Cultura

Pubblicato il 4 giugno 2018 | di Fausto Anderlini

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La tragedia e il senso di colpa che anima l’uomo di sinistra

di Fausto Anderlini – 4 giugno 2018

Damnatio memoriae

Ci si stupisce dell’accondiscendenza con la quale molti, a sinistra, occhieggiano la nuova classe dirigente. In preda a una sorta di sindrome di Stoccolma. Sembrerebbe una nevrosi temporanea. Ma in realtà la storia per la quale un popolo si disperde e tanti si arrendono a una inedita prigionia psicologica viene da lontano.

Il popolo comunista era generoso. Nei riguardi degli altri prima che con se stesso. Aveva fiducia nei propri ministri, ma apprezzava tantissimo chi venendo da fuori si avvicinava al partito accettando di prendere posto sul pulpito per rivolgergli la parola. Era ben educato e si sentiva orgoglioso di meritare una visita.

Il Partito era una chiesa e ogni membro si sentiva impegnato nella funzione kerigmatica. Infatti quando si si parlava di lui lo chiamava ‘Partito nostro’, a significarne la sacralità e l’unicità. E l’aura di rispetto con cui andava trattato. Con l’aggettivo possessivo messo dietro il sostantivo. Come gli oranti invocano Dio come Pater noster. Tutt’altra sonorità rispetto alla prosaicità del ‘nostro partito’.

Per questo chi vi si avvicinava, meglio ancora se ne accettava la guida pur restandone ‘indipendente’, era trattato con grande deferenza. Essendo inquadrato tanto come un’autorità giudicante autorevole in quanto neutra, quanto come un potenziale proselite. Quel che conta segnalare di tutta questa fase nel rapporto con l’altro, o con chi si avvicina, è questo. Tutta l’attenzione e la curiosità origina da sè, è autocentrata nella sacralità del corpo collettivo.

Poi le cose cominciano a cambiare man mano che si passa dall’integrazione negativa (per la quale il Partito si considera uno Stato nello Stato, pur’anche rispettato) a una integrazione democratica più positiva. Quando cioè sminuisce il proprio Stato e si entra man mano nello Stato che lo ricomprende. Gli altri diventano interlocutori coi quali si dialoga, in quanto portatori di una verità che merita d’essere ascoltata e riconosciuta. Come conseguenza si cominciano a vedere i propri limiti sino a mettere in discussione la propria separatezza. Si fanno largo discorsi sulla necessità di aprirsi alle novità e di uscire dagli steccati ideologici. Per quanto qualcosa del passato ierocratico resta in vita, sicchè i cambiamenti sembrano riferirsi solo alla liturgia (come la messa in volgare).

Con il crollo del Pci e del comunismo realizzato questa tendenza subisce un’accellerazione vorticosa. Il Pds occhettiano nasce all’insegna dello slogan ‘contaminiamoci’, L’apertura è tale che ogni filtro viene rimosso, essendo considerato una remora di un passato ideologico pieno di tragici errori. La base militante, che persiste seppure con una fede assai depotenziata, è letteralmente bombardata dalle novità. Chiunque si avvicini è visto come un nuovo messia, nel mentre scema la fiducia nei propri dirigenti. Sui quali viene estroflessa la colpa di avere in certo modo depistato la credibilità in loro riposta su un ramo morto. Chiunque dica qualcosa di diverso, di nuovo, di altro è ben accetto. Con un discernimento così scarso da poter celebrare anche emeriti cretini. I quali si avvicinano a frotte vedendo tanta generosa disponibilità. Pubblicità con i costi a carico del cliente. Ricordo feste de l’Unità dove gente come Mariotto Segni o Antonio di Pietro erano salutati come dei in terra.

E’ lì che si forma il mito del Papa straniero, di un leader d’origine aliena. Il prodismo è stato uno di questi passaggi, sino alle forme parodistiche del renzismo a Pd realizzato (il contenitore di tutte queste suggestioni ‘innovative’).

Un partito totalmente laicizzato, identificato non più da una ideologia ma da una tramatura, tutt’alpiù, di valori laschi, leggeri quanto eclettici, si priva da sè di ogni carisma d’ufficio e considera i propri dirigenti assolutamente intercambiabili/sostituibili, Anzi. L’avere una storia ‘interna’, ascrivibile alla vecchia liturgia, è considerato motivo di disdoro. Un penoso e improduttivo dejà vu. Gente che sa di naftalina. Nel peggio politicanti e mestatori abbarbicati a ciò che resta degli apparati, nella migliore i figli malformi di un Dio minore.
Sino a che il dirigente del partito vicino, e tanto più se è così discosto dalla tua storia da averti trattato come un cane, diventa per definizione preferibile al proprio. La nemesi necessaria. Il passaggio alla fase terminale del masochismo. E les jeux sont faites.

Ma in fondo tutto questo delirante percorso trova spiegazione nella stessa natura trascendente dell’uomo di sinistra, dal costitutivo senso di colpa che lo anima. E lo percuote, Mentre l’antropologia dell’uomo di destra è diversa, Recepisce dentro di sè il male come tratto immanente. Con questa differenza: che l’uomo di destra si lascia volentieri sottomettere, se gli torna il conto. Mentre quello di sinistra finisce per sottomettersi da sè medesimo, come punizione per la propria riconosciuta insipienza. Per poi discuterne al confessionale.

Autore Originale del Testo: Fausto Anderlini

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