E’ morto un comunista

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di Luca Billi 29 settembre 2015

Mai come in queste occasioni i giornali “borghesi” dimostrano tutta la loro pigrizia. Provate a sfogliare alcuni dei quotidiani dei padroni e vedrete che tutti definiscono Pietro Ingrao un “eretico”, non riuscendo poi ad articolare in cosa e rispetto a chi lo sarebbe stato. Di fronte a personaggi così complessi non hanno il tempo e la voglia di provare a capire, di cercare di approfondire almeno un po’. Ovviamente non ci aspettiamo da questi servi che dicano che uomini come Ingrao avevano ragione, ma almeno un po’ di rigore professionale non farebbe male. Devono fare un articolo su Ingrao, perché è stato presidente della Camera, perché è stato un politico importante, perché è vissuto così a lungo, ma non riescono a mettere in fila se non alcune parole di circostanza, più o meno ben scritte. Curiosamente tutti questi che definiscono Ingrao un “eretico” non fanno altro che citare il suo atto più rigorosamente ortodosso, il duro editoriale sull’Unità del 12 novembre 1956 in cui difese le ragioni del governo sovietico che invase l’Ungheria.
Io non posso certo definirmi un ingraiano, un po’ per ragioni anagrafiche e soprattutto perché il mio impegno politico più significativo è cominciato proprio nei mesi in cui è nato il Pds, scelta a cui – come è noto – Ingrao si oppose con forza e con determinazione, anche nella consapevolezza che sarebbe stata una battaglia destinata alla sconfitta. In qualche modo io ho cominciato a fare politica contro Ingrao, – si parva licet – sconfiggendolo. Mi è già capitato di parlare di quegli anni, che ormai sembrano così lontani; personalmente credo che allora non sbagliammo a intraprendere quel cammino e soprattutto non credo che quella decisione sia stata la miccia che ha necessariamente condotto al disastro che oggi abbiamo davanti agli occhi. So che molti la pensano diversamente e ritengono che in quella decisione di allora ci fosse già in nuce il germe della malattia che ci ha portati alla morte, che quello sia stato il primo sintomo del tumore di cui renzi è solo l’ultima, inevitabile e letale escrescenza. Visto che siamo arrivati al pd evidentemente noi abbiamo commesso molti errori, ma non era inevitabile suicidarsi, è stato un complesso di scelte degli anni successivi che ci ha condotti alla rovina. E di cui, lo ripeto, noi siamo responsabili, anche per non aver ascoltato le parole profetiche di Ingrao.
Curiosamente io stavo per chiudere la mia carriera politica dovendo partecipare a un incontro pubblico proprio con Pietro Ingrao, per un’iniziativa sui sessant’anni delle Feste dell’Unità. Purtroppo quella manifestazione non si svolse – perché non stava bene e non se la sentì di venire fino a Bologna – e a me è rimasto il rammarico di non aver potuto incontrarlo. Scusate se ho raccontato queste cose che riguardano solo me e che a voi poco dovrebbero interessare, però mi sembra utile per far capire che, nonostante tutto, nonostante un confronto che fu aspro, anche dal punto di vista personale, molti di noi continuarono a considerare Ingrao – come tanti compagni che avevano fatto la sua stessa scelta – un interlocutore, un uomo che faceva parte della nostra storia. Io non mi sono mai sentito radicalmente diverso da Ingrao, come invece mi sento radicalmente diverso da renzi e dai suoi complici.
E proprio per questo non riesco a considerare Pietro Ingrao un eretico. Ingrao è stato un uomo rigoroso, un politico che ha avuto sempre chiara un’idea e ha saputo seguirla. Poi naturalmente in una vita, in una vita fortunatamente così lunga e così ricca ed essendo dotato della sua intelligenza, è naturale che abbia approfondito delle opinioni, riflettuto meglio su alcune sue decisioni, anche ammettendo di aver commesso degli sbagli – come ha fatto in riferimento alle vicende ungheresi – ma la grandezza dell’uomo credo stia proprio in questa coerenza, che non era testardaggine ottusa o mera adesione a chi di volta in volta comandava, ma rigorosa fedeltà ai propri principi.
Ingrao, proprio grazie a questa sua capacità di leggere la storia, di individuarne i conflitti e di sapere naturalmente da che parte stare, è stato davvero un eretico – ma non nel senso della comune vulgata – perché non si è piegato al pensiero unico, perché non ha rinunciato a essere comunista, perché non ha mai smesso di credere che il mondo potesse essere cambiato, con la politica – e, nel suo caso, perfino con la poesia. Ingrao non ha smesso di insegnarci l’utopia, come in tanti hanno ricordato in queste ore, ma un’utopia non sterile, non svagata, un’utopia concreta, fatta di azioni, di lotte, di scelte politiche. Naturalmente adesso sarebbe facile dire che allora aveva ragione lui e che noi avevamo torto, ma credo che questo a lui per primo non interessasse. Non gli importava sapere che aveva avuto ragione, ma gli interessava capire cosa fare per uscire da questa crisi, per ricostruire una prospettiva radicalmente alternativa e di sinistra anche in questo paese. Per onorare la memoria di Pietro Ingrao non è necessario diventare – o ridiventare – ingraiani, ma avere un’ideale e avere la forza e l’intelligenza di perseguirlo, a costo di ogni sacrificio.