Pensiero mesto della notte. La branda, il talamo, l’alcova

0
136

di Fausto Anderlini – 29 gennaio 2019

“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”
Così Tolstoj nella Felicità domestica

“nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”.
E così Marx nell’Ideologia tedesca

Queste visioni arcadiche sono così rassomiglianti, e anche se in quella di Marx la cosa non appare, si può comunque considerare implicita. Dove finiscono la loro giornata questi fortunati individui giunti alla fine della storia ? Nel talamo coniugale, a godere del più grande e impagabile dei piaceri: dormire con la femmina che si ama, accarezzarla, sentirne il respiro leggero, la morbidezza della carne, il calore animale.

Tutto ciò cui Ulisse aspira è di tornare al talamo nuziale, il cui segreto (l’essere posto sul ceppo di un ulivo, a significarne la potenza ctonia) è condiviso con Penelope.

Il popolo aspira al talamo, ne ha un’idea concreta e sognante. La più grande privazione che deve subire in una vita di stenti, miseria e sfruttamento riguarda proprio questo godimento. Perdersi nella morbidità del letto con la donna: la sintesi di quel diritto all’ozio rivendicato da Paul Lafargue, il genero di Marx.

Nei ’50-’60, al culmine della famiglia nucleare basata sull’affetto, ma anche dei trenta gloriosi era costume della sposa condurre gli ospiti, anche occasionali, a visitare il talamo nuziale come fosse un dipinto del Mantegna. I mobili, commissionati al falegname, odoravano di gommalacca e al centro del letto matrimoniale faceva la sua figura una grande bambola.

O Gorizia tu sei maledetta. I coscritti sull’Isonzo lanciano la loro invettiva contro gli imboscati, i profittatori e i vigliacchi che li mandano a morire mentre se ne ‘stanno con le mogli sui letti di lana’. Tutto quello cui aspirano nel fango delle trincee: un letto promesso da condividere con la donna. Il vero comunismo lo si gode individualmente, anzi in due. Nel letto come Eden, come amore-riposo.

Invece capita che gran parte della vita sia praticata sotto l’impulso della lotta, cioè trascorsa sulla branda: un letto spartano e solitario, sosta temporanea del combattimento. Vale per il guerriero, il militante, e ancor più per il monaco e l’asceta, ma anche per l’uomo d’affari e il capitalista. E parimenti, qui senza distinzione di classe, per il timido, lo sfigato, il misogino e, come vedremo, il dongiovanni. La produzione, la conquista, la lotta impongono questa stoica ritenzione. Nella quale il riposo e la donna con la quale lo si condivide non è il compiersi supremo dell’esistenza, ma solo una transitoria necessità fisiologica. La branda è per il combattente, il simbolo della sua capacità di astinenza, cioè della padronanza di sè. La trasformazione calvinista del disagio nella potenza produttiva come predestinazione.

L’alcova, il giaciglio erotico, camera d’albergo nella camera d’albergo, è complementare alla branda. Non è un letto veramente condiviso, un talamo come luogo del desiderio, ma il teatro di una momentanea guerriglia erotica e performativa che deve spurgare le energie in soprannumero. Un luogo dove la donna è consumata come preda e orpello fisico. Il dongiovanni fa dell’alcova la fabbrica di una reiterazione ossessiva della meccanica dell’amplesso, cioè della carnalità alienata. In questo il libertino non è che il parodistico contrappunto dell’asceta e della sua ricerca estatica.

Pisacane e la sua Enrichetta sono l’eccezione alla regola: un amore vissuto nella branda che è anche alcova e talamo mobile. Ma è vero che quando Pisacane sceglie la branda in solitudine, il lettino da campo che ne deve consacrare l’impresa, con quella disgraziata e contraddittoria spedizione che lo porterà alla morte, Enrichetta lo disapprova. E forse dietro i suoi argomenti razionali c’è tutta la potenza del richiamo del talamo.

Con grande sgomento mi rendo conto, giunto ormai all’ultimo tragitto, che ho sempre dormito in branda, anche quando ero in compagnia, e alternativamente in qualche alcova. Pur non avendo prodotto alcuna azione eroica o veramente produttiva. Una privazione senza senso. Data l’ora prendo la strada che mi porta al mio disordinato giaciglio dove da tempo non cambio le lenzuola e che è ormai ridotto a un groviglio inestricabile di coperte (mentre in caserma, almeno, si era costretti a fare il ‘cubo’ ogni mattina). Neanche il riscaldamento funziona bene sicchè in quella branda si patisce anche il freddo. Amaramente confesso che avrei tanto bisogno di comunismo domestico. La fine dell’ansia da accumulazione. L’amore come stato stazionario. Invidio fino all’odio chi in questo momento giace sereno con la donna che ama sul letto di lana. E perciò, neanche vi auguro la buona notte.