Per sempre partigiano

0
425

PER SEMPRE PARTIGIANO – di PINO TRIPODI – ed. DERIVEAPPRODI

recensione di

«Per sempre partigiano» di Pino Tripodi per DeriveApprodi. 1946. Tra Langhe e Monferrato, una rivolta trascurata dalle pagine sulla resistenza

È una pagina dimenticata della storia della resistenza. O meglio di ciò che la resistenza avrebbe potuto continuare a essere anche dopo il 1945. O è più semplicemente un frammento di quella storia ribelle che come tale ha attraversato il movimento partigiano ma si è manifestata anche ben prima di tutto ciò. E che dopo di allora, pur con esiti altalenanti e a prima vista sempre più incerti non ha mai smesso di fare irruzione nella realtà.

La vicenda che Pino Tripodi racconta in Per sempre partigiano (DeriveApprodi, pp. 246, euro 16,00), è però prima di tutto un potente antidoto alla pacificazione della memoria, al suo trasformarsi in oggetto museale, valido per le celebrazioni e le ricorrenze ma mai e poi mai per la vita vera. Questo libro intenso, solcato dal timbro narrativo del memoir come dal linguaggio della poesia, colpisce invece allo stomaco, chiede partecipazione, induce all’indignazione come alla speranza, alla rabbia in egual misura che al riso.

Vi si narra dell’insurrezione di Santa Libera, scoppiata nell’estate del 1946 tra le colline comprese tra le province di Cuneo, Asti e Alessandria e che Tripodi ricostrusce a partire dalla figura di Giovanni «Primo» Rocca, già comandante della Stella rossa, poi divenuta la IX divisione d’assalto Garibaldi, che di quegli eventi fu uno dei protagonisti; testimone di una volontà di mutamento radicale della società che fu anche e prima di tutto volontà di trasformare se stessi.

Non arrendersi

Per molti combattere nazisti e fascisti durante la guerra ha rappresentato infatti solo l’inizio. La vera sfida è ora rappresentata dalla possibilità di costruire un nuovo paese «sui principi di giustizia sociale di partecipazione di massa di democrazia e di uguaglianza sperimentati nelle formazioni della resistenza». Ma dopo la liberazione i mesi passano invano e con essi svaniscono molte illusioni. Per tanti partigiani che nel corso dell’ultimo anno non hanno smesso di veder sfumare uno dopo l’altro i veri motivi che li avevano spinti in montagna e che spesso hanno scelto di non consegnare le proprie armi, cresce la delusione ma anche la volontà di non arrendersi.

«Molti partigiani, me compreso, rifiutano la consegna delle armi perché ritengono la resistenza non ancora conclusa. Non si può sognare prima di mettersi a dormire, non si può scendere dalla nave se non si è approdati in porto. Il fascismo è finito, ma l’italia è infettata di fascisti, non consegnare le armi è un segnale della volontà di continuare la battaglia della pace nelle terre nelle fabbriche nei palazzi del potere».

Al nord, specie in Piemonte ma anche in Veneto, Lombardia, Liguria, Emilia e Toscana, e in modo meno sistematico in moltre altre realtà, si susseguono gli incontri, si tornano a tessere i legami che si sono costruiti durante la guerra clandestina. Per quanta insoddisfazione covi anche nei confronti dei vertici del Pci, più preoccupati di irregimentare, oltre che la propria base, anche i partigiani che di accoglierne stimoli e proposte come annota il protagonista, «Togliatti mi dona subito l’impressione di un uomo che la realtà la porta sempre stampata sulle lenti dalla parte interna quella che guarda solo lui», l’obiettivo è prima di tutto quello di riprendere il cammino interrotto, collocare «nella giusta dimensione l’esperienza della resistenza nell’Italia postfascista».

Memoria pubblica

Il resto, inteso come rivendicazioni legate ai diritti nel lavoro, al nord, e alla terra, al sud, verranno poi. Così, nell’estate del 1946, dopo che la caduta del governo Parri aveva già segnato in precedenza la fine di ogni idea di trasformazione radicale del paese, l’uno-due rappresentato dall’accordo tra Italia e Belgio che scambia decine di migliaia di giovani spediti a crepare in miniera in cambio del carbone, e dalla cosiddetta «amnistia Togliatti» che fa uscire i criminali fascisti di galera, si decide che è venuto il momento di agire.

Epicentro dell’insurrezione, fissata per il 20 di agosto, sarà la località di Santa Libera, nel territorio di Santo Stefano Belbo, dove nel corso di una vacanza nei luoghi pavesani lo stesso Pino Tripodi rintraccerà oltre cinquant’anni più tardi la vicenda.
Incruenta, per quanto armata, sostenuta da centinaia di partigiani in armi in tutto il nord, sessanta quelli che terranno Santa Libera per una settimana, la rivolta scuoterà il paese più di quanto sia rimasto nella memoria pubblica.

Dopo 4 giorni una delegazione, ancora una volta in armi, sarà ricevuta a Roma dal vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni che si impegnerà ad esaudire le prime richieste riguardanti il riconoscimento giuridico dei partigiani.

Incendi improvvisi

La smobilitazione non arriverà a causa delle minacce proferite dagli americani, dall’esercito o dai carabinieri, ma per volontà dei vertici comunisti che ricorreranno al carisma di un leggendario ex comandante partigiano per far desistere i rivoltosi, temendo che da quel primo fuoco, mentre già altri episodi analoghi si andavano diffondendo nelle zone dove la resistenza popolare tra il ’43 e il ’45 era stata più forte e attiva, potesse divampare un vasto e incontrollabile incendio.

Con la fine di Santa Libera, ammette il narratore di Per sempre partigiano, la resistenza finisce davvero.
Non però il senso di una rivolta che non si può interrompere, perché «per finire di essere ribelli dobbiamo vedere un mondo giusto come lo vogliamo noi, ma quel mondo è impossibile è solo un parto della nostra fantasia». Perciò, di ribellarsi non si potrà mai smettere.

leggi anche la recensione di LEFT:   Left_Partigiano.low_

e la cronaca dei fatti:

http://win.storiain.net/arret/num173/artic7.asp

Ad Asti, nel 1946, un capitano della nuova polizia democratica viene cacciato
dal corpo. Motivo: era un ex-comandante delle formazioni garibaldine comuniste
RIVOLTA PARTIGIANA IN PIEMONTE
A RESISTENZA ORMAI FINITA
di ROBERTO LODIGIANI
La “rivolta” partigiana del 1946 rappresenta una pagina relativamente poco nota della storia del secondo dopoguerra, ma in qualche modo preannuncia ciò che sarebbe accaduto su più larga scala dopo la schiacciante vittoria della Democrazia cristiana nelle elezioni dell’aprile 1948: il definitivo tramonto dello spirito unitario antifascista creato dalla Resistenza, la contrapposizione netta fra Democrazia cristiana e sinistre, nel clima plumbeo

Clicca sulla immagine per ingrandire
Partigiani della divisione Barni entrano in Pavia liberata (1945)

della guerra fredda, la tentazione, sempre frenata, della componente “rivoluzionaria” del PCI di imboccare la soluzione armata. L’epicentro della rivolta partigiana è nell’Astigiano, ma moti di ribellione si hanno anche in Liguria, Veneto e Lombardia.
La scintilla che innesca la protesta è l’allontanamento dalla polizia di Asti del capitano Lavagnino, un ex comandante delle formazioni garibaldine. Il malcontento, già diffuso, dei partigiani è esasperato dall’amnistia concessa da Palmiro Togliatti, il leader comunista allora ministro della Giustizia, per i reati politici commessi dopo il 25 aprile del 1945. Il provvedimento, nelle intenzioni del promotore, vuole tutelare quei partigiani che si sono macchiati di delitti dopo la Liberazione ma, di fatto, consente il ritorno in libertà di migliaia di ex – fascisti finiti in carcere durante il processo di epurazione seguito alla conclusione del conflitto.
All’epurazione – denunciano i resistenti – segue una sorta di controepurazione, con i partigiani cacciati dalla polizia e dalle amministrazioni pubbliche, dove si assiste al ritorno di funzionari del ventennio fascista. Così, il caso Lavagnino non è che un pretesto, l’ultima goccia di un vaso già colmo.

La notte del 20 agosto 1946, una sessantina di uomini, fra ex – partigiani e ausiliari, si dirige verso Santa Libera, località nel territorio di Santo Stefano Belbo, un paese in provincia di Cuneo, a circa 30 chilometri da Asti. Li guida Armando Valpreda (nome di battaglia “Armando”), un tecnico degli stabilimenti siderurgici Cogne di Aosta che fra il 1943 e il 1945 ha combattuto nella Brigata “Rosselli” della prima divisione alpina
“Giustizia e Libertà” del Cuneese.. Più tardi, assumerà funzioni di comando anche Giovanni Rocca (“Primo”) , un uomo irruento e focoso che durante la Resistenza ha meritato persino un’onorificenza americana, la “Bronze Star”. Il gruppo ha il proprio quartier generale nel rudere di un’antica
torre, situata sul culmine di una collina da cui si domina la piccola frazione di Santa Libera e la vallata circostante. Vengono organizzati dei posti di
blocco, con mitragliatrici pesanti. I partigiani sono dotati anche di armi individuali, mai riconsegnate agli alleati dopo la Liberazione, nascoste in luoghi sicuri e riesumate per l’occasione. Il colpo di mano non tarda a suscitare grande clamore. Già il 21 agosto, il ministero dell’Interno fa convergere sul posto un battaglione di fanteria, con pezzi di artiglieria e mortai, mentre il prefetto di Cuneo sceglie la strada della trattativa.

Si scontrano fin dall’inizio due posizioni divergenti sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei ribelli, la linea della mediazione diplomatica e quella della soluzione di forza. Anche fra Valpreda e i suoi, del resto, si fronteggiano due diverse tendenze, fra chi vorrebbe dare alla protesta un valore unicamente simbolico, di testimonianza, usandola come arma di pressione “pacifica” sul governo, affinché accolga le richieste partigiane, e chi, invece, vorrebbe sfruttarla come punto di partenza per un più vasto movimento insurrezionale.
I ribelli, intanto, raccolgono le prime manifestazioni di solidarietà. Il sindaco di Asti e deputato comunista alla Costituente, Felice Platone, incontra Valpreda, imitato dal dirigenti locali più in vista dell’Anpi (l’Associazione nazionale degli ex – partigiani). E presto altri gruppi seguono l’esempio di Santa Libera. Accade in Val Felice, a Bagnolo Piemonte, nella zona di San Secondo, vicino a Pinerolo, a Monastero di Lanzo.
A La Spezia, in Liguria, il comando dei rivoltosi viene assunto da Paolo Castagnino, un maresciallo ausiliario di Pubblica sicurezza. Particolarmente forte la protesta nell’Oltrepò pavese. Una delegazione, formata da Angelo Cassinera (“Mufla”), Luigi Bassanini, Vittorio Meriggi e Luigi Vercesi raggiunge l’Astigiano su una Topolino e prende contatto con gli uomini di Rocca e Valpreda.

Al ritorno, scatta la mobilitazione
. “Insieme a Ferruccio Fellegara – testimonierà lo stesso Cassinera, deceduto nel maggio 2000 all’età di 75 anni – organizziamo un primo plotone

Clicca sulla immagine per ingrandire
Un’altra ripresa dell’ingresso delle forze partigiane a Pavia

di 70 – 80 uomini, dotati di armi individuali e pesanti”. La meta è il Brallo, una località montana dell’Alta Valle Staffora, al confine fra le province di Pavia e di Alessandria, situata in posizione strategica dalla quale si controlla anche la vicina Val Trebbia.
“Mufla” con un secondo gruppo di 50 uomini raggiunge Pometo su alcuni autocarri, partendo da Stradella. “Per prima cosa – continua il racconto di Cassinera – requisimmo le scuole che ci sarebbero servite come alloggio. Poi ci demmo un’organizzazione simile a quelle delle brigate partigiane, disponendo subito il pattugliamento e la vigilanza”. Cassinera fa piazzare una mitragliatrice da 20 millimetri sulla strada centrale del paese.
Quelli del Brallo, intanto, requisiscono un albergo. (“Noi – confesserà cinquant’anni dopo Mufla – avevamo persino mortai e un autoblindo” Di questo mezzo ingombrante, gli ex partigiani si sbarazzeranno a cose finite gettandolo nel Po. Cresce la tensione. Il rischio che la situazione degeneri, provocando un conflitto armato fra rivoltosi, da una parte, esercito e carabinieri dall’altra,è altissimo.

Ne è consapevole anche Pietro Nenni, vice presidente del Consiglio. Nenni riconosce il ritardo del governo nell’accogliere le istanze degli ex partigiani e nell’attuare gli ideali della Resistenza, e si adopera immediatamente per far prevalere la linea del dialogo. Il leader socialista si tiene in contatto con il dirigente del Partito comunista italiano PCI torinese.
Celeste Negarville dà disposizione al prefetto, “perché evitino ogni conflitto – annota nel suo diario il 22 agosto – invitino gli ausiliari a consegnare le anni e a disperdersi mandando da me una delegazione di partigiani. Se si dovesse arrivare all’uso delle armi sarebbe per me intollerabile”. Ma non tutti nell’esecutivo la pensano come lui. De Gasperi, impegnato a Parigi nella conferenza di pace, è contrario alla trattativa e per un atteggiamento di intransigenza nei confronti della sedizione, da lui considerata come un insopportabile auto di sfida al governo e alle ancora fragili istituzioni democratiche.
La linea della fermezza guadagna consensi all’interno della DC. Se ne fa interprete, in particolare, l’onorevole Enzo Giacchero, che sarà protagonista, nelle settimane e nei mesi successivo la fine della rivolta, di una violentissima polemica, sulle pagine dei giornali locali, con Armando Valpreda. Giacchero accusa apertamente il PCI di avere organizzato e di sostenere la sedizione partigiana, per sfruttarla come strumento di ricatto sul governo e come prova generale della rivoluzione.

In realtà, la gran parte dei capi comunisti è assolutamente contraria al ricorso alle armi. L’esempio della Grecia, dove i comunisti dell’Elas sono stati fatti a pezzi con il contributo determinante degli inglesi, è un monito terribile e Togliatti ne è perfettamente consapevole. “Il Migliore” si rende conto che trascinare l’Italia, già inserita nello scacchiere occidentale e ancora occupata da ingenti eserciti alleati, in un tentativo rivoluzionario equivarrebbe a un suicidio.
Si adopera, quindi per uno sbocco negoziale della questione partigiana. Lo stesso Pietro Secchia, il dirigente del partito che più di ogni altro sogna la rivoluzione, getta acqua sul fuoco. Partito comunista, Partito socialista e Anpi, nutrono anche il tumore di una strumentalizzazione da parte dell’opinione pubblica e di quei settori della Democrazia cristiana che spingono per una virata a destra. Si moltiplicano gli sforzi per una composizione pacifica della rivolta.
La mediazione vede impegnati Celeste Negarville, il redattore capo dell’Unità, Davide Lajolo (Ulisse”), l’avvocato Platone. Nell’Oltrepò pavese si fanno avanti figure prestigiose della Resistenza: lo stradellino Domenico Mezzadra (“Americano”) deputato comunista alla Costituente, già a capo delle formazioni garibaldine della zona; Ernesto Gardella (“Gim”), che negli anni sessanta sarà sindaco socialista di Voghera e presidente della municipalizzata.

E ancora Cesare Pozzi (“Fusco”) e Carlo Barbieri (“Ciro”). I quattro si impegnano a incontrano il governo per i risolvere i problemi posti sul tappeto dal ribelli. Il giorno dopo, viene

Clicca sulla immagine per ingrandire
Angelo Cassinera, a sinistra, uno dei capi della rivolta

emesso un documento, firmato anche da Italo Pietra (“Edoardo”) – sarà direttore de “Il Giorno” nell’epoca di Mattei – di solidarietà con la protesta, ma nel quale si chiede anche la sua sospensione. L’opera di convincimento comincia a fare breccia. I rivoltosi, del resto, sono dubbiosi sul da farsi.
Saliti in montagna senza un preciso piano strategico, ma spinti soprattutto dal confuso desiderio di ottenere giustizia, ora sono divisi fra chi vorrebbe spingere la protesta fino alle estreme conseguenze e chi – la maggioranza – capisce che sarebbe una scelta senza ritorno. Anche Valpreda, che pure non è uomo avvezzo ai compromessi, accetta il dialogo. La svolta matura il 24 agosto, quando una delegazione partigiana, guidata da Isacco Nahoun, viene ricevuta a Roma da NenniI.
“L’incontro – scrive Laurana Lajolo nel suo I ribelli di Santa Libera – è lungo e cordiale, e i partigiani ricevono ampie assicurazioni che le loro richieste saranno prontamente esaminate dal governo. In quella occasione, Nenni è in grado di comunicare che è già stato approvato il decreto per l’equiparazione dei partigiani ai volontari di guerra e per il riconoscimento dei gradi ai fini amministrativi.

Questa è sicuramente una delle questioni che sta più a cuore al resistenti. I provvedimenti legislativi, approvati dal consiglio dei ministri il 28 agosto, prendono in considerazione solo le rivendicazioni normative a favore dei partigiani, dei reduci, dei familiari dei caduti, mentre sono subito accantonate le tematiche politiche, con le richieste di abolizione dell’amnistia, di soppressione dell’uomo qualunque, di controllo dal basso dell’operato dei prefetti.
Le garanzie date da Nenni bastano, comunque, a spingere i rivoltosi sulla strada di casa. Già il 27, Valpreda e i suoi lasciano Santa Libera e scendono ad Asti, accolti trionfalmente dal sindaco Platone. In Oltrepò, la maggior parte dei ribelli smobilita entro il 31 agosto, anche se piccoli gruppi restano in montagna almeno fino al 6 settembre. Nella zona di La Spezia, il movimento si esaurisce il 3 settembre, mentre il 29 agosto si ha un altro sussulto a Pallanza, dove duecento partigiani bene armati entrano nelle carceri, disarmano le guardie e liberano tre loro compagni arrestati per un omicidio politico a Viareggio, una formazione al comando di Antonio Canova (“Canova Tigre”) sale in montagna.
Ma si tratta, appunto, degli ultimi sussulti di una ribellione che si va ormai ovunque spegnendo. Il governo chiude il caso, non senza una polemica fra Nenni e De Gasperi. Il presidente del Consiglio critica la manifestazione di Asti, definendola “un deplorevole episodio che ha turbato la norma di disciplina e di ordine necessari al paese come non mai”.

Nenni abbozza e nel suo diario annota con soddisfazione che “la crisi è risolta. I democristiani hanno “rogne” ma De Gasperi li ha accontentati con qualche deplorazione di forma e sostenendomi nella sostanza. Secondo Scoccimarro la destra aveva filtrato agenti suoi fra i partigiani per spingere alla rottura. La verità è che poteva bastare un colpo di fucile per creare una situazione drammatica”.
Il ritorno a casa dei ribelli sembra da vincitori. Per una settimana hanno tenuto in scacco il governo, guadagnato le prime pagine dei giornali, esibito l’entusiasmo e la forza, ancora intatti, del movimento resistenziale. La l’amarezza e il disincanto non tarderanno a farsi strada. Le promesse e gli impegni dell’esecutivo rimarranno in larga misura sulla carta, mentre la politica rigidamente anticomunista e antisocialista dei governi centristi, nell’atmosfera di odio e di furore ideologico seguita al voto del 18 aprile 1948, spegnerà le ultime illusioni resistenziali.
Non pochi, fra i protagonisti della rivolta, conosceranno il carcere. Toccherà a Giovanni Rocca, Battista Reggio. Dal canto suo Armando Valpreda, più volte interrogato e arrestato, riparerà in Cecoslovacchia da cui farà ritorno nel 1954 usufruendo di un’amnistia. E Angelo Cassinera trascorrerà diversi anni nascosto in montagna, al Brallo di Pregola, con la famiglia, per sottrarsi al desiderio di vendetta dei suoi nemici.

BIBLIOGRAFIA

  • Storia del Partito Comunista Italiano, di Aldo Agosti – Laterza, Bari 2000
  • Un’altra guerra – Neofascisti, tedeschi, partigiani, popolo in una provincia padana. Pavia, 1943-1945. di Giulio Guderzo – il Mulino, Bologna 2002
  • I ribelli di Santa Libera, di Laurana Lajolo – Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995
  • La Resistenza e i suoi caduti tra il Lesima e il Po, di Ugo Scagni – Guardamagna, Varzi 2000
  • Il comandante Americano e la Resistenza garibaldina in Oltrepo pavese, di Ugo Scagni – Guardamagna, Varzi 1998
  • Storia del Partito Comunista Italiano, di Paolo Spriano – Einaudi, Torino 1971
  • Guerra partigiana tra Genova e il Po, di Giampaolo Pansa – Bari 1998