Quei pezzi di territorio senza Stato

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di Vincenzo Musacchio, 10 maggio 2018

“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Sono parole di Paolo Borsellino il quale molto argutamente evidenziò come alla criminalità organizzata interessa entrare nella gestione politica e amministrativa per svariate ragioni quasi tutte rientranti nel controllo del territorio per dimostrare che condizionando la vita politica e amministrativa è più potente dello Stato, che invece di certo non può fare la stessa cosa nello stesso modo e con la stessa incidenza. In questi giorni questa situazione si è contestualizzata a Roma (ma l’intera Nazione è piena di zone come la Romanina) dove c’è un pezzo di territorio fuori controllo che lo Stato fa finta di non vedere e rispetto al quale occorrerebbe un risanamento efficace ed effettivo, a partire dalle abitazioni di quel clan consanguineo che ne ha fatto il suo impenetrabile quartier generale. L’aggressione di pochi giorni fa a un barista e a una disabile rappresenta l’ostentazione del potere su un territorio che gli indagati considerano sottoposto alla loro totale egemonia: in altri termini, si è trattato di un modo per riaffermare il proprio potere anche per disincentivare eventuali future reazioni rendendo evidente a tutti quale trattamento sarebbe stato riservato ai soggetti che non assecondavano i loro voleri. Esempi criminali già visti in altri luoghi (da ultimo gli Spada a Ostia). Da un punto di vista di “immagine criminale” i clan hanno un interesse preciso: dimostrare che sono i più forti e non temono nessuno, tanto meno lo Stato. Un pezzo di quella cintura della città di Roma pesa molto anche in termini elettorali. L’anomalia di quel territorio è proprio la presenza di una criminalità organizzata che controlla in maniera capillare la zona. Radicamento sul territorio, capacità di supplenza dell’amministrazione pubblica, reti di complicità, estorsioni, distribuzione del reddito come agenzie del lavoro illegale, concessione di abitazioni appartenenti a enti pubblici sono questi alcuni elementi peculiari dei clan che comandano un territorio. Ma proprio questa “singolarità” dovrebbe indurre la politica (vera) a un maggiore rigore non tanto e non solo nella selezione della classe dirigente, ma soprattutto nella definizione di regole e codici interni chiari che rendano “sconveniente” non solo il favorire in maniera attiva, ma anche il restare passivi rispetto a certi episodi criminosi. Mi stupisco quindi che qualcuno possa aver creduto che potesse esistere un solo partito esente da rischio infiltrazioni criminali. Come se ci potesse essere qualcosa nel dna o per grazia divina ricevuta, che impedisse geneticamente o religiosamente che il singolo candidato, il singolo consigliere, potessero chiedere e ricevere voti mafiosi. Certo, sino a che un partito politico è piccolo, marginale, di opposizione, questo rischio si riduce per due motivi: scarsa rappresentanza e scarso potere gestito. Ma quando un partito cresce, oppure governa, il rischio infiltrazione cresce con esso. Risolvere la questione col semplice garantismo, con una sanzione irrisoria (tipo l’espulsione), con una dissociazione da azioni personali, non risolve certamente il problema. Non lo risolve nei grandi e vecchi partiti come non lo risolve oggi nel Movimento 5 Stelle. Combattere la criminalità organizzata e il suo dominio territoriale è atto concreto ben più difficile del semplice slogan elettorale, ed è questione che tocca tutti i partiti politici nel momento della responsabilità, ovvero quando selezionano e scelgono i candidati, e se ne assumono la responsabilità piena, e nel come poi gestiscono “il dopo”. Ma è anche questione che riguarda soprattutto i cittadini, nel momento del voto, nella propria conoscenza delle persone e dei territori. Perché non possiamo più dire “non sapevo” o che è sempre colpa di qualcun altro, semmai della politica marcia, come se questa stesse altrove. Oggi riguarda Roma, domani altri Comuni. Pensare che ci sia un partito o movimento che – in sé – possa essere immune è pura utopia.

(Vincenzo Musacchio, direttore scientifico della Scuola di Legalità

“don Peppe Diana” di Roma e del Molise).