Lo strano modo di ragionare di certi economisti (vedi Penati su Repubblica)

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Su Repubblica di oggi un articolo di Alessandro Penati così comincia: “È opinione corrente che l’umore dell’elettorato sia guidato dall’impoverimento del cittadino medio conseguente alla grande crisi del 2008 e ai processi di globalizzazione che hanno colpito larghi segmenti della popolazione. E che la politica economica giusta consisterebbe in una redistribuzione del reddito a favore delle fasce deboli, finanziata col debito pubblico per evitare effetti recessivi.” E più avanti la solita solfa “Prima di discutere di redistribuzione, e di come finanziarla, il governo dovrebbe preoccuparsi di come creare reddito.”
Caro prof. Penati, nessuno mette in discussione che l’esigenza primaria sia la “creazione” del reddito, ma mi lasci pure dire che per redistribuire il reddito non c’è bisogno di aumentare necessariamente il debito pubblico, e aggiungere che una redistribuzione più equa sarebbe salutare anche per le sorti dello stesso sistema economico, per la spinta che darebbe alla domanda, perché le imprese non investono se non sanno a chi vendere. Che dagli anni ’80 in poi ci sia stato un trasferimento di reddito dal lavoro ai profitti (quindi l’impoverimento del cittadino medio è cominciato ben prima del 2008), è un dato incontrovertibile documentato da tutti gli organismi internazionali. Che questa sperequazione sia stata la causa principale della crisi del 2007, dovrebbe essere ormai altrettanto assodato. Che la diseguale distribuzione del reddito persista ancora, anzi si sia ulteriormente accentuata, è pure altrettanto documentato. Che essa possa portarci prima o poi a un’altro crollo è pure purtroppo vero. Tutto questo, caro professore, si può riequilibrare senza toccare il debito pubblico, ma solo moderando l’avidità di certi imprenditori e manager.
La vicenda Autostrade è indicativa in tal senso. Quando vennero pubblicatii contratti di concessione è emerso che lo Stato italiano si impegnava a garantire al concessionario un rendimento degli investimenti pari al 10% lordo (7,5% netto). Le sembra questo un profitto giusto (parlo anche solo dal puntodi vista economico se non vogliamo considerare l’aspetto sociale)? Le sembra giusto un tale rendimento in un periodo in cui i tassi di interesse sono prossimi allo zero, se non addirittura negativi? Le sembra giusto un simile livello dei profitti in una situazione in cui oltre tutto sia assente il rischio di impresa visto che trattasi di una sorta di “monopolio naturale”? E le sembra giusto che in questi giorni l’amministratore delegato di quella società sia stato “dimissionato”con un’indennità finale di 20 milioni di euro, oltre annessi e connessi (figuriamoci cosa avrebbe avuto se anziché un ponte crollato si fosse avuto un ponte costruito)? Lei pensa che simili profitti e retribuzioni siano collegati in qualche misura alla reale produttività marginale (per usare un linguaggio forse a lei caro)?
Vede, basta che quel livello dei profitti fosse stato più ragionevole e in linea con la situazione di mercato, che quella buonuscita fosse stata ridotta a un ventesimo, e la differenza, per esempio, data ai dipendenti, o lasciata in mano ai consumatori che usano le autostrade (e non ad alimentare gli impieghi nella finanza, come probabilmente sarà), e avremmo avuto una sana redistribuzione. Visto, prof. Penati, che si può fare senza toccare il debito pubblico? E questo è solo uno dei tanti esempi.
Lo so che lei starà già pensando: “questo è il contesto in cui leimprese devono operare, perché così va il mondo dell’economia”. Certo è così che va, e per questo abbiamo avuto la crisi, e finché non cambierà la consapevolezza a livello internazionale, a partire dai commentatori, sarà difficile invertire la rotta da soli (il recente manifesto della “Business Roundtable” forse alimenta qualche speranza, v. “gessetto”n. 436), ma allora dica le cose come stanno, che si tratta di una sorta di ricatto, e non faccia la ramanzina colpevolista che chi vuole una più equa distribuzione vuole aumentare il debito pubblico, perché se questo è vero, e può darsi che lo sia, lo è in quanto il sistema della cosiddetta economia reale induce a questo per i propri egoismi. Scarica sullo Stato le conseguenze della propria avidità (ne tenga conto quando indaga sulle cause dell’aumento del debito pubblico), non avvedendosi oltretutto che in questo modo fa anche male a se stessa perché determina insufficienza di domanda.
Ah! Dimenticavo: grazie per averci risparmiato il ritornello del debito che cadrà sulle future generazioni, con connessa “lacrima sul viso” (ovviamente i profitti enormi “garantiti” a un monopolio e i 20 milioni a un suo manager, quelli non peseranno, per carità!).