Non facciamoci distrarre dallo smartphone

per Luca Billi
Autore originale del testo: Luca BIlli
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://www.ipensieridiprotagora.com/2017/09/verba-volant-433-distrarre.html

di Luca Billi – 15 settembre 2017

Sono passati davvero molti anni, ma ricordo che a me e ai miei compagni di scuola – dalle elementari al liceo – non mancavano le occasioni per distrarci durante le lezioni: chissà cosa avremmo combinato se avessimo avuto gli smartphone. Io e i miei colleghi di ufficio, pur lavorando tutto il giorno seduti davanti a un pc, non possiamo accedere ai social network e a molti altri siti considerati non attinenti al nostro lavoro; è assolutamente giusto e troviamo comunque il modo per distrarci. Quando sono a casa e provo a scrivere qualcosa da pubblicare sul mio blog, tengo spente radio e televisione e cerco di non andare su Facebook, eppure mi cade l’occhio sulla notifica di una mail in arrivo o di un messaggio; e mi distraggo. Sarà l’età, ma non sono affatto multitasking: va già bene quando riesco a fare decentemente una cosa alla volta.
Non ho figli, non so bene come si comportino al giorno d’oggi i nativi digitali, ma sono convinto che non siano tanto diversi da noi quando avevamo la loro età. Per questo mi lascia molto perplesso la proposta della ministra Fedeli di permettere agli studenti di tenere il telefonino in aula, durante le lezioni. Temo che sia una fonte di distrazione difficile da sopportare e destinata in qualche modo a peggiorare il loro rendimento.
Ho l’impressione che la proposta della ministra, all’apertura dell’anno scolastico, serva a distrarci, a farci parlare di questo piuttosto che dei problemi che continuano ad affliggere la scuola italiana. Meglio se continuiamo ad accapigliarci sulle vaccinazioni o sugli smartphone: l’importante è che non parliamo della scuola.
Al di là della boutade della ministra e degli esiti della commissione di studio sul tema prontamente insediata a viale Trastevere, mi pare che la questione sia interessante, perché la rete fatalmente ha già cambiato – e continuerà a farlo – il nostro modo di lavorare e quindi anche quello di studiare e di insegnare.
Se penso ai pomeriggi passati a tradurre le versioni di greco e di latino e alle telefonate – rigorosamente con il telefono fisso, quello grigio, usato da tutta la famiglia, che troneggiava nell’ingresso di casa – con i miei compagni di classe per scambiarci suggerimenti e consigli, e guardo a come potrei fare oggi, mi rendo conto che è cambiato il mondo. Adesso avrei a disposizione la rete per cercare chiarimenti, esempi, brani già interamente tradotti.
Farei meno fatica? Certamente sì. Saprei meno cose? Non lo so. Perché – devo confessarvi – nonostante quei pomeriggi di studio, adesso non saprei più tradurre un brano di Cicerone. E allora quelle versioni non sono servite a nulla? No, sono servite moltissimo, mi hanno insegnato un metodo di lavoro, mi hanno insegnato a scrivere, a leggere, a capire un testo, mi hanno insegnato ad amare il mondo antico, la storia, la filosofia. Anche quello che con pazienza leggete in questo blog è figlio di quelle versioni pomeridiane, di quello che allora ho studiato e che adesso non ricordo. Perché sono davvero tante le cose che non mi ricordo di allora: perché c’è stata la guerra dei cent’anni? a cosa serve un coseno? quali sono le opere minori di Boccaccio? La scuola non è importante per le nozioni che impari – e che sei destinato a dimenticare – ma per le idee che ti insegna, per quello che ti fa diventare, e queste sono cose che non riuscirai più a scordare. E credo che tutto questo si possa anche imparare in una scuola smart, usando libri elettronici al posto del sussidiario e il mouseal posto del gesso, perché sono gli insegnanti che fanno la scuola. E più sono bravi gli insegnanti più la scuola è buona.
Se vogliamo davvero parlare – finalmente – di scuola, dovremmo cercare di capire che idee, che valori, che modelli trasmettiamo ai nostri figli. Credo sia fondamentale che ogni studente possa avere un pc a scuola, che questo sia in qualche modo indispensabile nella nostra società. Far usare i propri smartphone, come proposto dalla ministra, significa che di fatto lo stato rinuncia al proprio obbligo di fornire questo strumento e che questo compito è demandato, ancora una volta, alle famiglie. E quelle che non possono comprare lo smartphone ai propri figli? Per navigare occorre essere collegati – lo abbiamo imparato perfino noi “vecchi”. Le scuole hanno il wi-fi? E se sì, hanno una rete sufficiente per supportare tanti utenti che navigano contemporaneamente? Ho qualche dubbio, visto che in molte scuole manca la carta igienica. E ci sono ancora troppe differenze tra città e città sulla diffusione della banda larga. Ancora una volta sarà compito delle famiglie sobbarcarsi questa spesa e garantire che lo smartphone del proprio figlio possa andare in rete. E verosimilmente ci saranno gli studenti con collegamenti più veloci e quelli che faranno fatica a caricare anche una sola pagina, quelli che avranno contratti con traffico illimitato e quelli che a un certo punto avranno finito i giga. Sarà ancora la scuola di tutti quella in cui sarà così determinante la differenza di strumenti? E gli insegnanti sono pronti a fare il lavoro nell’era digitale, dal momento che, come me e come voi, sono andati a scuola quando c’erano i libri e le lavagne di ardesia? Sono stati formati per affrontare una sfida di tale portata?
Il problema non è quindi se permettere ai nostri figli di usare lo smartphone a scuola, ma ancora una volta, decidere che scuola vogliamo. Per me la scuola deve essere pubblica e gratuita, democratica e inclusiva, capace di offrire gli strumenti – seguendo il dettato dell’art. 3 della nostra Costituzione – per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Questo è il tema; per favore, non facciamoci distrarre.

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