Oh, il dissidente che non dissente a comando

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di Corradino Mineo,  dalla sua pagina facebook

Habemus Junker, Mogherini pas encore! Renzi parla per un’ora a deputati e senatori, ma anche in diretta a La7 e Rainews24. Promette di cambiare fisco, giustizia, pubblica amministrazione, scuola, leggi sul lavoro, Europa. Annuncia che girerà l’Italia da Milano fino a Gela, come fosse ancora, o di nuovo, in campagna elettorale e chiede al Parlamento di fare poche ferie. Ma i “dissidenti” non parlano, dunque non “dissentono!” Cosa avrebbero dovuto chiedergli i dissidenti, di cambiare pure la Cina o di inventare l’elisir di giovinezza? Berlusconi chiede fiducia ai suoi e minaccia di cacciare chi non vota con Renzi. Grillo dice di essersi un po’ stufato, “ora vedetela con Casaleggio”, ma forse anche no.

“Europa, priorità agli investimenti”, scrive il Sole24Ore. “Un piano per la crescita”, 300 miliardi in 3 anni, spiega la Stampa. Sublime il Corriere racconta come tutti ora invochino “l’ex nemico” chiamato “inflazione” e persino “Roosevelt”, la politica sociale, la spesa pubblica, il New Deal. Bene, ma sono passati 6 anni dall’inizio della crisi. Intanto i paesi emergenti, Cina, India, Brasile, Russia, Sud Africa aprono a Shanghai una banca comune.

“Berlusconi schiera Forza Italia”, il Giornale. Repubblica: “Senato, chi vota contro fuori da Forza Italia”. “Berlusconi ha spiegato ai suoi  perché va rispettato il patto del Nazareno” – chiosa Elle Kappa – “Basta un niente e diventa il patto di San Vittore”. A proposito, Denis Verdini, autore del famoso “librone” sulle simulazioni del voto con ogni legge che una impavida giornalista del Corriere ha scorto sulla scrivania del premier, ieri è stato rinviato a giudizio per “bancarotta e associazione a delinquere”. Il fatto titola: “Verdini, lo scandalo di Renzi”. Tra processi e riforme forse non c’è un nesso diretto, ma è evidente come taluni protagonisti, imputati e costituenti, siano gli stessi.

Corriere della Sera: “Sfida europea su Mogherini”. Repubblica aggiunge – roba da non crederci! – un suo, esclusivo, retroscena. “Renzi all’Europa: sì a Mogherini o tocca a D’Alema”. Un pensiero reverente e affettuoso al già leader maximo, usato come seconda carta, spauracchio per giocare meglio la prima. Sic transit gloria mundi! Al tempo della rottamazione. Comunque il premier è deciso “al muro contro muro”. Con l’Europa. Al partito chiede invece solo “lealtà e tempi brevi” (Corriere). Lealtà ne ha avuta tanta da chi s’è fatto insultare per avergli detto che in una democrazi, il Presidente della Repubblica, garante delle istituzioni, non può venire scelto grazie a un premio di maggioranza. E lo ha avvertito due mesi fa dei guai cui sarebbe andato incontro intestardendosi sul Senato dei sindaci e dei presidenti di regione. Due mesi persi e il rischio dell’ingorgo parlamentare tra riforme e decreti in scadenza.

Ieri sera Renzi ha evitato di nominare Chiti e Tocci o la dinastia del Min, frenatori, dissidenti o ribelli che siano. Forse per non doversi rimangiare l’oscena intervista al Corriere della Sera in cui aveva trasformato un dissenso politico in condanna etica, “lo fanno per l’indennità”. Ha solo detto: so di non essere sempre simpatico, non vi voglio piacere (e neppure cacciare). Boh! Anche Togliatti non chiese mai scusa per aver imposto al partito il proprio medico personale. “Tu sei re Lear e hai bisogno del tuo buffone” ebbe a dirgli Aldo Natoli. A personaggi siffatti bisogna rispondere tenendo il punto, con calma e tenacia. Oggi il Pd mi ha concesso – una tantum – di parlare per 10 minuti in aula sulla riforma del Senato. Ne approfitterò. Ieri sera, se fossi intervenuto, cosa avrei potuto dire? Che se Renzi riuscisse a fare appena un terzo delle cose che promette sarebbe bello. Che se invece stesse preparando una campagna elettorale lunga nove mesi, non mi dispiacerebbe certo, perché non dimentico che questo parlamento è stato eletto col Porcellum.

È quel che penso, cara @gaiatortora, che ieri, forse delusa perché mancavano colore e appeal alla diretta televisiva di Mentana, mi hai indirizzato un tweet:  “Dunque i dissidenti, non dissentono, perché?”. Perché, insieme ad altri, sto combattendo una battaglia giusta. Perché sostengo il segretario del mio partito quando dice di voler risvegliare dal letargo l’Italia, bella e addormentata. E lo critico, quando sembra muoversi in un “immediato” presente, convinto che senza visione e senza sinistra non si costruisca il futuro che vorrei per i miei figli. Ma non entro a comando nel tiro a segno mediatico. Ormai i termini della nostra battaglia, “democrazia, garanzie, eletti o nominati”, sono chiari a tanti. Chi non volesse rispondere, alla fine pagherebbe, lui, dazio.