Mohamed, uno che rubava lavoro a noi italiani

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 22 luglio 2015

Mohamed è morto a 47 anni, mentre raccoglieva pomodori per 12 ore al giorno sotto il sole a 40° per circa un euro a quintale raccolto. Era un rifugiato politico, e lavorava in nero per un’azienda di Nardò. Aveva una moglie e una figlia piccola che vivevano a Catania. Mohamed rubava il ‘lavoro’ agli italiani, un lavoro che ti stronca la vita, e che toccava a lui semplicemente perché nessun italiano sarebbe stato disposto a farlo. Eppure noi siamo la patria dei pomodori e del sole, della pizza e degli spaghetti, della buona cucina e degli chef. Ma noi i pomodori ce li troviamo direttamente in tavola, non li raccogliamo, li facciamo raccogliere agli ultimi del mondo, e ci limitiamo pure a stigmatizzarli, accusandoli di rubarci il lavoro. Quel lavoro da raccoglitore, ad esempio. Dove si sta chini al suolo 12 ore al giorno. Un compito che una volta toccava ai nostri braccianti, quelli di Di Vittorio, alle stesse terribili condizioni dei migranti attuali. Ma c’è una cosa che unisce quei braccianti e gli attuali raccoglitori: l’appartenenza alla stessa categoria sociale, allo stesso infimo grado della piramide, il loro essere gli ‘ultimi’ di un mondo sempre più cinico, egoista, proiettato verso il consumo e i piaceri delle cose, e sempre più distante dai bisogni, dalla cura e dall’attenzione verso gli esseri umani che soffrono di più, vivono di stenti e attendono un riscatto. Un mondo di individui accartocciati su se stessi. Si può far finta di niente, fare gli gnorri, voltare lo sguardo, ma la sinistra esiste per consentire questo riscatto, per guardare il mondo dal punto di vista degli ultimi, non per infoltire le élite mondiali e nazionali di nuova classe dirigente allineata e coperta.

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