Non basta mettersi un gilé

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di Luca Billi, 19 novembre 2018

Vedo alcuni entusiasmarsi – immagino in buona fede – per la protesta dei gilet gialli che sabato 17 novembre hanno fermato la Francia, per protestare contro il presidente Macron e il rincaro del prezzo dei carburanti.
Io detesto Macron, la politica ultracapitalista del suo governo e tutto quello che lui rappresenta nella politica francese ed europea. E credo anche che sarebbe finalmente necessaria una forma di protesta un po’ più violenta di quella a cui ci siamo abituati in questa epoca dell’ipocrita “politicamente corretto”: una protesta che non danneggia, che non fa male, soprattutto economicamente, al nostro nemico, è assolutamente inutile. Poi capisco che protestare non pacificamente può comportare dei costi, ma – come diceva qualcuno che se ne intendeva – la rivoluzione non è un pranzo di gala. Nonostante tutto questo, io non voglio indossare un gilet giallo, perché in politica non vale la regola che il nemico del nostro nemico è nostro amico.
Sabato è scesa in piazza una Francia reazionaria, di destra, vandeana, che si è unita su un obiettivo di carattere assolutamente egoista e privato, ossia la riduzione, per sé, del prezzo della benzina. Naturalmente il movimento si è affrettato a dire che questa battaglia è apartitica, né di destra né di sinistra, ma solo nell’interesse dei cittadini. Se vi viene in mente qualcun altro che dice le stesse cose in qualche altro paese europeo, non è un caso, perché questo è il mantra che ci sentiamo ripetere da ormai diversi anni da parte delle destre nei paesi occidentali. La Francia di destra che è stata orgogliosamente e violentemente vandeana e monarchica, che ha sostenuto a viso aperto il fronte dei nemici di Dreyfus e il regime di Vichy, che ha votato con una certa spavalderia guascona una destra smaccatamente fascista come quella di Le Pen padre, adesso preferisce imbellettarsi in questo modo. E con buoni risultati mi pare.
La cosa curiosa di questa vicenda è che questa destra che si finge apartitica si scontra contro un personaggio che è diventato presidente in nome di questa stessa ipocrisia: Macron è un esponente della destra finanziaria che descrive se stesso come una specie di superamento delle categorie di destra e di sinistra. E anche questo è qualcosa che abbiamo già sentito da qualche altra parte, se la memoria non mi inganna nel discorso di fondazione di un partito italiano sedicente democratico. Quindi in Francia un governo di destra – ma che finge di non esserlo – deve fare i conti con la protesta di un movimento rurale di destra – che finge di non esserlo. Praticamente tutta la politica si svolge da una parte dello schieramento, data l’irrilevanza culturale e politica dell’altro.
Proprio la Francia ci ha insegnato che le rivoluzioni si cominciano – e hanno un qualche successo – quando i cittadini hanno fame: la povertà è una molla potente per scatenare la rabbia delle persone. Ma le rivoluzioni hanno successo quando oltre a combattere la povertà, oltre a essere contro la crisi economica, si pongono un obiettivo politico e si propongono di cambiare la società e il mondo. La protesta dei gilet gialli chiede solo di abbassare il prezzo della benzina, ma ovviamente, essendo un movimento conservatore e di destra, sostenuto e finanziato dalle forze del capitale, non si pone l’obiettivo di sovvertire l’ordine che permette ai padroni del petrolio di lucrare su questo bene e di distruggere il pianeta. La protesta dei gilet gialli è l’arma che una parte del fronte conservatore usa contro l’altra parte per condizionarla, per dire: guarda che ci sono anch’io, che devi fare i conti con me.
La rivoluzione è un’altra cosa. La rivoluzione è togliere il loro potere economico e politico ai padroni del petrolio, rinunciando per sempre a questo combustibile. Questo sarebbe il motivo per bloccare – finalmente con un po’ di violenza – un paese.