Morganti”Ho deciso voto per Giuseppe Conte: L’Italia è un paese in ginocchio, che ha bisogno si presti attenzione e ascolto ai più deboli e agli sfruttati”

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti
Morganti”Ho deciso voto per Giuseppe Conte: L’Italia è un paese in ginocchio, che ha bisogno si presti attenzione e ascolto ai più deboli e agli sfruttati”
Confessioni di un elettore /3
Dicevamo dei 5stelle. Non ho timore a dire che i primi 5stelle, quelli antecedenti l’era Conte, non li capivo proprio. Questione di cultura politica. Io sono un parlamentarista, io penso che i grandi partiti di massa siano un bene per la democrazia e la partecipazione, penso che un’organizzazione politica debba darsi una struttura (certo, senza cadere nelle grinfie di un apparato burocratico). Poi penso che il presente e il futuro di un partito (o movimento) debba essere compiutamente nelle mani degli iscritti, non di un padre-padrone (questo vale in generale: non mi riferisco solo a Grillo, per dire, ma anche a Renzi – io sono contro i partiti personali).
Poi, però, l’esperienza del governo giallorosso presieduto da Conte, lo stesso Conte per la capacità di guida dimostrata dinanzi a una pandemia, nonché l’ottimo rapporto che si era instaurato tra il centrosinistra e il Movimento, un rapporto da cui era nata una vera e propria alleanza strategica, mi ha indotto a un ripensamento. Riconosco ad alcuni provvedimenti (come il RDC e il superbonus) un’efficacia, una senso, un valore, di cui misuriamo la bontà nei numeri, non a chiacchiere. Riconosco la capacità mostrata in un momento di grandissima crisi dal governo Conte II (e dal premier in special modo) ad accedere al Recovery Found in termini vantaggiosi per l’Italia, mentre gli altri (quelli che poi ci hanno messo le grinfie sopra) lo attaccavano tronfi dai giornaloni. Gli stessi che poi hanno rimosso il premier per mettere le mani nel piatto. A Giuseppe Conte riconosco, inoltre, la capacità di spostare il movimento verso un profilo più istituzionale e, soprattutto, in una direzione progressista. La “parte giusta”, di cui si parla in questi giorni.
L’Italia è un paese in ginocchio, che ha bisogno si presti attenzione e ascolto ai più deboli e agli sfruttati. Oggi più che in altre circostanze il compito è quello di colmare le diseguaglianze, dare unità a un Paese che potrebbe crollare sotto la spinta del razzismo sociale, che è già diviso nel tenore, nelle opportunità e nella qualità della vita. Questo non può farlo un’ammucchiata, né un governo di larghe intese, né un banchiere, né il migliore, né il più meritevole, né l’uomo solo al comando, tantomeno chi proviene dalle élite e a quelle risponde. Per ridare dignità, per offrire la possibilità di un riscatto, per mettere al centro il lavoro, serve un’alleanza progressista che veda nei 5stelle di Conte un’inaspettata opportunità da cogliere senza tante chiacchiere.
Quanto volte il partito di sinistra/centrosinistra ha avuto al suo fianco (o contro) non piccole organizzazioni ma un movimento progressista del 15%, addirituttura con un’esperienza (e che esperienza!) di governo? Mai, credo. Ecco l’opportunità che mancava. Su questa alleanza si deve lavorare, e peccato la toppa presa in questa tornata elettorale, quando si è scelto Calenda (Calenda!) e non Conte, a cui sarebbe stato efficace offrire la leadership di un nuovo blocco politico progressista e riformatore, a cui affidare il rinnovamento del Paese. Non è stato fatto, si dovrà fare dal 26 settembre, chiunque vinca o chiunque perda, non c’è altra strada se non l’andamento scombiccherato del centrosinistra in questi anni di governo per forza, a tutti i costi, sennò siamo fritti. Abbiamo già dato, grazie.
Ecco, affinché cambi o possa cambiare qualcosa, questo è il momento di dare un sostegno forte e deciso a Conte e ai nuovi 5stelle. Il mio voto è per loro. Un voto di prospettiva, non difensivo, non conservativo, per quanto appaia giustificato dalla necessità di fermare l’onda anomala della Meloni. Io credo che le destre si battono davvero (anche culturalmente) se la prospettiva politica si apre, se si torna a mettere l’orecchio a terra, se nasce qualcosa di nuovo, se si esce dal solito fritto di pesce bisunto che porta inevitabilmente al governo come capita capita, e spesso capita di larghe intese o tecnico o dei banchieri o delle élite. Continuare lo gne gne sulla Meloni cattivona non porta da nessuna parte e soprattutto non evita che lei vinca il confronto elettorale. Invece di frignare si faccia politica, si unisca invece di spezzettare, ma unire davvero, non assembrare accozzaglie di cui ci si vergogna (come fa Letta nei confronti di Sinistra Italiana: ma a SI chi glielo ha fatto fare?).
Proprio questo andare al governo purchessia, questo continuo pagare dazio per una sorta di riconoscimento o di debutto in società, questo essere “responsabili” e sin troppo consapevoli che i liberisti hanno vinto la partita sociale, al punto da non pensare più a una alternatuva – è la causa principale della fine che abbiamo fatto. Sintetizzabile nelle riunioni notturne che spingono alla disperazione di abiurare il Jobs act in piena corsa elettorale, oppure alle parole di Letta per le quali, tra un po’, si dichiarerà solidale con le Rivoluzione d’Ottobre, pur di frenare la caduta (o la mancata ascesa) del suo PD (dico “suo” perché mi avete insegnato che c’era il PD di Renzi, ma-anche quello di Martina, quello di Veltroni, ecc.). Servirà ben altro dei gne gne per battere la destra (che però, detto per inciso, al governo già c’era: parlo del fenomenale governo Draghi eh, mica di quello Tambroni). Anzi, questo dichiarare roba di sinistra da parte di Letta, è già un effetto della spinta politica dei 5stelle contiani, dell’incedere del loro passo. Senza cui stavamo ancora a decidere se Calenda fosse meglio a premier, a capo dello Stato, a nuovo Re d’Inghilterra, ad allenatore della nazionale, a messia, e così via. A lavorare no, eh?
È per queste ragioni, dette un po’ alla rinfusa, mi scuserete, che questa volta un uomo di sinistra dal pedigree familiare di almeno tre generazioni, ha deciso che mo basta. Che il voto è un atto di libertà. Che il voto è utile non quando fa gne gne, ma quando fa politica. E così ho deciso di votare Conte e i 5 stelle. In primis per l’agenda sociale, vera e propria musica per le mie orecchie. Ma anche per la stima maturata nella fase di governo giallorosso, la cui esistenza la si deve alla geniale intuizione politica di Bersani e alla tempra politica di Conte per primi. E poi per le piazze ‘contiane’ che si riempiono non di galoppini, di pullman organizzati, di militanti in senso stretto (o si svuotano per le stesse ragioni), ma di cittadini qualsiasi, normali, semplici, spesso non benestanti, i più anziani dei quali magari, molti anni fa, facevano la stessa cosa alla mostra d’Oltremare, quando la politica era soprattutto riscatto sociale e non accomodamento personale.
Lo so che per molti sarò un “traditore”. In realtà io rispetto chi ha fatto un scelta diversa dalla mia (decidendo di votare PD o Si) e attendo altrettanto rispetto nei miei confronti. Il 26 settembre incombe, d’altra parte, e seminare veleno ora mi sembra controproducente, non fosse altro per la necessità di tornare a parlarsi e a costruire assieme un futuro politico sin da subito. Se il PD diverrà un partito di sinistra, il partito che abiura il Jobs act, che invia Letta a Caserta a raccomandarsi agli elettori meridionali, allora meglio, sarà tutto più facile. Si misureranno le dichiarazioni elettorali alla prova dei fatti. Normale.
Un ultimo appunto. Il claim del Movimento, “dalla parte giusta” non è un claim, ma un vero indirizzo politico, non ha un senso solo “pubblicitario”. Diverso è il caso dei partitoni, che usano come claim tre parole secche, stringate, partorite ad hoc da un guru oppure da un’agenzia di comunicazione, ma che politicamente non dicono nulla di nulla. Si è ritenuto fossero efficaci nella loro stringatezza e avessere un valore di marketing. Tutto qui. Sono frutto, invece, di una povertà politica estrema, a cui manca l’abc della politica, per la quale i contenuti devono essere già nel claim, non aggiunti a caso successivamente, come in una campagna pubblitaria di detersivi o saponette. Anche questo è il segno che la politica abbisogna di un lavacro, uno schiaffo, un calcio affinché riparta sulle nuove basi (le proprie) e si affidi all’ascolto dei bisogni e delle contraddizioni sociali non dei guru ben pagati. Non vi pare anche questo un buon motivo per votare chi tenta di stare “dalla parte giusta”, e non ti dice, enigmaticamente, “scegli”, “pronti”, “credo”? Scegli cosa? A cosa credi? Pronti a far che? Mah.
Fine
(che speriamo sia anche un nuovo inizio).
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