Non siamo nemici di Renzi

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Si costituiscono due nuovi gruppi parlamentari: uno al Senato, denominato “Partito socialista – Italia viva”, composto da 15 senatori; uno alla Camera, denominato “Italia viva”, composto, al momento, da 25 deputati.

Si tratta di numeri importanti. Affinché lo si comprenda, faccio un esempio riferito alla storia politica italiana. Quando nel 1972, dopo dieci anni di opposizione alla formula del centro-sinistra, il Partito liberale di Giovanni Malagodi scelse di aderire alla nuova maggioranza parlamentare centrista che espresse il secondo Governo Andreotti, il PLI contava soltanto 20 deputati e 8 senatori.

Non è facile valutare serenamente la novità politica introdotta da Matteo Renzi, perché ogni parola spesa in suo favore irrita fortemente il Partito Democratico. Nel preciso momento storico in cui ci troviamo, l’interesse primario è che il Governo presieduto da Giuseppe Conte duri e, per durare, operi al meglio e sia efficace. Di conseguenza, nessuno ha voglia di irritare il PD.

Al contrario, si sprecano le critiche a Renzi. Romano Prodi, osservatore autorevole, dichiara che il nome “Italia viva” gli fa pensare ad uno yogurt e gli yogurt, si sa, hanno una data di scadenza. Come dire, operazione di corto respiro e personalistica. Si potrebbe commentare che il nome rovesciato della nuova formazione suona “viva l’Italia” e questo non è male.

Dal mio punto di vista, l’iniziativa di Renzi va guardata con interesse. Il sistema politico italiano, così come è attualmente strutturato, funziona male. Io, ad esempio, sono un “centrista” di formazione culturale liberale e da tempo sono costretto, elezione dopo elezione, a votare ciò che, di volta in volta, mi sembra meno peggio nelle condizioni date, ma non c’è alcuna forza politica che mi corrisponda, o dalla quale mi senta davvero rappresentato. 

Il Partito Democratico è nato ufficialmente nel mese di ottobre del 2007, dalla unificazione di due precedenti soggetti politici: i Democratici di Sinistra, a loro volta derivanti dal PDS, e prima ancora dal PCI; e la Margherita, derivante dalla tradizione del popolarismo cattolico, con qualche elemento di contorno preso dalla tradizione dei partiti che un tempo venivano definiti “laici”, come l’amico Valerio Zanone.

Il partito della Margherita decise nel suo Congresso dell’aprile 2007 di confluire nel nuovo soggetto politico del Partito Democratico, assumendo che questo dovesse rappresentare tutte le diverse tradizioni del riformismo italiano e che fosse l’espressione plurale dell’intera area politica del Centro-sinistra. In relazione alla legge elettorale maggioritaria, la dialettica politica era allora basata sul bipolarismo: o si stava con il Centro-destra, egemonizzato dalla personalità di Silvio Berlusconi, o si stava con il Centro-sinistra.

Va ricordato – e non si tratta di un fatto poco significativo – che Francesco Rutelli, ultimo presidente federale della Margherita, ha ritenuto di uscire dal Partito Democratico nel mese di ottobre del 2009, cioè appena due anni dopo la costituzione ufficiale del medesimo PD. Evidentemente, rispetto al progetto iniziale, qualcosa non ha funzionato.

Rutelli, in questa fase, è fuori dalla politica attiva. Fortunatamente, invece, ha ancora voglia di battagliare Bruno Tabacci, che, insieme a Rutelli, diede vita ad Alleanza per l’Italia (API). Tabacci, politico intelligente, ha dichiarato, a proposito dell’odierna iniziativa di Matteo Renzi, che la questione del “ruolo del Centro”, la questione cioè di costituire stabilmente e consolidare “un’area centrale” «si pone ampiamente nel Paese». Ciò mi fa intendere che, una volta compiuti i necessari chiarimenti politici nei confronti di Più Europa, la cui Segreteria ha incomprensibilmente scelto di non votare la fiducia al Governo Conte, anche Tabacci potrebbe ritrovarsi insieme a Renzi. Il che sarebbe politicamente significativo, ben oltre il limitato peso numerico.

Bisognerebbe sentire cosa ha detto il protagonista, ossia lo stesso Matteo Renzi. Ha sostenuto che il Partito Democratico è attualmente strutturato secondo una rigida logica di correnti. Gran parte della lotta politica, dunque, si svolge all’interno del partito e non all’esterno, come sarebbe fisiologico.

Se è vero che è così, ed è vero, è inutile continuare a tenere preziose energie imprigionate nel partito. É preferibile che tali energie si rivolgano all’esterno ed animino un nuovo progetto politico. Ciò potrebbe convenire anche al medesimo Partito Democratico. La concorrenza è un toccasana; potrebbe, quindi, spingere il PD a riorganizzarsi in modo più efficace, per essere competitivo anche in un contesto in cui l’offerta politica complessiva muti e divenga più ampia.

Aggiungo io che, in un mondo ideale, si dovrebbe aderire ad un partito perché se ne condividono gli ideali ed i programmi. Nel mondo reale, un partito aduso ad esprimere governanti ed amministratori, a tutti i livelli, qual è il PD, esercita fascino attrattivo soprattutto nei confronti dei professionisti della politica, intendendo per tali quanti concepiscono la politica come un’opportunità di carriera personale. Poiché si tratta di acquisire posizioni di potere, un professionista della politica finisce per assumere, come il proprio peggior nemico, il collega di partito che abbia migliori chances per aver assegnato quell’incarico che il medesimo professionista vuole. Il competitore interno è mille volte più pericoloso dell’avversario esterno.

Nel mondo ideale, tutti i membri di un’associazione politica rispettano le regole statutarie ed accettano serenamente di stare in maggioranza, o di essere minoranza, secondo l’esito delle libere votazioni interne. Nel mondo reale, si guarda agli equilibri delle tessere e si contesta agli avversari interni la facoltà di fare nuove iscrizioni al partito, perché le nuove adesioni alterano i precedenti equilibri interni. Nella recente vicenda dell’elezione del Segretario regionale del PD in Sicilia, si è passati rapidamente dalla politica agli avvocati ed alla carta bollata. Davide Faraone, vicino a Renzi, infine ha visto la propria elezione alla Segreteria regionale annullata dal nuovo Segretario politico del PD, Nicola Zingaretti. Penso che non sia l’unico caso di una conflittualità interna esasperata.

Quanti oggi rimproverano a Renzi un eccesso di personalismo e di ambizione, avrebbero voluto che egli accettasse disciplinatamente (e, se possibile, silenziosamente) di essere minoritario all’interno del Partito Democratico. Anche questa è una pretesa.

A proposito dei partiti “personali”, ricordo un saggio di Benedetto Croce del 1912, titolato Il partito come giudizio e come pregiudizio. Scriveva: «Parimenti l’uomo politico, che abbia un nuovo contenuto da far valere (e il nuovo contenuto più o meno l’abbiamo tutti, perché tutti valghiamo [Nota mia: forma desueta di valiamo] per qualcosa di nuovo finché viviamo e operiamo), quando pare che accetti un partito esistente – e in qualche misura l’accetta –, in realtà crea un nuovo partito, perché il nuovo pensiero produce un nuovo aggruppamento, o cangia le ragioni di un aggruppamento esistente, e anche quando serba le spoglie dei medesimi individui, vi mette dentro altre anime. (Riesce qualche volta, sebbene sia difficile, mettere il vino nuovo nelle botti vecchie)».

Così scriveva Croce quando era un osservatore disincantato delle dinamiche politiche, che valutava dall’esterno. Poi nel 1943, quando si trovò a rifondare il Partito liberale italiano, si preoccupò, al contrario, di dargli un’anima, di collegarlo strettamente ad una tradizione ideale, aspirando all’obiettivo, realisticamente impossibile, che un partito si mettesse davvero a servizio di un’idea.

Matteo Renzi ha appunto «un nuovo contenuto da far valere». Soprattutto ha energia e capacità realizzatrice. Ci si può occupare di politica in molti modi e tutti sono da salutare con favore quando denotino interesse per la cosa pubblica. Una cosa, tuttavia, è scrivere un articoletto ogni tanto; ben altra cosa è tirare su dal niente un partito politico nuovo, che riesca a raccogliere quantità significative di consenso in tutto il Paese e che riesca ad esprimere o, comunque, aggregare quantità rilevanti di parlamentari. Non è cosa facile, né semplice.

La Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista hanno espresso entrambi personalità politiche notevoli (De Gasperi e Moro, Togliatti e Berlinguer), ma non erano certamente i singoli leader a fare la differenza allo scopo della raccolta del consenso elettorale: c’erano macchine organizzative efficienti e ben rodate, affiancate da una pluralità di altri canali di comunicazione con le varie realtà sociali, culturali e territoriali. È stato nella cosiddetta “seconda Repubblica”, dopo l’approvazione della legge 4 agosto 1993, n. 277, la quale ha introdotto i collegi uninominali e segnato l’avvio di un sistema elettorale basato sul maggioritario, che l’importanza del leader politico si è accresciuta enormemente. Così Silvio Berlusconi ha creato, dal niente, Forza Italia. Così Umberto Bossi fece sì che, nelle elezioni politiche del 5-6 aprile 1992, la Lega Nord eleggesse 55 deputati e 25 senatori, mentre cinque anni prima, nelle elezioni del giugno 1987, la Lega Lombarda aveva ottenuto soltanto due rappresentanti in Parlamento (un deputato e un senatore). Anche l’affermazione del Movimento Cinque Stelle nelle ultime elezioni politiche del marzo 2018, è stata straordinaria e clamorosa. Qui, però, il leader più autorevole per gli aderenti al Movimento, Beppe Grillo, non partecipa alle elezioni e non ricopre cariche istituzionali: influisce dall’esterno.

Troppo elettorato oggi si astiene; troppi elettori, tra quelli che votano, spostano continuamente il proprio consenso da un partito all’altro, senza che questo continuo cambiamento denoti altro che sentimenti di irritazione e di insoddisfazione. Si ritorna, dunque, al problema da cui siamo partiti: il sistema politico italiano, così come è attualmente strutturato, non risponde alle esigenze dei cittadini. Dovrebbe essere profondamente ripensato e ristrutturato.

Matteo Renzi ha dimostrato di avere indubbie capacità politiche quando, nello scorso mese di agosto, è intervenuto per bloccare la corsa alle elezioni anticipate, volute dalla Lega. Renzi ha anche, però, chiari limiti e difetti. Non per capriccio ci siamo opposti a lui, tanto per il modo in cui aveva concepito ed imposto, a colpi di fiducia, la legge elettorale 6 maggio 2015, n. 52 (cosiddetto “Italicum”), quanto per una critica puntuale nel merito della riforma costituzionale da lui proposta. Si pensi soltanto che il Senato riformato, secondo la legge costituzionale respinta dal Referendum del 4 dicembre 2016, sarebbe stato composto da 100 membri (troppo pochi per fare fronte alle attribuzioni assegnate al Senato medesimo) e per di più senatori a mezzo servizio, perché contemporaneamente in carica per altre rilevanti funzioni istituzionali: 74 consiglieri regionali e 21 sindaci!

Perché pensiamo che la personalità politica di un Silvio Berlusconi, al netto dell’abilità dell’uomo, non sia nemmeno lontanamente paragonabile alla personalità di un Alcide De Gasperi? Perché De Gasperi non ragionava in termini di convenienza del proprio partito, la DC, meno che mai ragionava in termini di convenienza personale, ma aveva senso dello Stato. Si preoccupava, cioè, di garantire soluzioni razionali, nell’interesse superiore dell’Italia, degli italiani tutti.

Senso dello Stato ed interesse di partito possono confliggere ed è proprio su questo terreno che si può valutare quanto valga davvero un politico: se sia uno statista, da ricordare nei libri di storia, o un politicante, quali tanti ce ne sono stati e tanti ce ne saranno.

Quando Renzi ha concepito la riforma costituzionale e quella elettorale, alla prima strettamente connessa, voleva conseguire degli obiettivi politici. Infischiandosene completamente della razionalità delle norme chiamate a dare forma giuridica a quegli obiettivi. Così operando, non si va lontano. Serve confrontarsi seriamente con chi è portatore di competenze specifiche nei vari campi (giuridico-costituzionale, amministrativo, economico, finanziario, eccetera) ed i tecnici non possono essere chiamati semplicemente ad avallare quanto vuole chi esercita il comando, ma devono fornire i loro argomentati consigli per migliorare la qualità complessiva di ogni progetto.

Anche il confronto con politici di diversa estrazione serve per arrivare a progetti più meditati ed equilibrati. L’uomo solo al comando decide più in fretta, ma si accorge degli errori quando ormai è troppo tardi.

Tutto ciò considerato, Matteo Renzi si situa nel campo democratico e, per il suo afflato sociale, ma anche per certe intemperanze caratteriali, ricorda Amintore Fanfani e le posizioni della sinistra democristiana fanfaniana (costruzione di case popolari, eccetera). Vediamo bene, dunque, tutta la differenza che intercorre con le posizioni culturalmente rozze e scopertamente autoritarie di un Matteo Salvini.

In conclusione, non siamo nemici di Renzi e valuteremo, senza pregiudizi, il suo operato futuro. A tutti deve essere data una seconda chance!

Palermo, 20 settembre 2019