Dopo le elezioni di Ostia: Perché CasaPound si è appaltata l’idea di nazione?

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di Giulia Urso – 12 novembre 2017

Dopo le elezioni di Ostia.
Perché CasaPound si è appaltata l’idea di nazione? E perché gliela dobbiamo sottrarre?

La parola nazione, come è noto, è pericolosa ed emana un sapore reazionario. Dopo le elezioni di Ostia, decimo municipio di Roma, ma con lo sguardo rivolto alla Sicilia, e, comunque, a prescindere, è urgente capire come fare per sottrarre la nazione ai populismi, sia a quelli che invocano la razza eletta, ossia la superiorità nazionale, sia al populismo berlusconiano che ha mandato in rovina l’antifascismo, equiparato, nella sostanza, all’orrore del comunismo e ha avvilito la politica ridotta a merce di scambio, sia al populismo grillino che grida il rispetto cieco e ottuso di tutte le regole e ha frullato e triturato la società civile in un magma indistinto di schiamazzi virtuali.
Ma il populismo si è  allargato anche in zone in cui storicamente non sarebbe mai dovuto arrivare, in una sinistra che non ha costruito, in questi ultimi anni soprattutto, argini veri e profondi
Per tutto questo oggi l’antifascismo, i valori costituenti, la società civile, il senso stesso di fare politica hanno la parvenza desolata di un paesaggio di rovine.
 C’è, per fortuna, un’altra  nazione   italiana.  Che   può   essere  francamente chiamata nazione, e non deve essere abbandonata ai populismi. 
Gli   esempi   sono   innumerevoli.
 La   nazione,   ossia   il   sentimento   di   unità   e desiderio di partecipazione, di chi opera in territorio di mafia (gli insegnanti che hanno in classe i figli dei mafiosi, i commercianti e gli imprenditori che non   pagano   il   pizzo),   di   chi   opera   in   territorio   disagiato   (cantieri   senza sicurezza, centrali senza misure igieniche), di chi volentieri assiste chi soffre, di chi può soltanto assistere alla propria sofferenza, di chi studia per cercare di alleviare le sofferenze altrui, di chi soffre in proprio perché non ha studiato affatto. Di chi cerca lavoro, e non sa cosa sia davvero il lavoro. Di chi né soffre e  né  vive  in  particolare   disagio,  ma sta fermo, chiuso, sigillato  nella  non-partecipazione alla vita pubblica perché del nichilismo ha ormai fatto una fede.
C’è,  in breve, una  nazione   italiana  che, da un  lato, sta  smarrendo tutte le proprie visioni e, d’altro canto,   caparbiamente non ha ancora  ceduto.
Questa nazione italiana esiste, e cerca uno sguardo da cui osservare, e attribuire un senso, alla propria visione delle cose. Uno sguardo che consenta di sottrarre il proprio agire etico alla zattera e zavorra della buona ed esclusiva volontà individuale.
La politica ora ha l’obbligo di offrire uno sguardo alle visioni lacerate della nazione italiana che, sicuramente, è pronta e disposta anche a fare un passo indietro, nel segno del fine comune.
La   questione   della   nazione   è   importante. Nel   marasma   spettacolar-mediatico di oggi, la politica, se vuole agire davvero, non deve smettere di parlare  al  pubblico:  la  politica  deve  iniziare a parlare  alla  nazione. Questa nazione.
“Casa, Lavoro, Dignità, no alla violenza fascista e mafiosa” questo lo striscione innalzato dai partecipanti al corteo che ieri ha sfilato da Ostia lido a piazza Gasparri. La partecipazione è stata altissima. Noi di ARTCOLO UNO MDP c’eravamo.

E ci siamo.

Giulia urso