Proposte greche e falsari nostrani

per Gabriella
Autore originale del testo: Alessandro Gilioli
Fonte: L'Espresso
Url fonte: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/

di Alessandro Gilioli  10 luglio 2015

Ci sono almeno cinque o sei corni diversi nella vicenda greca, oggi.

Alcuni di questi sono frattaglie, per non dire meschinità. Altri sono invece molto rilevanti per il nostro futuro. Iniziamo tuttavia dalle minuzie.

1. La pochezza de noantri
Dato che per lavoro e diletto passo parecchio tempo on line, sono rimasto un po’ colpito a vedere il lasso trascorso tra la pubblicazione del pdf con le proposte greche e le reazioni dei giornali e dei politici italiani. Bene, pur essendo il documento composto da un testo lunghetto e in inglese, pieno di cifre e dati tecnici, cinque minuti dopo era già partita la narrazione mediatica “Tsipras ha calato le braghe”, “il suo piano è come quello di Juncker”, anzi per qualcuno (nella famosa Pdcommunity, insomma l’ufficio  propaganda on line di Renzi) addirittura «peggio». Io ero ancora alla seconda pagina impegnato a capire bene la cross-boarding withholding tax, e loro avevano già confrontato tutto con il piano Juncker. Bravissimi, non c’è che dire. O forse falsari?

2. Cosa c’è nell’insalata greca
La proposta greca è invece, con ogni evidenza, una mediazione: cioè una cosa che sta da qualche parte tra le vecchie richieste di Atene e le vecchie posizioni dei creditori. Intanto, le precedenti condizioni dei creditori erano legate all’erogazione dell’ultima tranche di aiuti del secondo memorandum, quindi poco più di 7 miliardi: mentre queste proposte sono la contropartita per un piano di tre anni (fino a metà del 2018) e valgono un prestito di 53,5 miliardi. È una differenza notevole e somiglia a ciò che ripeteva Tsipras: basta con questo stillicidio ogni tre mesi di scadenze e prestiti (quindi ricatti), dateci tempo. Per dopo il 2018 – quando sarà finito il prestito da 53,5 miliardi che in questi tre anni permetterebbe ad Atene di rispettare le scadenze senza affanni – la Grecia chiede di ridiscutere con le istituzioni la tempistica delle successive restituzioni, senza però parlare di riduzione dell’entità del debito.
Entrando nelle cose più tecniche: per le famose agevolazioni fiscali nelle isole, la Troika voleva l’eliminazione completa e immediata, mentre Tsakalotos dice che l’abolizione partirà a ottobre e verrà applicata gradualmente fino alla fine del 2016, oltre a escludere alcune delle isole. Poi: i creditori volevano l’Iva al 23 per cento per alberghi e ristoranti, Tsipras le voleva entrambe al 13, la proposta di oggi è 13 per gli alberghi e 23 per i ristoranti. Anche per l’intervento sulle pensioni il governo greco prevede un po’ più di tempo (cambiamenti progressivi fino al 2022) rispetto alle ultime richieste dei creditori. Sulle spese militari (l’unico settore in cui personalmente preferisco la proposta della Troika) la Grecia propone un taglio minore e più graduale rispetto al piano Juncker. Tsipras si tiene poi le mani libere per quanto riguarda le norme sul lavoro (contrattazione collettive e licenziamenti di massa) posponendo ogni decisione in merito all’autunno, quando avrebbe già incassato i 53,5 miliardi che gli darebbero fiato per tre anni. La parte finale del documento è sulle privatizzazioni (porti e aeroporti) e questa invece è un’accettazione quasi completa delle richieste della Troika – del resto a comprarsi gli aeroporti greci sono già stati e saranno ancora aziende tedesche.

3. Decenza e indecenza
A questo punto naturalmente ciascuno può farsi un’idea sulla qualità di questa mediazione, cioè se è troppo al ribasso o no. A me sembra evidente che è diversa rispetto al programma elettorale di Syriza (basti pensare alle privatizzazioni, ma anche al mancato haircut quantitativo del debito) tuttavia credo anche che – se accettata – consentirà a Tsipras di realizzare buona parte di quelle politiche di welfare per le fasce sociali più basse che peraltro ha già iniziato a fare, anche se in Italia non lo scrive quasi nessuno. Politiche di welfare che i precedenti governi greci non hanno mai fatto e che la Troika voleva impedire, specie quando ha tentato di mandare a casa Tsipras con le violente pressioni per il sì al referendum. Buona o meno buona che sia questa mediazione, consiglio comunque di tacere a tutti quelli che si definiscono di sinistra e che in Europa si sono appiattiti sulla Merkel. Perché si tratta in ogni caso di una mediazione più decente della loro totale resa culturale e politica.

4. Prenderci gusto

A proposito, se sento ancora qualcuno dire che il referendum di domenica non è servito a niente, metto le mani alla pistola. E qui non sto parlando più solo di numeri e di trattativa: sto parlando delle conseguenze politiche per tutti di quel referendum. Bastava vedere l’altro ieri l’europarlamento che per la prima volta discuteva di tutte le più importanti questioni dell’Unione in modo trasparente per capire come il referendum abbia riportato la politica al centro dell’Europa. Si è aperta una breccia nella Ue in cui decidevano tutto una mezza dozzina di persone nel chiuso dei loro uffici – e non mi pare affatto poco. Specie se a novembre le cose dovessero cambiare anche in Spagna, quarta economia dell’eurozona. Insomma i cittadini europei ci stanno prendendo gusto, a informarsi e a decidere sull’Europa. Se questa cambierà – e si rifonderà per non implodere – lo dovremo tutti a quei tre milioni e mezzo di greci che hanno avuto il coraggio di mettere la croce sull’Oxi, rischiando in proprio per liberarci tutti.

5. Radicali, pragmatici e ortodossi: facciamo a capirci
Se il piano verrà accettato dai creditori, probabilmente ci sarà una parte di Syriza che lo contesterà. Si parla in queste ore di una quindicina di deputati che voterebbero no in aula. Syriza è del resto – fin dalla nascita – un mix di gruppi e movimenti nel quale non manca una frazione ortodossa e ideologica (leggersi in merito il libro di Pucciarelli e Russo Spena). Anche per questo, personalmente, spero che Tsipras ce la faccia: per dimostrare che esiste invece un radicalismo pragmatico. Cioè che la sinistra non è destinata a morire schiacciata tra chi si sdraia passivamente sui dogmi e sulle ricette della destra liberista (il fu socialismo europeo di Schulz e Renzi) e chi invece resta attaccato a dogmi e simbologie sovietiche. By the way, se volete un esempio di radicalismo pragmatico in Europa potete anche dare un’occhiata alla cultura e ai progetti di Podemos.

6. Infine, onesti e disonesti
Proprio perché il radicalismo pragmatico è ciò che più spaventa i padroni del vapore e gli ex socialisti europei, è probabile che nelle prossime settimane l’offensiva mediatica diventi ancora più violenta di quanto sia già stata. La propaganda italiana si sta purtroppo già distinguendo in peggio, come si è visto questa mattina, quando non pochi hanno diffuso la narrazione secondo cui Atene aveva proposto un piano peggiorativo rispetto a quello dei creditori, senza averlo neppure letto. Mi piace tuttavia pensare che in questo quadro di povertà morale non manchino le persone intellettualmente oneste, quali che siano le testate per cui lavorano e quale che sia la loro cultura economica e politica. Oggi, ad esempio, vorrei citare questo pezzo di Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore (sì, il Sole 24 Ore; e no, non la conosco personalmente).

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