Pieno di bugie al selfie service

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di Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per chi avesse ancora dei dubbi, il selfie di Renzi ha fotografato la vittoria del regime finanziario e della sua cupola europea sulle democrazie. È confermato: l’Italia è il laboratorio nel quale il golpe si è sperimentato con successo, dove la democrazia, già incerta, è diventata un allestimento teatrale messo su da una mediocre compagnia di filodrammatici, che balbettano il copione delle riforme, la sceneggiatura della stabilità, che vuol dire consolidamento dello loro posizioni e delle rendite che ne conseguono fino all’auspicata inamovibilità, la trama della governabilità come convalida dell’egemonia dei nominati sulla rappresentanza, come avallo della necessità di ubbidire a un pensiero unico, tramite un partito unico. Beh chiamarlo pensiero è una bella esagerazione: la concordia delle intese larghe o strette che siano si agita intorno all’alleanza che stabilisce il perpetuarsi della cerchia al potere, delle regole che lo permettono, della cancellazione della partecipazione, della paralisi della competizione politica, della smentita di promesse e programmi in favore di slogan, annunci preferibilmente via rete o nella camera sostitutiva del Parlamento, per quel po’ che resta di affettuoso attaccamento ai vecchi miti della rimpianta Dc.

Peccato che non esistano più critici, salvo qualche professore tacciato di essere un attore frustrato, un regista mancato, una primadonna fischiata. Forse la democrazia si meritava questa brutta fine se ha lasciato che prendessero piede le sue aberrazioni, prima tra tutte una distorta interpretazione del valore della maggioranza, intesa – Berlusconi ne è stato l’officiante – come peso numerico di voti, anche in competizioni elettorali viziate all’origine dalla disparità prima fi tutto economica dei contenenti, o come riproduzione di una generalizzata mediocrità, di una indifferenza per la politica, diffusa come un gas tossico, di una impotenza a immaginare altro dal presente, altro dalla imposizione del regime della necessità, altro dall’ubbidienza pragmatica al ricatto. Ne fa parte il dileggio per i saggi, salvo quelli scelti tra reggicoda, burocrati impolverati scelti per l’abilità nel maneggiare forbici e censure, il disprezzo per gli intellettuali, salvo le figurine che si prestano alla narrazione di questa modernità aerea come i derivati, immateriale come i fondi e altrettanto velenosa, l’ostilità per l’unica e rarefatta modalità di informazione rimasta, l’inchiesta pressante di qualche volonteroso che – ieri sera toccava alla Gabbia – piazza il microfono in bocca ai necrofori della trasparenza, ai sacerdoti dell’iniquità tramite Agenzie delle entrate, custodi giudiziari, insomma tutto quella popolazione di kapò e killer che ai vari livelli pratica sopraffazione e ingiustizia.

Ne fa parte l’idea che la loro ignoranza e la loro incompetenza, esercitate dai loro luoghi superiori, valga quanto anzi più della conoscenza, del sapere, ma soprattutto della verità o di qualcosa che le somigli, qualcosa che ci farebbe capire che le loro riforme sono misure coercitive adottate per togliere garanzie, certezze e diritti, che lo loro grandi opere sono progettate per Grandi e grandemente disonesti profitti di pochi contro l’interesse di tutti, che lo sguaiato e sprezzante saputello che è andato in Europa con il suo Bignami, con la sua attrezzatura di venditore di cosmetici alla convention dell’azienda di vendite piramidali, con la sua sicumera esibita ad uso dell’unica Agenzia Stefani che ripropone e declina nei vari organi di stampa le sue fanfaronate, è più ridicolo, più avvilente, più vergognoso del suo sponsor, che Telemaco vale una barzelletta, il suo selfie dell’Europa vale il gesto delle corna, la sua perentoria e sfrontata volgarità è quella stessa della casa madre Mediaset, della Ruota della fortuna, dell’Ok il prezzo è giusto.

Il prezzo invece è ingiusto e ed è anche irrisorio, perché ci ha svenduti come prodotti da discount, in quell’outlet delle riforme nel quale si deve tacere della chiu­sura delle fab­bri­che o della loro delocalizzazione, delle grandi manovre fiscali, della disoc­cu­pa­zione e dei suoi effetti; dell’impoverimento delle fami­glie; il degrado dell’istruzione, delle uni­ver­sità, degli ospe­dali pub­blici, delle biblio­te­che, del ter­ri­to­rio, della terribile miserabile disperazione. Tutto il resto è noia.