha senso fare distinzioni con quelli di origine locale.

La verità è che è mutata moltissimo la ‘base’ a cui la sinistra si rivolge e che tenta di rappresentare. Non più composta soltanto di bianchi locali, ma multietnica nel profondo e dunque irta di contraddizioni sociali e politiche fortissime. Ne deduco che la categoria del ‘popolo’, nella sua versione irenica e assieme magmatica e pulsionale, e quella della ‘gente’, poco si attagliano a raffigurare questo coacervo di spinte, interessi, culture e variegati sfruttamenti. La nascita di una sinistra trumpista, o salviniana, o pentastellata è forse il frutto di una pessima comprensione di questo guazzabuglio sociale, dove il lavoro e il suo lato oscuro, quello del non lavoro, appaiono sempre più come un universo mobile e conflittuale al loro interno, tale da renderne sempre più difficile la rappresentazione e la rappresentanza.

Non sono un sociologo e quindi non entro in territori che conosco poco, ma dal punto di vista politico e sociale questo in Italia è già accaduto con le potenti migrazioni interne degli anni 50 e 60. Gli operai delle grandi fabbriche erano anche allora un misto culturale-valoriale di complessa gestione: lo spazio industriale unificava di certo i destini, ma le contraddizioni restavano grandi. ‘Indigeni’ locali vs minoranze immigrate fu l’asse conflittuale su cui il sindacato e il partito lavorarono per creare l’unità indispensabile a condurre battaglie comuni di giustizia e di uguaglianza. Certo, allora c’erano i grandi partiti di massa e i sindacati avevano una vasta autorevolezza. Ma non penso che, pur in assenza di questo armamentario, la sinistra oggi possa contentarsi di schierarsi una parte di essa per i bianchi locali e l’altra per i neri immigrati (schematizzo). La vittoria di Trump e quella di Salvini sono il segno che la contraddizione, invece di essere affrontata è stata acuita dalla miseria culturale dei tempi e della sinistra contemporanea.

Invece di fare battaglie arretrate, allora, si dovrebbe ripartire dalla critica della realtà sociale. Di nuovo. Scopriremmo che un unico destino unisce gli ultimi, bianchi o neri che siano. Un destino ingenerato da una società ingiusta, ineguale, iniqua, dove pochi posseggono capitale e potere, e molti altri ne subiscono gli effetti, dal colletto bianco a chi è sottoposto a nuove forme di schiavitù. Il punto è l’ideologia che ha preso possesso di tutti, locali e migranti, come una specie di senso comune. Siamo, in fondo, neoliberisti nell’animo, e pensiamo che la nostra libertà individuale sia comunque più importante di quella altrui. Che la nostra libertà di vivere e consumare sia un tale e insuperabile valore da richiedere anche gesti forti, autoritari verso i più deboli e gli ultimi, ben simboleggiati d’altronde dalla ruspa di Salvini e dalle minacce verso chi si prodiga in mare. Un piccolo Cile in casa, autoctono e domestico, insomma. Come fu nel 1973. Nella cieca felicità dei benpensanti, talvolta rabbiosi e talaltra più mansueti, ma tutti figli di un unico pensiero dominante.