Non sarà solo una chimera

0
107

di Luca Billi  6 giugno 2019

Era il Sessantotto, un anno che tanti considerano fatale. Mentre i Beatles incidevano Hey Jude e Lady Madonna, mentre nei juke-box i ragazzi degli Stati Uniti ascoltavano Sittin’ on the dock of the bay di Otis Redding, in Italia Gianni Morandi – allora l’eterno ragazzo era davvero un ragazzo – cantava:

Ma se il mio cuore spera
non sarà solo una chimera.

L’amore, caro Gianni, spesso è una chimera. E sarà per questo che non possiamo farne a meno.
Ma facciamo un passo indietro. Chimera è una figura retorica chiamata antonomasia vossianica, dal nome del filologo olandese, Gerhard Johannes Voss, che l’ha codificata. Un’antonomasia vossianica celeberrima dell’italiano, per altro relativamente recente rispetto alla lunga storia della nostra lingua, è quella per cui chiamiamo perpetua una donna che è al servizio di un prete, perché Alessandro Manzoni chiamò con questo nome proprio la serva di don Abbondio. In chimera, passando dal nome proprio a quello comune, c’è anche uno slittamento di senso, come avviene in un altro caso con il termine cicerone.
Una chimera è un’illusione, un sogno ad occhi aperti, un’utopia. E peraltro non è sempre detto che una chimera sia qualcosa di negativo, perché a volte abbiamo anche bisogno di illuderci e anzi vogliamo proprio farci guidare dalle utopie. Qualcuno di noi ha dato il meglio di sé proprio inseguendo una chimera.
E Chimera, quella con la “c” maiuscola? Ne parlano per primi Omero ed Esiodo. Spesso sono solo due che parlano per primi di qualcosa. E’ un animale mitico, una capra con la coda di serpente e la testa di leone, dalle cui fauci escono lingue di fuoco. Certo per quegli antichi poeti Chimera era un mostro, figlia di Tifone, il Titano dalle cento teste di drago che combatté contro Zeus, ed Echidna, la bellissima creatura che aveva una coda di serpente al posto delle gambe. Ma non dobbiamo mai fidarci troppo degli antichi poeti; come peraltro di quelli moderni.
E se Chimera, quella vera, quella con la “c” maiuscola, non fosse un’illusione? Chimera è pur sempre una capra – questa parola in greco antico significa proprio capra – un’animale con cui gli uomini – e le donne – hanno convissuto fin dalla notte dei tempi, da cui hanno ricavato latte e formaggio, carni e pellame. E forse c’è stato un tempo che anche Chimera non era un mostro, ma solo la divinità che attraverso la sua triplice forma descriveva il trascorrere del tempo, con le sue tre stagioni: il serpente è il tempo della quiete e della semina, la capra quello del risveglio e della fioritura e il leone quello della raccolta e della vendemmia. E se Echidna non fosse altro che la Grande madre, la divinità femminile del Mediterraneo? Allora la sua creatura prediletta non sarebbe un mostro, ma una presenza benevola in una società femminile e matriarcale.
E infatti Omero ed Esiodo raccontano che Chimera è stata uccisa da un maschio, Bellerofonte, in groppa al suo cavallo alato Pegaso: è il principe azzurro che viene a salvare la fanciulla dal mostro. Ma la fanciulla non vuole affatto essere “salvata”, anche perché ha capito benissimo quali sono le vere intenzioni del principe e anzi ama la sua “mostra” – perché naturalmente Chimera è femmina – che la protegge.
E anche Chimera ha generato una figlia, Sfinge, un’altra creatura che i maschi hanno descritto come un mostro, che invece era molto saggia e che non si sarebbe fatta certo ingannare da quel credulone di Edipo. Chimera non è un’illusione, ma un’altra storia che non ci hanno lasciato vivere.
Era il 1914, un anno davvero fatale. Mentre in Europa Joyce e Kafka pubblicano Gente di Dublino e La metamorfosi, in Italia Dino Campana, l’irregolare per eccellenza della nostra letteratura, immagina di incontrare una creatura che chiama Chimera. Una donna? No, probabilmente l’immagine deformata e deformante della sua poesia, che gli sfugge di continuo. Una poesia strana Chimera, che comincia con due parole che racchiudono un’intera poetica: non so.