Piccoli segni di non servilismo al governo di Washington

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di Franco Cardini 15 luglio 2019

…duecentotrent’anni fa una folla di scalmanati parigini egemonizzata da alcuni agitatori furbastri, ma anche provata da un lungo tempo d’incertezza e di carestia, assaltò il carcere della Bastiglia, dove c’erano pochissimi detenuti, alcuni dei quali sarebbe stato meglio vi fossero rimasti, massacrando una manciata di riservisti svizzeri colpevoli di fare il loro dovere. Avrebbe potuto essere uno squallido episodio da cronaca del malessere. Invece…

EDITORIALE

PICCOLI SEGNI CRESCONO (FORSE)

I media ne parlano poco e malvolentieri. Però qualcosa succede. E’ noto che l’Italia non ha una vera e propria politica estera, come del resto è giusto dal momento che essa non dispone di sovranità né politica, né militare (si tratta di un paese sorvegliato da decine di basi militari USA e NATO armate e godenti di extraterritorialità: quindi chi parla di sovranismo fa solo ridere). Si fanno timidamente i nomi di Mattei, di Craxi, di Andreotti, di Fanfani, di Moro come di politici che in una settantina di anni hanno provato, in varie e differenti circostanze, a sfondare il reticolato nemmeno tanto metaforico della nostra “sovranità limitata”: non ce l’hanno mai davvero fatta; prima o poi, in un modo o nell’altro gliel’hanno fatta pagare. Ora, poi, da anni non succedeva nulla. Non parliamo delle destre, che i Sacri Confini li difendono solo se e quando “minacciati” dai poveracci. Ma è stata forse la sinistra o sedicente tale del PD a fornire, negli ultimi anni, le prove più scoraggianti di una “fedeltà alle alleanze” che ha rasentato e in qualche caso superato il servilismo.

Ora, non vorrei dire che qualcosa si muove: e, d’altra parte (come abbiamo constatato in questi giorni di violente grandinate), non è affatto vero che “il buon dì si vede dal mattino”; spesso ad albe radiose fanno seguito pomeriggi da tregenda. E’ comunque un fatto che, in questi mesi di scombinato, contraddittorio governo retto da un’improbabile e disperata alleanza tra pasdaran della xenofobia e dell’ingiustizia fiscale e dilettanti allo sbaraglio, qualcosa si è mosso. Sarà un’ulteriore prova di dilettantismo e d’inadeguatezza, sarà un tentativo di spallata provocatrice, sarà tutto un equivoco: sta di fatto che, sfidando i malumori dei padroni europei e soprattutto americani, nelle ultime settimane, a Roma sono capitati un cinese con proposte interessanti (one Belt One Road) e un russo che con garbo ci ha ricordato che il nostro embargo al suo paese dà sì un po’ fastidio a lui ma soprattutto lede i nostri interessi; mentre il nostro ministro degli Esteri, prontamente volato ad limina Georgii (Washington) per assicurare il Grande Boss che tuttovabenmadamelamarquise – e il suo collega vicepremier l’aveva già fatto, mesi fa – è tornato raggiante per l’accoglienza riservatagli (cacchio, gli hanno fatto vedere perfino Pompeo: capirei Melanie…) ma, tuttavia, dopo essersi sbracciato in assicurazioni di canina fedeltà atlantica, aver abbaiato contro Cina e Iran nonché esserci profuso in assicurazioni di appoggio alla politica statunitense nei confronti del Venezuela e d’Israele, ha aggiunto, tuttavia, una mezza frase di semieccezione per la Russia: se non altro, dice lui, per non buttarla “in bocca ai cinesi”. Così, dopo il Ruggito del Topo di petersellersiana memoria, abbiamo adesso anche il Latrato del Capitano.

Tutto bene, o almeno benino: però c’è anche una rossa, gustosa ciliegia sulla torta. Ebbene sì. Washington sta ridefinendo la sua politica di aggressione e di occupazione travestita da “intervento umanitario” e da “difesa della democrazia” sui contestati fronti dell’Afghanistan, dell’Iraq e del Libano. In tutti questi tre casi vi sono contingenti militari italiani schierati: secondo la relazione dei nostri ministeri Esteri e Difesa discussa il 3 di questo mese, noi possiamo impiegare complessivamente fino a 800 uomini nella missione NATO Resolute Support Mission in Afghanistan, 1100 nella “coalizione internazionale” formalmente impegnata contro Daesh in Iraq (dove, come in Siria, tra 2014 e 2018 la guerra contro i fondamentalisti del califfo al-Baghdadi è stata per la verità condotta principalmente dall’esile esercito lealista siriano, dai curdi e dai volontari pasdaran iraniani: la “coalizione internazionale” guidata dagli americani e supportata dai sauditi vi ha giocato un ruolo a dir poco ambiguo) nonché 1076 nell’ormai “storica” missione in ONU conosciuta come UNIFIL. Da notare che la nostra mobilitazione non si arresta a 2976 militari: siamo impegnati anche in “missioni bilaterali” in Libia, Niger e Somalia.

Né basta ancora. Abbiamo 130 soldati schierati in Siria al confine con la Turchia fra i centri di Adana, Karamanmaras e Gaziantep. Ora, la situazione si sta evolvendo in quanto nella regione di Idlib, una sessantina di chilometri a sudest di Aleppo, si è creata una situazione di stallo. L’area è presidiata da una variopinta coalizione di milizie siriane ribelli, nemmeno troppo concordi fra loro. Tra il settembre 2018 e l’aprile 2019, essa era controllata da una missione congiunta russo-turca che aveva un compito ben preciso: i turchi dovevano eliminare i gruppi jihadisti presenti, i russi s’impegnavano in cambio a impedire alle truppe governative siriane un loro diretto intervento. La situazione è, però, precipitata dal momento che i turchi non sono riusciti a eliminare i jihadisti o non si sono granché impegnati nel farlo: a questo punto, la Russia non ha potuto (voluto?) impedire l’intervento delle truppe governative di Assad. Il tutto è aggravato da una durissima emergenza umanitaria: sui tre milioni di abitanti della regione, i dati forniti dalle Nazioni Unite parlano di oltre 500 morti civili (fra cui quasi 150 bambini: arrotondo le cifre) e 2000 feriti. A ciò va aggiunto che l’esercito lealista siriano fa scarsi progressi in quanto a sua volta minato da un contrasto interno tra una fazione filorussa e una filoiraniana. Come si vede, dagli amici mi guardi Iddio…

Al fronte “caldo” di Idlib si aggiunge quello “tiepido” del nordest siriano, tra Aleppo e Afrin: area controllata dai turchi il cui presidente Erdoğan non fa mistero, al riguardo, di progetti di annessione. Dal gennaio scorso, il governo di Ankara ha schierato nella regione circa 80.000 uomini, che debbono, però, fronteggiare le agguerrite YPG dei guerriglieri curdi ormai appoggiate dagli USA impegnati a contrastare il progetto erdoğaniano della “Grande Turchia”. Dal momento che il presidente Trump ha promesso, nel dicembre scorso, di ritirare il suo contingente di 2000 effettivi dalla Siria, il governo turco – il quale contro i curdi non ce la fa – ha rinviato l’azione offensiva nell’area al settembre prossimo.

Il punto è che il ritiro dei 2000 militari statunitensi avverrà solo a patto che una forza “multinazionale” – evidentemente sotto il controllo USA – si schieri nella zona per contenere gli obiettivi espansionistici di Erdoğan e impedire ad Assad di ristabilire il controllo sui legittimi confini siriani. Il disegno di Trump è chiaro: intendendo ridurre al massimo gli effettivi del suo esercito nel Vicino Oriente, come ha più volte promesso agli americani, egli mira a sostituirli con gli alleati-ascari della NATO. Il pretesto è lo stesso: “combattere il terrorismo”, inteso naturalmente come lo in tende la Casa Bianca, vale a dire come qualcosa che ha i suoi capisaldi in Iran, il Siria e nel Libano degli Hezbollah. Un terrorismo “a testa sciita”, che esiste solo nella mente di Trump e in quella dei capi sauditi ed arabo-emirali (del resto, nemmeno tutti). All’interno della NATO, il presidente americano sa bene di poter contare su inglesi e francesi. Ma evidentemente ciò non basta.

Per questo, già da tempo, il governo di Washington cerca di coinvolgere quello di Berlino – già impegnato con i voli di ricognizione dei Tornado, oltre che in Iraq con una squadra d’istruttori – a “impolverarsi gli scarponi” in territorio siriano: ma ne ha ricevuto un deciso diniego. Ora, è la volta degli Italiani, dai quali Trump pretende altri 150 soldati e 10 caccia.

E qui ecco la sorpresa: il Consiglio supremo di Difesa riunitosi il 25 giugno scorso al Quirinale con la presenza del presidente Mattarella, dei principali membri del governo e dei generali Vecciarelli e Mosca Moschini, ha emesso un sobrio comunicato nel quale si legge che l’Italia conferma i suoi impegni militari in Libia (“una priorità per il nostro paese”), in Afghanistan e nella penisola balcanica, ma niente di più.

Incredibile ma vero. Abbiamo risposto di no. E il nostro no si aggiunge a quello tedesco.    Una novità importante sui fronti sia della NATO, sia dell’Unione Europea.