Pontida addio!

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Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini – 9 dicembre 2018

Top down/bottom up. Sino alla convulsione.

Le manifestazioni odierne sembrerebbero dar corpo a una forma dilagante di dominanza politica. I gialloverdi ovunque: al governo, sui media e anche nelle piazze. Ma in realtà mettono in risalto l’anomalia del contratto gialloverde e le tensioni che ne paralizzano il corso. La Lega salviniana ha inteso rimarcare il suo nuovo profilo identitario ed egemonico come forza nazionalista di destra. Smacchiando nella piazza romana la tradizione verde di Pontida e le fantasie druidiche e secessioniste, per acconciarsi all’armamentario classico di Dio-Patria e famiglia. Volendo attivare, in stile intrinsecamente fascista e intimorente, la connessione fra potere di stato e ‘mobilitazione’ ideologica di massa. Il partito come cinghia di trasmissione fra il governo a traino leghista e una ‘base popolare’ che intende saturare il popolo come tale. Mutatis mutandis un innesco di ‘nazionalizzazione delle masse’. Ovvero una vocazione di regime sulla via del partito-stato.

La manifestazione di Torino si è invece svolta secondo lo schema classico della pressione ‘sociale’ di orientamenti vivi nella ‘società civile’ per condizionare l’azione di governo. Certo la risposta ai 40.000 pro Tav, ma solo apparentemente un sostegno al M5S per bilanciare sulla issue cruciale della politica infrastrutturale le reticenze dell’alleato di governo. Piuttosto un segnale lanciato al M5S governante dal nucleo ideologico originario del movimento. Due episodi speculari, esattamente arrovesciati. Uno che muove dall’alto al basso, l’altro dal basso all’alto. E va da sè che è il M5S a trovarsi nella situazione più critica. Perchè mentre la Lega lavora a rafforzare il blocco della destra, sociale e politica, tenendosi peraltro le mani totalmente libere in periferia, il M5S è isolato e ha le mani legate al ‘centro’ governativo e alle mirabolanti promesse del suo programma. Per la sua intrinseca natura protestataria lo Stato è per il Movimento un letto di procuste. Non è capace di tessere alleanze alternative in periferia per arginare lo strapotere della destra e resta chiuso nel suo autismo politico. Nel mentre sconta l’insofferenza della parte più caratterizzata del suo elettorato.

Cresciuto come collettore ubiquo della protesta sociale il M5S è incapace di esprimere una sintesi egemonica, così come un assetto minimo di classe dirigente. Lasciato alle spalle il mero spettacolo auto-celebrativo al Circo Massimo il M5S pare destinato a subire le mobilitazioni sociali di carattere critico e oppositivo. In qualche modo una situazione di disillusione che di norma si accompagna alle ‘sinistre’ al governo. Accadde anche al Pci berlingueriano, con la calata dei metalmeccanici a Roma, durante l’esperienza dell’unità nazionale e con i moti del ’77. Qui con l’aggravante dell’assenza di un partito dotato di forza organizzata e di coesione ideologica, con una classe dirigente capace di ‘tenuta’. E soprattutto senza avere attorno una rete di intermediazione sociale capace di metabolizzare i conflitti. La mia opinione è che il M5S resta una ‘bolla’ congiunturale, intrinsecamente inetto a stabilizzare un suo blocco sociale, e che perciò crollerà con grande velocità.