Noi, anime morte

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di Luca Billi  29 giugno 2019

Scrivere è una cosa complicata e anche – a suo modo – misteriosa. Perfino scrivere queste bagatelle che voi così pazientemente leggete: a volte, quando arrivo in fondo mi capita di farmi sorprendere da qualcosa che ho scritto, perché all’inizio ero partito con un’altra idea rispetto a quello che leggo alla fine, nel momento in cui devo premere il pulsante “pubblica”.

Immagino sia successo qualcosa del genere anche a Nikolaj Vasil’evič Gogol’. Il giovane scrittore comincia a scrivere quello che poi diventerà Le anime morte, immaginando un poema sulla Russia che avrebbe dovuto seguire un percorso dantesco: a una prima parte in cui lo scrittore avrebbe descritto, attraverso le avventure di Čičikov impegnato a comprare appunto “anime morte”, la dimensione morale più bassa della Russia, sarebbero seguite le due parti in cui il suo personaggio e il suo paese si sarebbero alla fine riscattati. Ma il progetto di Gogol’ rimane incompiuto. Gogol’ riesce a raccontare l’inferno – e lo fa con un’ironia che non ha praticamente eguali nella storia della letteratura – ma poi è come se la storia prendesse il sopravvento sullo scrittore e dicesse: adesso ci fermiamo qui, non c’è più nulla da raccontare. Gogol’, grazie al suo mestiere, riesce a scrivere quasi tutta la seconda parte, ma non ne è soddisfatto, durante una crisi nervosa arriva a bruciare il manoscritto – perché non è vero, come fa dire Bulgakov a Woland, che i manoscritti non bruciano – e poco dopo, all’età di quarantatré anni, muore.

E così noi ora leggiamo di questo romanzo solo una parte, solo quello che lo scrittore – o forse il romanzo stesso, dopo aver preso il potere sul suo tormentato autore – ha voluto che noi leggessimo. E naturalmente cambia in maniera radicale il modo in cui leggiamo Le anime morte, se lo consideriamo come un’opera incompiuta o se pensiamo sia finita. Come credo possiate immaginare, io sono tra quelli che, non credendo che sia possibile una redenzione, ritengo l’opera di Gogol’ finita e proprio per questo un capolavoro.

Vediamo la storia che Gogol’ ci racconta. Un giorno nella città di N., capoluogo di governatorato, arriva un calesse, con a bordo un signore

non bello, ma neppure brutto, né troppo grasso né troppo magro, che non si sarebbe potuto dir vecchio, ma nemmeno molto giovane.

Il consigliere di collegio Pavel Ivanovič Čičikov è accompagnato dal cocchiere Selifan, che raramente vedremo sobrio nel corso della storia, e dal servitore Petruška, di cui invece ricorderemo il caratteristico odore. L’arrivo in città di Čičikov passerebbe inosservato se non fosse per quello strano calesse, che sembra sempre sul punto di cambiare direzione. I vecchi che lo osservano arrivare – immagino con le mani unite dietro la schiena – discutono animatamente se un veicolo del genere sarebbe mai potuto arrivare fino a Mosca. Ma naturalmente in una città di provincia ogni arrivo viene attentamente monitorato e le persone più in vista, donne e uomini, si interrogano su chi possa essere questo misterioso personaggio. Čičikov ovviamente viene invitato nelle case più importanti e in queste occasioni viene analizzato con un misto di curiosità e di timore. Chi sarà quello straniero? Sarà un’opportunità o un pericolo? Il contegno riservato di Čičikov – che è simpatico, ma non troppo, intelligente, ma non troppo, e così via – non permette ai maggiorenti della città di capirlo; e questo ovviamente fa crescere il mistero.

Ma Čičikov non è distaccato, è solo attento, perché lo scopo con cui è arrivato in quella remota regione dell’impero è molto diverso da quello che credono gli altri. E naturalmente da quello che egli stesso può raccontare. L’obiettivo di Čičikov è quello di acquistare a buon prezzo dei servi della gleba, in particolare le cosiddette “anime morte”, ossia quei contadini e servi registrati negli archivi censuari, per i quali i proprietari continuano a pagare il testatico, fino a quando non ne verrà registrata la morte nel successivo censimento. Čičikov punta così a crearsi, con poca spesa, un elevato numero di servitori, che, una volta ipotecati, possano costituire un grosso capitale. E così Čičikov visita – uno dopo l’altro – cinque grossi proprietari, da cui ottiene, spesso dopo estenuanti trattative, un bel numero di “anime”. Curiosamente ciascuna di queste visite avviene in maniera quasi casuale, perché è sempre il calesse, in forza della sua strana andatura, a decidere di andare in una direzione piuttosto che in un’altra.

Čičikov riesce quasi a portare a termine il suo piano. Perché, nonostante egli abbia ovviamente cercato di tenere le trattative nel massimo del segreto, la vedova Korobočka, timorosa di averci rimesso, arriva in città per chiedere il valore di mercato di queste “anime morte” che quello straniero le ha comprato. Inoltre anche il favore dei maggiorenti sfuma e si sparge la voce che Čičikov abbia tentato di insidiare la figlia sedicenne del governatore. E le dicerie su cui lo straniero aveva costruito la sua fortuna gli si ritorcono contro: adesso di lui si dice di tutto, perfino che sia Napoleone fuggito da Sant’Elena con l’intento di vendicarsi sulla Russia. Il suo castello di carte crolla e Čičikov non può far altro che fuggire. E chissà dove lo condurrà quel suo calesse con la sua strana andatura.

Chi sono allora le “anime morte”? Anzi per tutti quelli che le commerciano, bisognerebbe chiedersi “cosa sono?”, perché sono uomini e donne che vengono considerati in ogni occasione alla stregua di cose. Per i proprietari sono un peso, che li costringe a pagare una tassa, ma poi, quando arriva qualcuno che le vuole comprare, togliendo loro quel fardello, non se ne vogliono liberare e tutti, senza eccezione, cercano di guadagnarci ancora qualcosa. Curiosamente è proprio Čičikov l’unico che, a tratti, si ricorda che quei nomi oggetto di sempre più serrati mercanteggiamenti, sono stati un tempo donne e uomini. Quando scrive i loro nomi, per un attimo il piccolo truffatore pensa che c’è stato un giorno in cui quelle donne e quegli uomini erano vivi, erano tristi o allegri, fortunati o sfortunati, insomma erano come siamo noi.

O almeno come noi dovremmo essere. Perché le vere “anime morte” del poema di Gogol’ sono quelli che sembrano vivi, ma che invece sono più morti dei morti. E in fondo siamo noi i morti raccontati da Gogol’. Siamo morti come i notabili della città di N., nelle loro ipocrite meschinità, che hanno in maniera istintiva paura di Čičikov, perché, pur non conoscendolo, gli attribuiscono i loro stessi vizi. Siamo morti, perché siamo superficiali come Manilov, meschini come la Korobočka, falsi come Nozdrëv, volgari come Sobakevič, avari come Pljuškin. E’ un terribile campionario umano quello descritto da Gogol’, noi siamo un terribile campionario umano. E non si salva neppure Čičikov – e non perché sia un truffatore – ma perché fa tutto questo per diventare come i notabili di N., come i possidenti volgarmente attaccati alle loro cose, quello è il suo unico ideale.

E noi siamo i morti raccontati da Gogol’, in un mondo che non conosce redenzione, perché anche noi siamo nomi che vengono venduti, come quelle “anime morte”. I nostri dati vengono venduti come merci e noi valiamo solo quando siamo una percentuale in più – per quanto infima – nel diagramma della società a cui ci hanno venduto per permetterci di avere un contratto telefonico nel nostro smartphone o di utilizzare un software per fare funzionare il computer in cui io sto scrivendo e voi state leggendo. E su quelle liste di nomi qualcuno crea la propria fortuna: io ho tanti abbonati, io ho tanti clienti, io ho tanti follower, io ho tante “anime morte”.