Non è acqua nuova in vecchie, logore botti

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Andrea Ranieri
Fonte: Il Manifesto
Url fonte: http://www.altraeuroparoma.it/blog/non-e-acqua-nuova-in-vecchie-logore-botti/

di Andrea Ranieri – 

Coalizione sociale. L’iniziativa di Landini ha il merito di voler dare una forma organizzata ai tanti che pretendono la democrazia di ogni giorno. E riprende la riflessione di Trentin sulla necessità di «aprire il sindacato ai rapporti, anche di federazione, con le associazioni femminili, ecologiste, studentesche, degli immigrati……»

Nella discus­sione che si è aperta anche su que­ste pagine rispetto alla pro­po­sta di Lan­dini di costi­tuire una coa­li­zione sociale, stu­pi­sce che la mag­gior parte di quelli che a diverso titolo sen­tono l’esigenza di dar vita ad un nuovo sog­getto poli­tico della sini­stra sem­brano pre­oc­cu­pati più di inqua­drare la pro­po­sta di Lan­dini den­tro la pro­pria sto­ria che di ragio­nare dav­vero su quel che Lan­dini dice. Più pre­oc­cu­pati di dare un senso a se stessi che ragio­nare sul dato di novità che la costru­zione di una coa­li­zione sociale rap­pre­sen­te­rebbe per la sto­ria di tutti.

Lan­dini parte dal suo mestiere, che è quello di diri­gente della Cgil. Di un sin­da­cato con alle spalle una sto­ria glo­riosa, ma con un pre­sente dif­fi­cile e un futuro a cui non si ha nem­meno il corag­gio di guar­dare. Per due motivi. Aver tar­dato a com­pren­dere e a fare le scelte con­se­guenti rispetto a un mondo del lavoro che si scom­po­neva e che non era più rap­pre­sen­ta­bile secondo le moda­lità con­so­li­date, e aver cer­cato di com­pen­sare la per­dita di rap­pre­sen­tanza reale nel mondo del lavoro che cam­bia con i rituali della con­cer­ta­zione e dei patti neo cor­po­ra­tivi. Con­tando su una poli­tica amica. E tro­van­dosi dun­que impre­pa­rato di fronte alla svolta deci­sio­ni­sta del governo che alli­nea l’Italia al main­stream domi­nante, ad una sem­pli­fi­ca­zione estrema dei con­te­nuti e delle forme della demo­cra­zia, sem­pre più ridotta al momento della scelta di chi comanda, a cui poi spet­terà deci­dere, libero dai vin­coli del par­la­men­ta­ri­smo e del con­fronto con le parti sociali.

Anche l’Italia si mette al passo coi tempi. Con un pro­blema. Che in Ita­lia il sin­da­cato c’è ed ha ancora una pre­senza di massa ed una arti­co­la­zione sul ter­ri­to­rio. La sua resi­stenza all’attacco ai diritti dei lavo­ra­tori e al potere di con­trat­ta­zione è diven­tata punto di rife­ri­mento di quei tanti, tan­tis­simi che non accet­tano di essere ridotti all’individualismo mas­si­fi­cato che è il cor­ri­spet­tivo antro­po­lo­gico del libe­ri­smo domi­nante. Che pen­sano che si è indi­vi­dui se si è in grado si eser­ci­tate spazi reali di auto­no­mia e di libertà nei posti dove lavo­rano e dove vivono. E che pro­vano que­sti spazi a tenerli aperti insieme, nelle migliaia di asso­cia­zioni che ancora nutrono la nostra demo­cra­zia. E che non andranno più a votare, se il voto gli appa­rirà come l’unica moda­lità in cui la demo­cra­zia si eser­cita. Per­ché pre­ten­dono la demo­cra­zia di ogni giorno.

Il pro­getto di Lan­dini è di dare una forma orga­niz­zata e sta­bile a que­sta vasta aggre­ga­zione che si è mani­fe­stata nella pro­te­sta al governo, e di tra­sfor­mare una lotta di resi­stenza in un ter­reno di inno­va­zione capace di ela­bo­rare e pro­porre nuovi valori e nuovi con­te­nuti, a par­tire dall’innovazione del modo di essere del sindacato.

E mi pare molto signi­fi­ca­tivo che recu­peri molte delle idee e delle pro­po­ste di Bruno Tren­tin. Con­tro una visione pura­mente redi­stri­bu­tiva del sin­da­cato, Tren­tin aveva fatto della libertà e della dignità del lavoro il cen­tro del pro­prio impe­gno di intel­let­tuale e di sin­da­ca­li­sta E il più poli­tico, quello a cui anco­rare una nuova idea di svi­luppo e di con­vi­venza. E negato dalla divi­sione dei com­piti fra par­titi e sin­da­cati tipica della social­de­mo­cra­zia– «ai sin­da­cati le riven­di­ca­zioni, ai par­titi le riforme»- che met­teva in un cono d’ombra le esi­genze di libertà insite nelle lotte per cam­biare l’organizzazione del lavoro e per pro­muo­vere la dignità e la più ampia auto­no­mia pos­si­bile della per­sona che lavora.

Gli anni dei Con­si­gli di fab­brica, dei gruppi omo­ge­nei per le sal­va­guar­dia della salute dei lavo­ra­tori, della con­qui­sta delle 150 ore per l’istruzione e la for­ma­zione — una con­qui­sta emble­ma­tica della volontà di cono­scenza e di libertà che Tren­tin rico­no­sceva nei punti più alti delle lotte ope­raie– sono quelli in cui que­ste idee forza sem­brano ani­mare l’intero movi­mento dei lavo­ra­tori. Che però si appan­nano den­tro la crisi e gli enormi pro­cessi di ristrut­tu­ra­zione capi­ta­li­stica, col decen­tra­mento pro­dut­tivo e il mol­ti­pli­carsi delle forme si lavoro fuori dalle regole e dalle garan­zie contrattuali.

Il sin­da­cato è in crisi. Ma la crisi è per Tren­tin l’occasione per intra­pren­dere un pro­cesso di tra­sfor­ma­zione del sin­da­cato. E’ pos­si­bile rilan­ciare il sin­da­cato dei diritti, ripren­dere la lotta per la dignità del lavoro, se non ci si rin­chiude in se stessi, e se ci si col­lega ai biso­gni di libertà e di auto­no­mia che sono nate nel lavoro e nella società fuori e tal­volta con­tro il sin­da­cato. «Occorre aprire– dirà a Chian­ciano– il nostro sin­da­cato a rap­porti di col­la­bo­ra­zione, ed in alcuni casi anche di fede­ra­zione, con le asso­cia­zioni che par­te­ci­pano da molto tempo a volte molto prima di noi a que­sta grande bat­ta­glia per i diritti in pro­gresso; dalle asso­cia­zioni fem­mi­nili ai movi­menti eco­lo­gi­sti, alle asso­cia­zioni degli stu­denti e dei ricer­ca­tori, alle asso­cia­zioni dei lavo­ra­tori immi­grati, alle asso­cia­zioni dei cit­ta­dini por­ta­tori di han­di­cap, alle asso­cia­zioni volon­ta­rie di utenti, prima di tutto nel campo della salute e della prevenzione.

Que­sta col­la­bo­ra­zione può e deve consentire…una par­te­ci­pa­zione effet­tiva di que­ste asso­cia­zioni alle deci­sioni del sin­da­cato sulle que­stioni spe­ci­fi­che che le impe­gnano, sui diritti fon­da­men­tali che esse inten­dono pro­muo­vere. per esem­pio attra­verso la sti­pula di veri e pro­pri patti e con­ven­zioni fra la Cgil e le diverse asso­cia­zioni, fis­sando i limiti ma anche i vin­coli di que­sta collaborazione».

Credo sia un merito di Lan­dini aver richia­mato e ridato vita a que­sta ela­bo­ra­zione,. E credo che quanti oggi ragio­nano su come costruire una sini­stra di governo anti­li­be­ri­sta dovreb­bero salu­tare come una straor­di­na­ria oppor­tu­nità que­sto gene­roso pro­getto di ripo­li­ti­ciz­zare la società. Che è la pre­messa per l’esistenza di una sini­stra che voglia pro­iet­tare nel futuro le sue radici e si suoi valori.

Pur­ché non pensi subito a decli­narla in ter­mini di par­tito. Pur­ché non la pensi come acqua nuova per riem­pire botti a dire il vero già in via di logo­ra­mento.
La sini­stra di governo che verrà sarà tale se saprà pen­sare se stessa e la stessa fun­zione di governo non come il ver­tice di una pira­mide ma come il nodo di una rete. Se saprà farsi stru­mento del cre­scere della capa­cità di auto­go­verno delle per­sone e delle libere asso­cia­zioni di per­sone. Per­ché «l’utopia del quo­ti­diano», che era l’unica uto­pia pos­si­bile per Bruno Tren­tin, si eser­cita nei luo­ghi di lavoro e di vita, e non nei luo­ghi della poli­tica isti­tu­zione. Si rove­sciano i termini.

La coa­li­zione sociale non è stru­mento per la costru­zione di in nuovo par­tito, ma i par­titi, vec­chi e nuovi, dovranno misu­rarsi con la coa­li­zione sociale, e saranno valu­tati in base alla loro capa­cità di farla cre­scere, senza pre­ten­dere di egemonizzarla.

Cer­ta­mente non sono uguali i poli­tici che votano il job act e quelli che votano con­tro. E non sono uguali gli ammi­ni­stra­tori che sman­tel­lano il wel­fare locale accet­tando i dik­tat dell’authority euro­pea, tra­dotti pun­ti­glio­sa­mente nella finan­zia­ria ren­ziana, e quelli che si oppon­gono, e imma­gi­nano nuove forme di wel­fare e di svi­luppo locale. Quelli che “deci­dono”, e quelli che sanno che sul ter­ri­to­rio nes­suna azione di svi­luppo sostenibile-dal rispar­mio ener­ge­tico, alla rac­colta dif­fe­ren­ziata del rifiuti, alla sal­va­guar­dia dei beni cul­tu­rali e ambien­tali– è pos­si­bile senza la par­te­ci­pa­zione diretta dei cit­ta­dini e delle loro asso­cia­zioni, senza quella che Fabri­zio Barca ha chia­mato la mobi­li­ta­zione cogni­tiva, come ragion d’essere fon­da­men­tale di un nuovo modo di far poli­tica. E sulla volontà e capa­cità di aprire que­sti spazi di auto­go­verno che la poli­tica sarà valutata.

La sini­stra che vuol farsi sini­stra di governo deve final­mente fare i conti col fatto che la sua stessa pre­tesa di gover­nare– in Europa, nella nazione, nelle Regioni, nei comuni– è stret­ta­mente legata al cre­scere di un sociale che farà poli­tica oggi e domani con moda­lità sue pro­prie, irri­du­ci­bili alla poli­tica dei par­titi. Senza le quali non solo non c’è pos­si­bi­lità di aspi­rare al governo, ma non c’è nem­meno sinistra.

da il manifesto (che è anche tuo, Riprenditelo) dell’ 11 aprile 2015

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