Perché la Grecia è ancora importante

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di Luca Billi 8 settembre 2015

Capisco che quelli del PD e i loro giornali, a partire da Repubblica, cerchino di presentare come un fallimento l’esperienza di governo di Tsipras in Grecia; fanno il loro gioco e, se serve, sono disposti a mentire, pur di sostenere la loro tesi. Syriza rappresenta quello che loro non sono più e che fanno finta di essere. Forse prima di Syriza qualcuno poteva ancora credere che il pd fosse un partito di centrosinistra, adesso questo imbroglio non è più possibile: e questo a loro rode parecchio. E ovviamente è altrettanto naturale che i padroni e i loro giornali, a partire dal Corriere, si affannino a dire che Tsipras è finito: fanno il loro mestiere e attaccano l’unica forza veramente di sinistra che sia riuscita fino ad ora a governare, pur con mille difficoltà, un paese dell’Unione europea.
Faccio invece più fatica a capire perché una parte di persone di sinistra, anche autorevoli, anche intellettualmente in buona fede, siano così certe che quell’esperienza sia finita e anzi ne siano contente, dal momento che hanno ormai bollato Tsipras come un traditore, come uno che ha rinunciato ai propri ideali, per far rimanere il proprio paese nell’area euro. Per spiegare questo paradosso, al di là dell’atavica incapacità di un pezzo rilevante della sinistra europea – e italiana in particolare – di riconoscere le ragioni della politica, in nome di una purezza ideologica al limite dell’onanismo, c’è qualcosa che attiene alla velocità dell’informazione, alla voracità con cui le idee si consumano, all’ansia di capire tutto e subito. La politica è un processo, spesso complicato, quasi mai lineare, che molto difficilmente raggiunge i risultati che si prefigge nello spazio di una notte. Ho l’impressione che tanti che hanno gioito per la vittoria elettorale di Syriza abbiano ingenuamente creduto che bastasse quel voto, o la vittoria successiva del referendum, per cambiare le cose, e che quel voto avrebbe magicamente cambiato la situazione greca ed europea. Purtroppo non funziona così: le elezioni non sono la partita finale di un torneo di calcio, in cui il vincitore alza la coppa, sotto lo sguardo attonito dello sconfitto. La politica è una cosa un po’ più complicata, che richiede tempo – oltre che intelligenza – e ora pare manchino l’uno e l’altra.

Tsipras, e chi ha con lui condiviso le scelte dolorose dello scorso luglio, credo sia dovuto partire dall’analisi realistica dei rapporti di forza tra i soggetti in campo: e certamente la Grecia era – ed è – assai più debole dei propri avversari. Spero mi permetterete quella che può sembrare una digressione, ma che credo utile per capire le cose; almeno per come le ho capite io. Molti adesso ci spiegano che la decisione di Berlinguer e del Pci di avviare quel processo che si chiamò “compromesso storico” – e che portò alla nascita del governo della “non sfiducia” – sia stato un errore, il più grave di quel politico, più rimpianto che studiato. Non so se sia stato un errore, certamente in quella fase Berlinguer fu sconfitto, duramente sconfitto, ma io non me la sento di dire che sbagliò, perché quello era il contesto storico in cui quegli uomini erano chiamati a decidere. Gli avversari del Pci erano disposti a tutto – e non erano solo minacce, visto che uccisero Moro – e di fronte a un nemico così potente e così spietato non è facile reagire, con le sole armi della politica. Il nemico che si è trovato di fronte Tsipras non è meno spietato di quello che in quegli anni uccise Gregoris Lambrakis, Salvador Allende, Aldo Moro e tanti altri, che mise le bombe, uccidendo tante persone innocenti, a Milano, a Brescia, a Bologna. In quella notte a Bruxelles non sappiamo quali minacce gli sgherri del capitale abbiano fatto – implicitamente ed esplicitamente – a Tsipras e ai negoziatori greci, ma possiamo immaginare che nessuna opzione sia stata esclusa. Non possiamo dimenticare che in Grecia le forze del capitale controllano la teppaglia fascista di Alba dorata, che è ben ramificata all’interno delle forze dell’ordine; per ora li stanno tenendo al guinzaglio, ma evidentemente sono pronti a scatenarli. La Grecia come potrebbe sopportare uno scontro interno di queste dimensioni? Quale conseguenze avrebbe per un popolo già stremato dalla crisi economica? Tsipras ha avuto paura? Forse sì, ma credo ne avrebbero avuta anche quei “rivoluzionari” salottieri che discettano della crisi greca dietro le loro tastiere e con il culo ben al caldo. E per fortuna là c’era Tsipras e non c’erano loro.
Come avrete capito io non mi sono pentito di aver sostenuto Syriza e Tsipras in questi mesi e li sosterrò ancora, spero che vincano di nuovo le elezioni e che possa nascere un nuovo governo di sinistra in Grecia. Io credo che non sia finita quell’esperienza, ma anzi stia cominciando adesso la parte più interessante. Syriza ha due grandi meriti. Il primo, come ho detto, è di avere svelato il bluff del centrosinistra europeo. Il traditore non è Tsipras, i traditori sono Schultz, Hollande, i socialisti europei – non dico renzi, perché perfino un traditore ha una sua grandezza tragica, mentre al nostro è riservata la parte del buffone – i traditori sono quelli che hanno offerto i loro voti al capitale, in cambio di un’elemosina.
E la vittoria di Syriza è proprio quella che molti indicano come una sconfitta: l’aver riportato al voto i greci. Le forze del capitale stanno attaccando contemporaneamente la democrazia e le conquiste sociali del movimento operaio – lo vediamo bene in Italia, dove il governo ha abolito lo Statuto dei lavoratori e vuole cambiare le istituzioni in senso autoritario – e quindi la decisione di Tsipras di rimettere le decisioni fondamentali al popolo, con il referendum prima e con le prossime elezioni, è qualcosa di eversivo per chi non ama la democrazia. Ai suoi colleghi europei, a questi servi del capitale, Tsipras sta dando una lezione di dignità e di alta politica. Tsipras probabilmente avrebbe trovato una maggioranza parlamentare per continuare a governare la Grecia, sarebbe riuscito a raccattare i voti di qualche “responsabile” – come fa renzi con Verdini e i suoi complici – ma ha deciso di chiedere un nuovo mandato agli elettori. E’ un rischio? Forse, ma se vincerà Syriza quel governo sarà ancora più forte, in una campagna d’autunno che si presenta difficilissima. Per la Grecia e per l’Europa.
A quelli che non sono mai contenti vorrei chiedere se pensano che sia meglio affrontare i prossimi mesi con un governo guidato da Alexis Tsipras o da un qualche tecnico prono alle decisioni della Bce. Io credo che i greci capiranno che, quando arriveranno i tecnici della Troika, sarà meglio che ad incontrarli ci siano gli uomini di Syriza piuttosto che quelli di Nuova democrazia. Nelle prossime settimane in Europa dovremo finalmente avviare un ragionamento sulla que­stione del debito, peraltro un tema che non sarebbe mai stato affrontato se non ci fosse stata la vittoria di Syriza e il referendum greco; e questa discussione a chi la vogliamo lasciare, solo alla Merkel e a Schauble? Io preferisco ci sia anche Tsipras a quel tavolo. I prossimi mesi saranno decisivi per la Grecia e per l’Europa, perché c’è finalmente una possibilità, dopo molti anni, di allar­gare il fronte dell’opposizione al finanzcapitalismo, attraverso una poli­tica intel­li­gente, prag­ma­tica, effi­cace. Podemos può avere un risultato importante in Spagna, in Gran Bretagna Jeremy Corbin ha raccolto attorno a sé un movimento più vasto di quello che si poteva immaginare. In Europa una sinistra c’è e deve avere un punto di riferimento in Grecia: ne abbiamo bisogno tutti. Abbiamo bisogno di una sinistra che conosca la politica, ne capisca i tempi e le regole, che abbia il coraggio di affrontare la fatica e il rischio del governo, che non rinunci al dialogo con i cittadini. Finora Syriza ha saputo farlo, per questo io la voterei, per questo io spero possa nascere una sinistra così in Italia.