Perché Sanremo è Sanremo…

per Luca Billi
Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://ipensieridiprotagora.blogspot.it/

di Luca Billi   15 febbraio 2016

Perché tutti guardiamo Sanremo? Perché tutti parliamo di Sanremo? Perché ci racconta, perché descrive la nostra mediocrità e allo stesso tempo ci assolve, mostrandoci migliori di quanto effettivamente siamo. Un bell’applauso e via.

Tutti ci siamo sinceramente emozionati quando abbiamo ascoltato Ezio Bosso, tantissimi hanno condiviso sui social la sua esibizione – un po’ perché ci ha davvero colpito la vitalità di quell’artista, un po’ perché in questo modo eravamo sicuri di fare la cosa “giusta” – qualcuno ha fatto finta di sapere chi fosse, ma praticamente nessuno si è chiesto come mai questo artista sia molto più conosciuto all’estero che in Italia, come mai si esibisca regolarmente nei teatri europei, mentre per farlo qui in Italia debba aspettare che sia rispettata la quota: un artista disabile ogni cento “normali”. Per i pochi minuti di quell’esibizione abbiamo potuto far finta che ci importi qualcosa dei diritti delle persone disabili, mentre ogni giorno quei diritti li ignoriamo e li calpestiamo, quando parcheggiamo nei posti a loro riservati, quando ostruiamo i passaggi a loro dedicati, quando evitiamo, se non siamo proprio costretti, la loro compagnia. E ovviamente investiamo pochissimo per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ancora meno per la loro integrazione scolastica e praticamente nulla per quella nei posti di lavoro. Se uno di loro ce la fa – come ha fatto egregiamente Ezio Bosso, grazie alla sua musica – siamo disposti ad applaudirlo e a commuoverci, ma non facciamo nulla per aiutare quelli che non hanno il suo genio o la determinazione di Alex Zanardi. Gli altri si arrangino e non sperino in un nostro mi piace. Un bell’applauso e via.

Tutti ci siamo divertiti per le imitazioni di Virginia Raffaele, in molti hanno fatto notare che finalmente una donna ha avuto l’occasione di esibirsi in un ruolo che è ancora per lo più maschile (e infatti tutti gli altri comici invitati al Festival erano maschi). E qualcuno ha detto anche che una donna può avere delle belle gambe e saper far ridere, anche se non vedo il nesso. Comunque, brava Virginia, ma poi tutti i siti on line hanno dedicato ampi spazi alle gallerie fotografiche della bellissima Madalina Ghenea, che immagino in questi giorni – come nei prossimi – saranno le foto più “guardate” di questo Sanremo. E Madalina era su quel palco solo per essere guardata, esposta al nostro voyeurismo, e infatti l’hanno via via vestita – o svestita – proprio per essere desiderata. Ovviamente nulla di nuovo – Madalina è l’ultima di una lunga serie di donne usate e sfruttate in questo modo e altre ne seguiranno, purtroppo – ma la novità di quest’anno è che a fianco della bellezza femminile hanno messo una bellezza maschile, ugualmente afona. Peraltro, a stare alle cifre pubblicate, Garko avrebbe guadagnato più del doppio della Ghenea solo per essere bello: una vera ingiustizia, che la dice lunga sul ruolo delle donne nella nostra società. Invece di provare a cambiare modello, hanno rincorso una specie di non richiesta par condicio di genere. Invece di migliorare l’immagine della donna, hanno peggiorato quella del maschio, in questa ostentazione della banalità della bellezza. Alle nostre figlie – e anche ai nostri figli, a questo punto – potremo sempre dire: non preoccuparti, cara, basta che tu sia bella e vedrai che un lavoro lo troverai, che farai carriera, che andrai in televisione. Se sei bruttina puoi sempre andare all’estero, dove ad esempio il professore universitario non è una carica ereditaria. Un bell’applauso e via.

Tutti – non proprio tutti, a dire il vero, ma tanti – ci siamo rallegrati di quei nastri arcobaleno che sono spuntati nelle esibizioni di praticamente tutti i cantanti e degli ospiti più o meno illustri delle cinque serate. Nei giorni in cui si tenta finalmente di dare una legge, se non buona – perché buona sicuramente non sarà – ma almeno decente – anche se ormai penso che non sarà nemmeno così – sulle unioni civili, che garantisca uguali diritti alle coppie omosessuali, nei giorni in cui da parte della minoranza conservatrice più retriva e clericale c’è una reazione così violenta contro questa legge, vedere quei nastri ci ha fatto credere che l’Italia sia migliore di quella rappresentata da Bagnasco e dai suoi sodali, manifesti e occulti. Temo che anche in questo caso sia un’illusione. Non è tanto significativa l’opposizione becera di quelli che a ogni nastrino hanno schiumato di rabbia, ma il fatto che quei nastrini siano apparsi, una sera dopo l’altra, come una concessione alla moda del momento. Non voglio sindacare sulla buona fede di quegli artisti che hanno deciso di esprimere in questo modo una propria posizione, ma mi è rimasta l’impressione che si sia trattato di un gesto esteriore, dettato dall’emozione del momento, come quando le nostre foto su Facebook sono diventate tutte – o quasi – arcobaleno. O tutte – o quasi – bianche, rosse e blu. Poi, riposti i nastri, cominceranno i distinguo, le frasi tipo sono favorevole, anche se voglio dire che non sono gay oppure ho tanti amici gay, ma…. Cosa mi importa cosa sei tu e cosa sono i tuoi amici, mi importa sapere cosa pensi sui diritti. E così, anche per questa scarsa consapevolezza, per questa ignavia democratica, nascerà una brutta legge, perché in sostanza il nostro paese non vuole davvero una legge civile, ossia una legge che riconosca i matrimoni tra persone dello stesso sesso. A molti basta sventolare un nastrino, e far vedere agli altri di averlo sventolato. Un bell’applauso e via.

Guardando le interminabili puntate del Festival, emerge questa immagine rassicurante dell’Italia, che alla fine premia un gruppo come gli Stadio, che hanno una storia, che hanno scritto alcune belle pagine della musica d’autore del nostro paese, ma poi raccoglie una serie di canzoni di scarsa qualità, tanto il successo o meno di un pezzo sarà assicurato dal numero di passaggi in radio, che a sua volta dipenderà da quanti soldi avranno a disposizione quelli che controllano le playlist. Viene fuori un’Italia dei buoni sentimenti, che dedica una canzone ad Aylan e una ai morti dell’Ilva, ma che poi presta la sua attenzione morbosa ai delitti di cronaca nera, alle storie a sfondo sessuale, ai miracoli di padre Pio e a tutto quello che ammorba quotidianamente i nostri palinsesti. Viene fuori un’Italia che si dice moderna, ma che poi “inventa” uno spettacolo in cui a un certo punto arriva il superospite dall’America, come fossimo negli anni Cinquanta. Viene fuori un’Italia che deve piacere a tutti, in cui ogni forma di conflitto deve essere annullata, perché così vogliono i padroni del vapore; se ci pensate è lo stesso schema per cui hanno scelto come conduttore matteo renzi, che cerca di piacere a tutti, che non vuole essere definito né di destra né di sinistra, che dà una pacca sulla spalla all’handicappato, che fa il piacione con la bella di turno, che dice che i giovani sono il nostro futuro. Almeno Carlo Conti è più simpatico, spero che presto mettano lui a palazzo Chigi. Viene fuori un’Italia plurale – tre su otto delle Nuove proposte erano ragazzi italiani di origini straniere – ma sono in qualche modo addomesticati. Dove c’è anche posto per una canzone “fastidiosa” come N.E.G.R.A., che infatti è stata subito eliminata ed ha vinto una canzone – peraltro simpatica – che si chiude con il verso “dimentichiamo tutto con un amen.”. Spero almeno che Francesco Gabbani volesse prenderci tutti per il culo, la sua origine carrarina dovrebbe garantircelo.

Ovviamente Sanremo è uno spettacolo di varietà, Sanremo è una raccolta di canzoni, non è che possiamo cambiare il mondo attraverso Sanremo. Né pretendiamo che Sanremo si prenda carico o racconti i conflitti di quest paese. Sarebbe già importante che fosse fatto bene, con mano da artigiani. In un paese come il nostro in cui le cose si fanno male, sarebbe già rivoluzionario. Perché alla fine questa ricerca ossessiva del consenso, questo voler piacere per forza a tutti, non riesce a nascondere la mediocrità. Di Sanremo. E dell’Italia. Un bell’applauso. E amen.

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