Per fare un partito

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di Alfredo Morganti – 6 novembre 2018

Ho una certa ritrosia a parlare delle modalità con cui dovrebbe nascere ‘il’ partito che tutti desiderano ma che nessuno sembra volere davvero. Per tante ragioni, ma per alcune in particolare. Dico subito che un partito non nasce mai dal basso, dagli autoconvocati, dalla gente che scalpita contro dirigenti che nicchiano o ‘tradiscono’. Questa modalità, pochi ci fanno caso, corrisponde quasi pedissequamente alla procedura per quale si costituiscono dei gruppi di lavoro o di azione territoriale, ci si ispira a un Capo, a un leader, a una figura autorevole, e si produce infine una sorta di democrazia in rete, con congressi e votazioni online, poggiando magari su qualche piattaforma digitale. In realtà, un partito nasce dall’alto, dall’iniziativa di un nucleo dirigente nazionale, dalla fatica di chi elabora idee, tesse le maglie, garantisce una coesione politica, trova le risorse, mobilita gruppi e individui, tiene le fila di un’organizzazione, valuta tempi e modi. La politica è un mestiere, spesso sporco, non solo idealità.

E poi un partito nasce già grande, se vuole essere grande. Nasce largo, aperto, con gli occhi curiosi, sensibile, vivace, esperto, con l’ambizione di espandersi. Un nucleo iniziale, per quanto agguerrito, puro ideologicamente, compatto, delimitato, identitario, riconoscibile, altresì capace di produrre una forma organizzativa e tanti seminari o convegni, difficilmente assume una forma più ampia, plurale, e si espande in modo significativo tra cittadini ed elettori, tale da classificarsi come forza di governo. In realtà è più facile che accada il contrario, di questi tempi, ossia che un partito di grandi dimensioni pian piano si pasokizzi, divenga più piccolo e subisca sconfitte a ripetizione frammentandosi. La direzione effettiva non è dal piccolo al grande, ma esattamente il contrario. Ciò che si pensa piccolo, pensandosi grande per il futuro, piccolo resta. E anche quando degli autoconvocati come i partecipanti ai meet up grillini, rinvigoriti dalla forza carismatica di un Capo, assumano la conformazione di un movimento con ampio seguito elettorale, il risultato è quello contraddittorio che vediamo: un gigante coi piedi di argilla, un soggetto di cui è difficile capire la direzione effettiva di marcia.

Un partito deve produrre una classe dirigente, non il contrario. Il detonatore politico iniziale, la scintilla servono ad avviare il motore, non a produrre dirigenti come se fossero d’emblée partoriti dalla mente di Minerva. I fondatori debbono capire che il loro destino politico, come fondatori, è il più delicato ed effimero tra tutti. Da loro parte tutto, ma poi, se si ingenera un processo positivo, quello deve andare per conto proprio, non essere soffocato dall’imprimatur iniziale. È un po’ quel che accade a un figlio dinanzi a un genitore. Nascere per una spinta dall’alto, iniziale, e poi crescere per proprio conto, producendo la propria classe dirigente. Perché quest’ultima non è assunta per titoli ed esami, come in un concorso pubblico o accademico (o peggio per raccomandazione!). Non è il più sapiente, il più addottorato ad avere per natura il bastone del comando. Al contrario: la classe dirigente è un a-posteriori, è il frutto di saperi, esperienze, lotta, umanità, sentimenti, passioni, pietas ed emozioni raccolte a piene mani in strada, non solo nello studio e nella doverosa ricerca. Di Vittorio, insomma, oppure tanti vecchi dirigenti di sezione senza la terza media ma intelligenti e appassionati. In questo senso diciamo ‘militante’, sennò cadremmo nel più sciocco accademismo o nella meritocrazia politica.(Se tutto questo accadesse, allora, forse, magari, chissà, potrebbe persino nascere un partito di sinistra in Italia, sennò sarà l’ennesima tirata elettorale di un ceto dirigente a cui manca il motore per volare, e pensa di trovarselo così, spiluccando qua e là all’ultimo momento, quasi sempre fuori tempo massimo.)